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La via Francigena del sud...

Published in Culto Micaelico Written by  Febbraio 09 2017 font size decrease font size increase font size
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La via Francigena del sud: cammino verso il monte dell’Angelo (Seconda Parte).

Paesaggio, Infrastrutture stradali e Accoglienza

Le vie di pellegrinaggio, che poi erano le vie più importanti di comunicazione, hanno lasciato segni profondi nel paesaggio. Hanno determinato, ad esempio, l’aspetto di alcune città: basti pensare a Lucca, un tempo ricchissima città mercantile, la cui bellissima piazza, nata sull’anfiteatro romano, ricorda il ruolo economico di questo centro urbano. Le vie di pellegrinaggio sono ancora vive come strade e, a loro volta, ricalcano antiche strade, per lo più romane. In molti tratti del cammino francigeno, queste antiche tracce di strada sono ancora ben visibili, come, ad esempio, vicino a Roma (la Cassia romana), o sul valico di Monte Bardone o presso Altopascio.

Lungo il camino ritornano tracce di antiche infrastrutture, prime fra tutte i ponti, indispensabili garanzie di sicurezza per i viandanti. Alcuni di questi sono davvero monumentali, come il ponte mediceo di Ponte a Cappiano, in Toscana. Fin dai primi secoli all'assistenza dei pellegrini si dedicano i monaci, secondo una concezione che vede nel pellegrino la rappresentanza del divino. Questa pratica viene messa in atto in particolare dai Benedettini e a partire dal IX secolo i monasteri debbono stanziare a questo scopo notevoli somme.

Con l'allargarsi della prassi del pellegrinaggio debbono essere costruiti appositi ospizi per l'accoglienza (i primi sono quelli irlandesi). Naturalmente c'era anche l'ospitalità a pagamento nelle locande ma solo per chi poteva permetterselo. Già verso il XII sec. sulle rotte dei grandi pellegrinaggi c'era un'ampia rete di ospizi ben organizzati (gestiti da vari ordini religiosi), a non più di 1 giornata di cammino tra l'uno e l'altro. Alcuni importanti e noti, altri piccolissimi e sconosciuti, anche sui passi di montagna. I servizi forniti variano molto da luogo a luogo. Spesso l'ospizio è solo un ricovero per dormire (a volte spartanamente sulla terra battuta, a volte condividendo un letto con altre persone); il cibo sovente si limita a una pagnotta e a una minestra di verdure, comunque vitto e alloggio dipendono anche dal rango del pellegrino. L'alimentazione a base di carne era riservata ai ricchi, quella vegetariana ai poveri. Le regole monastiche impongono esplicitamente di dar da magiare ai poveri cibi 'rustici' e misurati, per non incoraggiare il 'vizio della gola' o far rischiare l'indigestione.

E' un pericolo che nobili e alti prelati non corrono: per loro si preparano banchetti separati. Altro compito speciale e importante: la cura dei piedi doloranti e piagati del pellegrino, atto simbolico che richiama l'esempio di Cristo. Col tempo l'accoglienza ai pellegrini diventa un grosso onere per i monasteri e col passare dei secoli vengono stabilite limitazioni per il numero di pellegrini da alloggiare e la durata del soggiorno. Roma registra una eccezionale affluenza di pellegrini già per il Giubileo del 1300, dunque sin da allora per i romani questo evento diventa una grossa occasione di business.  L'accoglienza del pellegrino si fa organizzazione, tanto che alla fine del '600 si contano decine di ospedali pubblici e ancor di più ospizi specifici per le singole nazionalità.

E' difficile il calcolo dei profitti derivanti dai giubilei in quanto anche l'accoglienza comporta degli notevoli investimenti. Vanno ricordate, infine, le strutture di accoglienza ed assistenza, ossia gli Hospitalia: da S. Lazzaro, antichissimo hospitale romano, che, collocato lungo la via Trionfale, ha dato il nome alla rete infinita dei lazzaretti europei, all’hospitale di S. Iacopo di Altopascio, affidato ai cavalieri del Tau, al bellissimo “pellegrinaio” di Siena.

Sicurezza

Il problema della SICUREZZA riguardava TUTTI: mercanti, viaggiatori e pellegrini.

Vaste regioni d'Europa erano infestate da briganti che vivevano assaltando e derubando viaggiatori e pellegrini, ma che in una certa misura rispettavano l'attestato (lettera di accoglienza) di pellegrino o addirittura rilasciano un loro lasciapassare da esibire ad altri banditi a scopo protettivo. La Chiesa si preoccupa di salvaguardare la sicurezza dei pellegrini: nel concilio Laterano del 1123 si arriva a sancire la scomunica per chi molesta i pellegrini o esiga ingiusti pedaggi. E se non bastava il pericolo dei banditi c'erano poi i lupi da affrontare, e le piene sui fiumi, tanto che spesso i ponti sono affiancati da simboli religiosi in funzione tutelare e la manutenzione dei ponti affidata a istituzioni religiose. In mancanza di ponti si attraversava con traghetti oppure con l'aiuto piuttosto incerto di una corda stesa tra le due sponde.

Il pellegrinaggio al femminile

Se è vero che il tema del viaggio non appartiene al territorio simbolico femminile, tuttavia quel particolare tipo di viaggio che è il pellegrinaggio, è stato uno spazio di relativa 'libertà' femminile. La cultura dominante in generale ha disapprovato il pellegrinaggio femminile in quanto frutto della 'insana' curiosità femminile e apertura verso una pericolosa promiscuità. D'altra parte la donna ha sempre avuto un più stretto contatto col corpo e il desiderio di toccare le sacre reliquie è stata una molla importante del pellegrinare. C'è l'idea forte che attraverso il CONTATTO o la VICINANZA si generi una energia guaritrice o comunque vivificante. Vale anche come esempio attuale l'immane pellegrinaggio di massa ai funerali di Papa Giovanni Paolo II. In certi casi alle donne viene vietato di avvicinarsi alle reliquie. Ci sono tante donne semplici, non sante, non monache, non aristocratiche, che magari anche con bambini si mettono in cammino, ma è difficile quantificare dati certi. Pare che secondo le poche fonti il totale delle donne in cammino oscillasse tra il 15 e il 20% del totale dei pellegrini, tenendo però in considerazione le differenze sostanziali tra i paesi nordici, dove i costumi sono più aperti, e i paesi meridionali dove le donne sono costrette a una vita molto più segregata.

La via sacra Longobardiorum verso il Monte dell’Arcangelo

Il culto di San Michele Il Gargano, già all'epoca della colonizzazione greca e sino alla sua cristianizzazione, vide la diffusione, anche in virtù della particolare morfologia dei luoghi, selvaggi, boscosi e ricchi di dirupi, di miti e riti diversi, molti dei quali legati alla presenza dell'acqua terapeutica e alla pratica dell'incubatio, una formula rituale consistente nel dormire nei pressi di un luogo sacro per ricevere al mattino le rivelazioni della divinità. Di questi riti precedenti si avverte un'eco nella caratterizzazione del culto micaelico. La storia del santuario e del culto dell'Angelo sul Gargano è stata ricostruita sulla base del "Liber de apparotione sancti Michaelis in monte Gargano", testo agiografico dove insieme a numerosi elementi miracolistici si possono cogliere alcuni motivi storici. Il testo, risalente alla fine dell'VIII secolo, si compone di tre episodi. Il più noto è sicuramente quello del toro, divenuto quasi un simbolo del culto micaelico del Gargano e presente in numerosissime opere pittoriche e scultoree, dall'Alto Medioevo fino a nostri giorni, tanto di fattura popolare quanto di origine colta.

L'episodio del toro narra di Gargano, un ricco pastore di Siponto, che una sera, al rientro del gregge, si accorge della mancanza di un toro; organizzate le ricerche, il toro viene ritrovato presso una grotta, e Gargano, preso dall'ira, gli scaglia contro una freccia avvelenata che però, tornando inspiegabilmente indietro, colpisce lui. I Sipontini, impressionati dall'episodio, chiedono lumi al loro vescovo che dispone tre giorni di digiuno; alla fine del digiuno al vescovo appare l'Arcangelo Michele, che dichiara che l'episodio misterioso era stato voluto da lui per dimostrare di essere patrono e custode del luogo. E' immediata l'interpretazione dell'episodio, che simboleggia il momento in cui il cristianesimo sconfigge e sostituisce il paganesimo rappresentato da Gargano. La prima apparizione dell'Arcangelo si fa tradizionalmente risalire all' 8 maggio 490, ma è molto probabile che l'arrivo sul Gargano del culto micaelico possa risalire alla metà o anche all'inizio del V secolo, dal momento che al periodo intorno al 490 risale la costruzione di due chiese dedicate a S.Michele, una a Larino, in Molise, ed una a Potenza, probabile riflesso della precoce diffusione del culto micaelico in quelle regioni.

Alle origini il culto micaelico era essenzialmente un culto naturale e risanatore, fondato sulle apparizione e le rivelazioni del santo, in continuità con gli antichi culti pagani e con forti influenze orientali. A partire dalla metà del VII secolo il santuario garganico divenne il più importante luogo di culto micaelico dell'Occidente, meta di numerosissimi pellegrinaggi di personaggi illustri e di fedeli di ogni ceto sociale, provenienti anche da terre molto lontane. Ancora oggi la grotta di S.Michele continua ad essere meta di pellegrinaggi, in particolare nei giorni dell'8 maggio, data che tradizionalmente ricorda l'apparizione dell'Arcangelo, e del 29 settembre, in ricordo della dedicazione della chiesa.

L'enorme sviluppo del culto micaelico sul Gargano è indissolubilmente legato alla comparsa nel Sud Italia, alla fine del VI secolo, dei Longobardi, che fondarono il Ducato di Benevento, da cui cercarono a più riprese sbocchi al mare, verso il Tirreno e verso l'Adriatico. Nelle loro espansioni si spinsero più volte sino a Siponto, in quel periodo sotto la dominazione bizantina e da qui entrarono in contatto con il culto di S.Michele, nel quale ritrovarono caratteristiche tipiche del loro principale dio pagano Wodan. Presto emerse una forte conflittualità tra Bizantini e Longobardi, tanto che lo scontro tra i due popoli, avvenuto nel 650, costituisce il secondo episodio delle "apparizioni" di S.Michele, che apparso in sogno al vescovo di Siponto garantì la vittoria ai Sipontini e ai loro alleati Longobardi.

Questo episodio segnò l'inizio dello strettissimo legame tra dinastia longobarda e culto micaelico. Solo di recente sono venute alla luce numerose iscrizioni altomedievali, che fanno preciso riferimento alla religiosità e ai costumi longobardi e modificano le ipotesi della storiografia precedente. Numerosi sono anche gli interventi di ristrutturazione e di ingrandimento del santuario operati dai sovrani longobardi. Il connubio con il popolo longobardo modificò in parte anche gli stessi caratteri del culto, dal momento che con i Longobardi, popolo tradizionalmente guerriero, si preferì l'immagine del Santo come capo delle milizie celesti, guerriero e patrono dei combattenti. Di certo la devozione per l'Arcangelo, di contro, portò alla rapida conversione del popolo longobardo al cattolicesimo.

La grotta garganica fu quindi santuario nazionale dei Longobardi fino agli ultimi anni del IX secolo, quando i Bizantini ritornarono sul Gargano e cercarono di rivendicare a sé le origini del culto micaelico, ma ormai il radicamento della cultura longobarda era tale da rendere infruttuoso il loro tentativo. Nel frattempo in Italia meridionale si affermarono i Normanni, che, alla stessa maniera degli Svevi e degli Angioini in seguito, si legarono al santuario garganico, anche perché avevano già conosciuto il culto di S.Michele in Normandia, a Mont Saint Michel. Fu sotto Carlo I e Carlo II d'Angiò che il santuario subì rilevanti interventi di ristrutturazione, interventi che modificarono radicalmente l'assetto originario attraverso l'aggiunta di una navata e della scalinata d'accesso.

Gli insediamenti micaelici in Italia e in Europa

La tradizione garganica ha profondamente influenzato la caratterizzazione e la diffusione del culto del santo in Occidente, e allo stesso tempo ha contribuito a definire una comune tipologia degli insediamenti micaelici durante l'Alto Medioevo. Spesso infatti i luoghi di culto sono stati fondati in grotte naturali, in luoghi elevati e boscosi, comunque in uno scenario naturale molto suggestivo, proprio come sul Gargano. A partire dall'epoca altomedievale, soprattutto nell'Italia meridionale, si creò una fitta rete di luoghi consacrati all'Arcangelo; un censimento, ancora incompleto, ha rilevato la presenza di oltre duecento luoghi di culto dedicati a S.Michele solo nell'antica Langobardia minor. Insediamenti micaelici sono presenti in tutta la Puglia, dal Gargano al Salento: ancora oggi sono note le grotte consacrate all'Angelo di Sannicandro Garganico, Cagnano Varano, Orsara, Altamura, Gravina, Putignano, Mottola, Castellaneta e Statte. Il Gargano fu centro di irradiazione del culto anche in regioni molto lontane. Già nel principio del VII secolo una chiesa dedicata a S.Michele fu costruita a Roma. Tra l'VIII e il IX il culto si diffuse ancora: una cripta - basilica fu fondata sul Monte Maggiore in Campania, tra Capua e Teano, sul luogo dell'apparizione dell'Arcangelo; un altro luogo di particolare importanza è la grotta di S.Michele ad Olevano sul Tusciano, sempre in Campania, grande cavità al cui interno furono edificate sette cappelle; alla tradizione garganica si collega la grotta dedicata al santo sul monte Tancia in Sabina, vicino Rieti. La presenza del culto in Sabina è connessa alla presenza dei Longobardi a Spoleto.

Al seguito dei Longobardi il culto si diffuse anche nell'area di Pavia, altra capitale longobarda in quel periodo. Di notevole portata le influenze del culto micaelico nel Molise: a Sant'Angelo in Grotte esiste per esempio una grotta dove sgorga una sorgente di acqua benedetta, dedicata all'Arcangelo; una leggenda popolare narra che il Santo partendo dalla grotta molisana avrebbe inseguito il demonio fino alla grotta sul Gargano, dove lo avrebbe raggiunto e incatenato. Notevole influenza sulla presenza del culto micaelico in Molise è sicuramente da ascrivere alla transumanza stagionale che avveniva tra le due regioni Il modello garganico fu esportato anche fuori dall'Italia, ed in particolare in Francia.

Agli inizi dell'VIII secolo su un promontorio tra la Bretagna e la Normandia fu consacrato un santuario a S.Michele, assurto a grande notorietà come Mont Saint Michel; ciò determinò la diffusione del culto in Francia e la dedicazione di numerosi altri luoghi, tra i quali acquista significato particolare il monastero di S.Michele a Verdun, fondato intorno al 722 da Wolfando, appena tornato da un pellegrinaggio sul Gargano. Tra VIII e IX secolo il culto micaelico penetra e si consolida anche in altri paesi europei, soprattutto Spagna, Germania, Paesi Bassi e Inghilterra.

La via sacra dei longobardi (via francigena del sud)

Il pellegrinaggio garganico acquista una valenza nazionale con la denominazione longobarda. Esso si svilupperà in seguito, tanto da dare origine a quella che sarà denominata la Via Sacra dei Longobardi che sarà testimone di tante avventure, di tante espiazioni, soprattutto a partire dal secolo XI. La Via Sacra dei Longobardi collegava direttamente la capitale longobarda Benevento al Santuario di S. Michele sul Gargano Una delle prime ipotesi che possiamo avanzare è che la via sacra fosse evidentemente non lastricata. Essa doveva apparire al viandante aspra e faticosa per l'accidentalità del terreno, per la presenza di boschi, pericolosi sia per la presenza di animali selvatici sia per la presenza di predatori. Vi erano due strade che conducevano direttamente al Gargano.

La prima passava attraverso la riva meridionale della laguna di Lesina, per giungere poi, costeggiando la laguna di Varano alla piana di Carpino; di qui, attraverso facili valichi, si giungeva a Monte S. Angelo. La seconda via è quella che immette direttamente nella valle di S. Marco. E' la strada che fu percorsa durante l'età classica e che collegava direttamente Roma con le regioni settentrionali e specialmente con la Puglia. Nelle vicinanze di Candelaro la strada si divideva: una proseguiva verso Nord- Est attraverso la valle di Stignano, S. Marco in Lamis, S. Giovanni Rotondo e Monte S. Angelo, l'altra proseguiva verso Sud- Est per collegarsi con Siponto.

Questi itinerari erano utilizzati già in età classica ma, con il diffondersi del culto di S. Michele sul Gargano e con la presenza di un vasto movimento di pellegrinaggio, la via mediana acquista una tale importanza da essere denominata la Via Sacra dei Longobardi. Il santuario divenne inoltre tappa importante sulla via che portava in Terra Santa. Molti dei pellegrini raggiungevano la grotta micaelica lungo un itinerario che, partendo dai valichi del Moncenisio e del San Gottardo, convergeva verso Pavia, capitale longobarda, e Piacenza; da qui scendeva attraverso la Val di Magra per giungere poi a Roma attraverso la Via Romea, evitando accuratamente i territorio allora sotto il dominio bizantino; dopo Roma, l'itinerario seguiva la Via Traiana verso sud.

Anticamente esistevano due strade che conducevano all'interno del promontorio garganico: la prima costeggiava la riva meridionale della laguna di Lesina, per giungere poi, dopo aver superato il lago di Varano, alla piana di Carpino, da cui attraverso facili valichi si giungeva a Monte S.Angelo; la seconda, coincidente grosso modo con la Via Traiana, all'altezza di Candelaro si biforcava, da un lato deviava verso Monte S.Angelo, attraverso la valle di Stigliano, dall'altro proseguiva verso Siponto e poi verso i porti di imbarco per la Terra Santa. Con il diffondersi del culto micaelico la strada che attraversava la valle di Stigliano, pur esistente da molti secoli prima, prese il nome di Via Sacra Longobardorum.

Lungo la Via Sacra si trovano numerosi santuari e tracce degli edifici che servivano da ospizio ai pellegrini: al termine del vallone di S.Marco si incontra il Santuario della Madonna di Stigliano, le cui origini sono poco note ma dovrebbe risalire all'Alto Medioevo, mentre l'attuale chiesa risale al XVI secolo; dopo aver superato l'attuale paese di San Marco in Lamis, sorge l'abbazia di S.Giovanni de Lama, l'attuale santuario di San Matteo, in posizione dominante sul valico di Monte Celano, fondata alla fine del VI secolo probabilmente su di un tempio pagano e ampliata nel IX secolo; dopo San Matteo si incontra una chiesetta dedicata a San Giovanni, originariamente battistero di forma rotonda, probabilmente di età tardo antica, da cui prese il nome l'abitato di S.Giovanni Rotondo, sorto agli inizi dell'XI; sempre lungo la Via Sacra, percorsi due chilometri oltre S.Giovanni si trova il Casale di S.Egidio e i ruderi di una chiesetta del XII secolo a pianta basilicale.

Numerose sono le testimonianze dei pellegrinaggi alla grotta del santo: al 709 risale il viaggio di alcuni messi del vescovo di Avranches Oberto, per prelevare alcuni pezzi di roccia dalla grotta del Santo e fondare poi il santuario di Mont S.Michel in Normandia; al 722 risale il pellegrinaggio del conte Wolfrando, fondatore del monastero di Verdun; al 774 quello di un gruppo di pellegrini inglesi; nell'867 quello del monaco Bernardo diretto poi in Terra Santa. Nel IX secolo si registra una vera esplosione del culto di S.Michele; nell'869 i Saraceni, presenti a Bari, attaccarono e depredarono il santuario, ma nonostante ciò i pellegrinaggi continuarono. Tra il 940 e il 960 lo visitano Oddone di Cluny e S.Fantino; nel 999 l'imperatore tedesco Ottone III, poi il successore Enrico II (1022) e più volte papa Leone IX e ancora Melo da Bari.

La tradizione vuole che anche S.Francesco d'Assisi si sia recato al santuario di S.Michele, ed anzi, ritenendosi indegno di entrare nella grotta, si fermò all'esterno. Il santuario garganico rientrava sicuramente tra i maggiori luoghi di culto della cristianità medievale, tanto da essere compreso nel trittico Deus, Angelus, Homo, dove Deus rappresentava il santuario di Gerusalemme, Angelus quello dell'Arcangelo Michele sul Gargano e Homo quelli di S.Pietro a Roma e S.Giacomo a Compostella. Tra i pellegrini numerosissimi appartenevano alle classi subalterne, a dimostrazione della diffusione del culto di S.Michele tra le classi sociali meno abbienti, fenomeno già attestato dalla prima fase bizantina.

Il pellegrinaggio Micaelico

Il luogo sacro della grotta dell'Arcangelo Michele, oggetto di attenzione dei pellegrini dei territori limitrofi nei primi tempi, si trasformò in seguito in centro di pellegrinaggio di livello europeo. A partire dall'alto medioevo divenne luogo di sosta per quanti si recavano in Terra Santa provenendo da Francia, Germania e Spagna lungo gli itinerari della via Francigena e le varianti delle vie Romee. Il santuario divenne altresì modello per altri luoghi sacri dedicati a San Michele, in terre vicine o lontane, come Mont Sant Michelle all'opposto settentrionale dell'Europa: costante dei luoghi era la presenza di una grotta, luogo di apparizioni sovrannaturali.

Il pellegrino medievale, fosse di origine umile o nobile, percorreva la strada verso il santuario con la speranza di ottenere indulgenza per il suo viaggio. Sono arcaici i rituali devozionali del pellegrinaggio legato alle Compagnie come quelle di Atina, Bitonto, Potenza, Boiano e Toritto. Il pellegrinaggio che vedeva come mete fondamentali Roma, Monte Sant'Angelo e Gerusalemme seguiva un percorso allegorico e salvifico che si basava sulla progressione da Homo (la tomba degli apostoli Pietro e Paolo), Angelus (il santuario garganico) e Deus (il santo sepolcro di Cristo a Gerusalemme). L'asse portante di questi pellegrinaggi sul Gargano divenne la Via Sacra Longobardorum, che collegava chiese e monasteri che avevano come punto di massima espressione religiosa la grotta dell'Arcangelo. 17 La viabilità interna utilizzò i tracciati preesistenti mentre se ne determinarono altri; il traffico, di conseguenza, divenne sempre più intenso; le relazioni con altre genti significarono scambi di idee e conoscenze di nuovi costumi; i pellegrini beneficiarono di una maggiore assistenza grazie al sorgere di punti di sosta e di ristoro. Tra i vari percorsi, due divennero preferenziali ed assunsero, per essere stati alquanto battuti, una rilevanza tale da costituire ancora oggi elemento del traffico primario.

La Via Francigena, denominata così in documenti che vanno dall'XI al XIV secolo in riferimento ai pellegrini longobardi provenienti tanto da Pavia che da Benevento, nasceva dalla deviazione della "Litoranea" (una delle grandi arterie che da Roma si portava sulla costa adriatica per giungere, dopo aver lambito le falde del Gargano e toccato Siponto, a Brindisi), che all'altezza della contrada Branca, in territorio dauno, a 10 Km da San Severo, si immetteva nella valle Jana in direzione di Stignano e, con un percorso in gran parte coincidente con la moderna S.S. 272, raggiungeva Monte Sant'Angelo. Il primo itinerario è detto anche via Sacra dei Longobardi, denominazione oggi più corrente in omaggio alla probabile iniziativa dei Longobardi che, secondo alcuni studiosi, lungo questo tracciato avrebbero fatto sorgere delle "mantiones" e degli "hospitia" per coloro che devotamente affluivano al Santuario micaelico.

Nel tempo, alcuni punti di sosta e di accoglienza, ristrutturati ed ampliati, si trasformarono in luoghi di culto, altri diedero origine ai conventi-santuari di S.Maria di Stignano e di S.Giovanni in Lamis, oggi convento di S. Matteo; altri alle città di San Giovanni Rotondo e San Marco in Lamis, altre ancora ai casali di S. Egidio al Pantano (nei pressi di San Giovanni Rotondo) e di Carbonara alle pendici di Monte Sant'Angelo Il secondo itinerario, collegato ad Aecae sulla deviazione dell'Appia-Traiana (altra grande arteria romana diretta a Brindisi), attraversando Lucera ed Arpi, si raccordava alla "Litoranea" nei pressi di Siponto, verso la prima metà dell'XI secolo (1024).

Era denominata Via Francigena, sinonimo di "Francesca", senz'altro in riferimento ai pellegrini provenienti dai principati longobardi e dalle regioni transalpine. In due successivi documenti l'itinerario è indicato anche come "Strata peregrinorum" (1132) e "Stratam magnam quae pergit ad Sanctum Michäelem" (1201). Dal segmento stradale si diramavano, inerpicandosi sulla montagna, piste diverse dirette al Santuario. Tra queste, vuoi per le molteplici e significative testimonianze (aree cimiteriali ipogeiche, eremi, chiese rupestri e conventi), vuoi perché in parte ancora frequentate, si suole ricordare la pista

1: S.Leonardo-S.Restituta-S.Maria di Ruggiano-Pulsano- MonteSant'Angelo e la pista

2: S.Leonardo-Capparelli-Ciminiera-Macchia Posta-Valle dei Goti (Ognissanti)-Monte Sant'Angelo.

Per Monte Sant'Angelo il periodo normanno-svevo, che costituì uno dei momenti più alti del suo sviluppo economico, artistico e religioso, coincise anche con l'apogeo della celebrità raggiunta dal Santuario. Le cronache del tempo, infatti, lo segnalano tra i quattro più frquentati luoghi di pellegrinaggio della cristianità secondo l'itinerario di redenzione spirituale, noto come Homo, Angelus, Deus, che prevedeva la visita alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo a Roma e di S. Giacomo di Compostella in Spagna (Homo), all'Angelo della Sacra Spelonca di Monte Sant'Angelo (Angelus), infine ai luoghi della Terra Santa (Deus).

Il centro storico di Monte S.Angelo

Il centro storico di Monte S.Angelo rappresenta uno degli esempi pugliesi più interessanti tra gli insediamenti "di crinale", in cui la morfologia dei luoghi insieme alle esigenze residenziali e religiose, in questo caso particolarmente significative, generano l'intero insediamento storico con stupefacente razionalità, per quanto realizzato da anonimi capomastri ed artigiani nel corso di vari secoli. Il primo nucleo dell'insediamento sorse in posizione tale da controllare il percorso di collegamento con Siponto, riparato allo stesso tempo dai venti dominanti. In seguito all'apparizione dell'Arcangelo, in una delle grotte poste a quota più elevata rispetto al primo nucleo abitativo, ha inizio la vicenda religiosa di questo luogo, che tanto spazio avrà anche nella costruzione dell'insediamento. In origine il primo nucleo insediativo e il santuario si caratterizzano come due nuclei indipendenti, ma entrambi motivo generatore delle successive espansioni urbane operate nei secoli sotto il dominio di Longobardi, Bizantini, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e Spagnoli. La realizzazione della prima cinta muraria, nell'XI secolo, pone fine alla dualità tra il polo civile e quello religioso; alla prima cerchia ne seguirà una seconda nel XIII secolo e una terza, costruita tra il XV e il XVI secolo, che contribuisce a determinare la fisionomia conclusiva del centro antico. Nel processo evolutivo del centro storico di Monte S.Angelo, il santuario ha svolto, almeno fino al 1800, una funzione centrale, di volano all'espansione dell'insediamento.

La maggioranza degli edifici presenti all'interno della prima e della seconda cerchia di mura, edificati quindi tra l'XI e il XIII secolo, sono connessi strettamente all'attività religiosa e all'accoglienza dei pellegrini; l'assetto urbano era quindi, fino al XIII secolo, molto somigliante ad una Abbazia (similitudini si riscontrano infatti con la grande 19 Abbazia di Cluny o anche con l'insediamento monastico dell'isola San Nicola alle Tremiti). All'interno della terza cerchia di mura, quella aragonese, l'insediamento presenta caratteristiche diverse, spettro della maggiore articolazione sociale presente; in questa parte della città antica i lotti edilizi si posizionano ai bordi della trama stradale, quasi perpendicolari all'andamento delle curve di livello, con dislivelli molto ripidi, adoperando geniali soluzioni per l'innesto dell'edilizia al supporto orografico.

Tipica di questa parte della città è la strada a gradoni, con in mezzeria il sistema di compluvio per le acque meteoriche. Una caratteristica comune a tutta l'edilizia del centro storico di Monte S.Angelo è l'utilizzo del tetto a due falde con copertura in coppi: una scelta questa frutto dell'esperienza e della razionalità comune, visto che in questa maniera si creava un duplice involucro di copertura per contrastare le rigide temperature invernali e allo stesso tempo si incrementava la superficie destinata alla raccolta delle acque meteoriche, per lo più convogliate in locali interrati posti all'interno delle stesse abitazioni. L'abitato di Monte S.Angelo si caratterizza poi per una quarta fase di espansione, più recente ma di assoluto valore storico - testimoniale e formale: si tratta di espansioni databili a cominciare dal 1810, caratterizzate dall'adozione comune della tipologia a schiera, accostando l'uno all'altro moduli edilizi simili ma non uguali, caratterizzati da una estrema fantasia nelle soluzioni formali e funzionali dei particolari, tessuti che acquistano un rilevante valore paesaggistico per il perfetto assecondare la morfologia ondulata del territorio. "Architetture povere" che generano un tessuto urbano ricchissimo di valori formali, tipologici e storico - testimoniali. Purtroppo in molti casi le espansioni degli ultimi decenni non hanno saputo adattarsi con uguale sensibilità ai luoghi e alla tradizione costruttiva locale, dando origine a parti di città anonime e prive di una precisa caratterizzazione.

Il pellegrinaggio oggi: anche turismo?

Indubbiamente il turismo è in sé un fenomeno ben distinto (e tale deve restare) da quello del pellegrinaggio. Il turismo, sia che sia fatto per puro diletto nei periodi di vacanza, sia che abbia anche esplicitamente dei connotati culturali, è comunque visto, soprattutto oggi, come un bene di "consumo", anche prendendo questo termine nell'accezione più positiva: cioè il turista deve riuscire a visitare il maggior numero di luoghi o attrattive nel minor tempo possibile e con il massimo comfort. Nel pellegrinaggio invece la mèta è di per se unica e, pur non negando il necessario comfort di cui l'uomo moderno ormai necessita, si prevede comunque, se non proprio delle penitenze, almeno una certa austerità. Gli interessi del turista sono comunque terreni (anche se, nel migliore dei casi, sacrosanti), quelli del pellegrino sono religiosi: egli vuole fare una esperienza di incontro con Dio. Proprio per questo, mentre il giro turistico è per lo più una parentesi nella vita quotidiana (anche se sovente arricchente), il pellegrinaggio intende trasformarla, questa vita. Anche il turismo cosiddetto "religioso" è diverso dal vero e proprio pellegrinaggio. In esso le intenzioni e gli scopi sono nell'ambito della vita spirituale (dalla conoscenza culturale della vita religiosa nelle sue varie espressioni al contatto cordiale e arricchente con altri "fratelli" di paesi diversi nello scambio delle reciproche esperienze).

Certamente questa dimensione è molto interessante e importante anche proprio per la crescita del credente, e quindi deve essere una delle attenzioni che entrano nella pastorale dei "viaggi". D'altra parte essa dovrebbe di per sé essere presente, più o meno esplicitamente e coscientemente, in ogni proposta di viaggio anche prettamente "laica": non è possibile, infatti, pensare di visitare un paese (pensiamo ad esempio Roma) con l'intenzione di una conoscenza profonda della vita che in essa si svolge, senza interessarsi anche della dimensione religiosa sia attuale che della storia passata (pensiamo in modo particolare a tutta la storia dell'arte!). Tuttavia la dimensione "religiosa" del turismo rimane comunque nell'area più conoscitiva e non coinvolge obbligatoriamente l'aspetto di "conversione", come invece è nell'intenzionalità del pellegrinaggio.

Di fatto, in molti luoghi prettamente "cristiani", il pellegrino è quasi sempre anche un turista. Ed è bene che sia così. Non faremmo onore al genio cristiano se considerassimo nulle, sul piano della fede, le esperienze estetiche e culturali che il pellegrino può fare al contatto con l'arte sacra e coi paesaggi che molte volte hanno avuto diretta influenza nell'esperienza religiosa che ha "creato" il luogo sacro (pensiamo anche solo ai luoghi francescani). Né ci pare scandaloso che, approfittando del viaggio di pellegrinaggio, si colga l'occasione di visitare luoghi di interesse anche solo turistico...

Come al solito, è un discorso soprattutto di clima globale del viaggio, di preparazione e di abilità degli accompagnatori, di equilibrio fra i due momenti. Un altro aspetto della questione si pone certamente dal punto di vista di chi "accoglie", cioè dei responsabili dei luoghi sacri e dei santuari, davanti alle "orde" di persone che manifestano esclusivamente interessi turistici. Ma anche qui ci pare che il discorso più equilibrato non sia nella dimensione di una chiusura a questo fenomeno, quanto, oltre ad ovvie regolamentazioni nel comportamento di tali "ospiti", nel pensare a come si possa sfruttare questa occasione per lanciare messaggi religiosi, magari proprio partendo da una guida di tipo turistico-culturale fatta da persone ben preparate al compito. In questo caso diventa poi particolarmente importante l'atteggiamento, anche liturgico, di cordiale accoglienza.

 


 

Università degli studi di Perugia.

Storia economica del Turismo a.a 2006-2007

“La via Francigena del sud: cammino verso il monte dell’Angelo luogo di incontri e scambi per i pellegrini Europei” di Galinella Marco

 

 

 

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