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 Foto. San Michele Arcangelo di Cosimo Amedeo Eliodoro Foto. San Michele Arcangelo di Cosimo Amedeo Eliodoro

Leggenda di San Michele...

Published in Culto Micaelico Written by  Giuseppe Piemontese Febbraio 13 2017 font size decrease font size increase font size
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Leggenda di San Michele e analisi delle fonti.

La nascita del culto di S. Michele sul Gargano è da mettere in rapporto, come abbiano riferito nel capitolo precedente, principalmente con l’origine del cristianesimo a Siponto e nell’intera Puglia. Infatti il fenomeno non può essere visto nella sua specificità se non viene inquadrato nella progressiva diffusione del cristianesimo sul Gargano e nelle località vicine, soprattutto Siponto, Salapia e Lucera. Questi centri, già all’inizio del IV secolo, erano cristianizzati, anzi erano sedi episcopali. Infatti le fonti attestano la partecipazione di Pardo, vescovo di Salapia al concilio di Arles del 314 e di Felice e Palladio, vescovi rispettivamente di Siponto e Salapia, al sinodo romano del 465. Lucera, poi, era già un centro fiorente e ricco di comunità cristiane, che disponevano di un monasterium che risaliva alla prima metà del V secolo. Da Siponto partivano le numerose piste, sicuramente esistenti già in età antica, che collegavano le città garganiche fra di loro con il centro di Siponto. Infatti i centri garganici avevano la loro ragione di vita principalmente attraverso gli scambi commerciali di cui erano protagoniste Siponto e le altre città daune del Tavoliere. Questa attività di scambi è documentata dalla presenza di numerose comunità cristiane che si vennero ad insediare nei vari ipogei e complessi paleocristiani collegati fra di loro da una fitta rete stradale. Proprio per questo, afferma G. Alvisi, “appare, così, antistorica l’immagine del Gargano come una montagna vuota dove, sul finire del V secolo, si accese il faro luminoso del santuario di S. Michele. Al contrario, essa fu sempre abitata ed i suoi centri, legati fra loro via mare e attraverso non facili mulattiere, dovettero partecipare, sia pure tacitamente, alla vita della Daunia” (Alvisi 1979, p. 27).

Quindi il Gargano non era isolato, come si potrebbe pensare, anzi aveva una vita sociale ed economica già prima del 490-93, allorquando vi si collocano le apparizioni di S. Michele. Ed è da questo momento che Monte S. Angelo entra nella storia di Siponto cristiana, in cui appare per la prima volta la figura del vescovo Lorenzo Maiorano sotto cui si ebbero le apparizioni dell’Arcangelo e che segnarono l’inizio di un vasto programma di rigenerazione spirituale, attraverso la costruzione di nuove chiese e l’abbellimento di quelle esistenti. Dalla Vita Sancti Laurentii episcopi Sipontini si evince che Lorenzo successe al vescovo sipontino Felice che si era distinto per la sua umiltà. Lorenzo venne ad essere scelto direttamente dall’imperatore Zenone (476-491), dopo che il clero e il popolo sipontino, in seguito ai disordini provocati dalla guerra fra gli Eruli e i Goti (489-493), avevano fatto esplicita richiesta di un vescovo all’imperatore. Infatti una missione s’imbarcò per Costantinopoli il cui imperatore, Zenone, concesse Lorenzo, suo parente. Secondo G. Otranto il testo della Vita sarebbe stato scritto nell’XI secolo, in ambiente filobizantino e costantinopolitana, come “risposta alla storiografia longobarda (Paolo Diacono, Erchemperto, Chronica sancti Benedicti Casinensis, ecc.) che, tra VIII e IX secolo, si era appropriata delle origini del santuario garganico”.

Sul piano storico la Vita rispecchia le vicende storiche di un periodo particolarmente travagliato per la Puglia, sconvolta tra V e VI secolo dalle scorrerie di popolazioni barbariche e da episodi connessi alla guerra greco-gotica (535-553), che videro vacanti molte diocesi pugliesi, tanto da richiedere, come nel caso di quella di Siponto, la nomina di un vescovo direttamente dall’imperatore bizantino, unica istituzione legalmente riconosciuta. Ed infatti, dopo la morte del vescovo Felice, la diocesi di Siponto rimase vacante a causa dei disordini provocati dalla guerra tra gli Eruli di Odoacre e i Goti di Teodorico (489-493), per cui, sedati in parte i disordini, una delegazione di Sipontini si recò dall’imperatore d’Oriente per chiedere che nominasse un vescovo per la loro diocesi. L’imperatore nominò vescovo Lorenzo, suo consanguineo, ritenendolo uomo santissimo, degno di ricoprire tale carica. Egli partì da Costantinopoli, portando con sé alcune reliquie di martiri, Stefano e Agata. Sbarcato in Puglia, fu accolto trionfalmente dal popolo sipontino, grati all’imperatore per la nomina del nuovo vescovo. Sotto il suo episcopato si ebbero le prime apparizioni di S. Michele, iniziando così quel rapporto privilegiato fra S. Michele e Siponto, per il tramite di Lorenzo, instancabile propulsore di vita spirituale e di iniziative ecclesiastiche, fra cui la costruzione di numerose chiese ed edifici sacri.

Ma, oggi, si tenta di inquadrare le origini del culto di S. Michele, ancora prima dell’epoca di Lorenzo e quindi di papa Gelasio (492-496), erroneamente accomunati dalla Vita nel 490. Come è noto Gelasio diventò papa nel 492. Probabilmente, afferma G. Otranto, bisogna anticipare la data della nascita del culto micaelico verso la metà del V secolo, allorquando la nuova fede, dopo la cristianizzazione delle zone pianeggianti, da Siponto raggiunse la cima della montagna. A tale riguardo fanno fede due lettere di papa Gelasio in cui si riferisce di due chiese dedicate all’Arcangelo nelle diocesi di Larino e di Potenza, costruite rispettivamente nel 494 e nel 496. Evidentemente il culto micaelico e il conseguente sviluppo del pellegrinaggio avevano già una loro notorietà e una diffusione nelle zone circostanti, in seguito ai primi pellegrinaggi verso il monte.

L’accostamento del vescovo Lorenzo e di papa Gelasio sarebbe da imputare ad un passo riguardante la vita di Gelasio I (492-496) tratto dal Liber Pontificalis, in cui si fa risalire erroneamente l’inventio della chiesa garganica all’epoca di questo papa: “Huius (Gelasii) temporibus inventa est aecclesia sancti Archangeli in monte Gargano”. Secondo alcuni studiosi tale espressione del Liber Pontificalis, riportata nel codice Vaticano Latino 3764, dell’XI-XII secolo, è sicuramente interpolata ed è da ascrivere presumibilmente ad Anastasio Bibliotecario il quale, nella prima metà del IX secolo, collaborò a revisionare la biografia di alcuni pontefici del Liber Pontificalis, fra cui quella di Gelasio I. Anastasio avrebbe fuso in una unica tradizione quella riportata dall’Apparitio e quella della consacrazione delle due chiese dedicate a S. Michele, rispettivamente a Larino e a Potenza, in modo da colmare una lacuna tanto nella biografia di Gelasio quanto nella storia del culto micaelico in Puglia.

Tuttavia, oggi, la storia del santuario e del culto dell’Arcangelo Michele sul Gargano è ricostruita prevalentemente dal Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano (=Apparitio), di autore anonimo e di incerta datazione. Tale documento, come vedremo, fa riferimento a tre avvenimenti principali, privi all’apparenza di ogni riferimento preciso a episodi o personaggi storici e difficilmente inquadrabili in un quadro unitario ed omogeneo. Ciò ha dato origine a diverse datazioni, tanto che, per esempio, il Testini afferma che l’Apparitio è stata scritta dopo il sec. IX, anche se la compilazione deriva da un libello anteriore già conservato nello stesso santuario che potrebbe risalire al VI secolo. Questa stessa fonte potrebbe essere stata utilizzata anche nella redazione della Vita di S. Lorenzo, vescovo di Siponto e successore di Felice, della quale restano due versioni, una originale del IX-X secolo, che la critica più recente chiama minor, e l’altra interpolata e posteriore (la maior) di un secolo circa. Waitz, Gay e Lanzoni, invece, datano l’Apparitio al IX secolo, mentre lo Stiltingh la ritiene opera composta fra la fine dell’VIII secolo e gli inizi del IX. Quest’ultimo afferma, infatti, che, se l’autore del testo fosse stato contemporaneo agli avvenimenti, non sarebbe incorso nell’errore di far derivare il nome Gargano dal nobile signore del luogo. Per quanto si sa il nome Gargano, come abbiamo visto, era così denominato già al tempo di Virgilio e di Orazio. Per quanto poi riguarda la Vita Sancti Laurentii fu P. G. Bolland a pubblicare per primo le due redazioni, solo che poi lo Stiltingh ritenne più antica la Vita II, a differenza del Bolland che propende per la Vita I. Secondo il Lanzoni, la Vita più antica deve essere assegnata alla seconda metà del IX secolo o al X, in quanto rispecchia una situazione ecclesiastica e politica ben precisa che consisteva nella conquista della Puglia da parte dell’impero di Bisanzio.

Di questo vi sarebbe traccia nella Vita minor, probabilmente scritta in ambiente filobizantino. L’altra, invece, deve essere assegnata al sec. XI, poiché riflette una situazione ecclesiastica mutata: ripristino della dipendenza di Siponto da Roma, prodottasi solo dopo la cacciata dei Bizantini dalla Puglia nell’XI sec. Ar. Petrucci afferma, invece, che i due documenti dell’Apparitio e della Vita sono molto più antichi di quanto non si creda. “Una così insistente tematica antigotica, che ha tutti i requisiti dell’attualità non mi pare possa ragionevolmente attribuirsi a un testo della fine del IX secolo, come vorrebbe la moderna critica. Sembra probabilmente piuttosto che la Vita Sancti Laurentii sia un testo di propaganda filobizantina, compilato e diffuso nella Puglia settentrionale - e forse propria a Siponto - negli ultimissimi anni della guerra gotica o poco dopo la fine di essa, al duplice fine di accattivare alla dominazione greca gli animi degli indigeni e di far apparire come compiuto sotto l’usbergo dell’imperatore costantinopolitano l’istituzione del culto di San Michele sulla montagna garganica” (Petrucci 1961, p. 151). L’Apparitio, invece, per il testo letterario assai elaborato e impreziosito dal frequente uso di tutti i tipi di cursus, dovrebbe essere anteriore alla Vita e, se questa può essere collocata nel periodo finale del VI secolo, l’altro testo, il primo che ci parli del culto di S. Michele sul Gargano, dovrebbe essere di non molto anteriore. Più di recente la critica storica (Campione 1992) ha spostato la datazione della Vita minor agli inizi dell’XI secolo, mettendola in relazione con il ritorno dei Bizantini in Puglia, allorquando la chiesa sipontina riconquistò la sua autonomia da Benevento, ricevendo dai Bizantini la dignità di arcidiocesi, da loro concessa per sottrarre Siponto all’influenza longobarda;   mentre la Vita maior dovrebbe risalire alla fine dell’XI secolo e rispecchia la nuova situazione venutasi a creare in Puglia con l’arrivo dei Normanni e il ripristino dei rapporti con la chiesa di Roma.

L’Apparitio consta di tre episodi: nel primo si parla di un toro smarrito e rinvenuto poi miracolosamente dal proprietario nei pressi della grotta. Nel secondo episodio si parla di una battaglia fra i Sipontini e i Beneventani (Longobardi) da una parte e i Napoletani (Bizantini) dall’altra, i quali vengono sconfitti grazie all’intervento miracoloso di S. Michele. Nel terzo episodio si fa riferimento alla dedicazione del santuario da parte del vescovo e del popolo sipontino, dopo ripetute apparizioni di S. Michele. Questi episodi probabilmente non hanno alcuna consequenzialità storica, anche perché si presuppone che l’Apparitio sia stata scritta in diverse situazioni storiche sulla base di una evidente documentazione liturgica altomedievale che fa propri numerosi elementi da atti di martiri, vitae, passiones e apparitiones di Santi. Quello che è più strano è che l’Apparitio non fa alcun riferimento a situazioni e avvenimenti precisi ed espliciti, né indica personaggi storici certi e databili agiograficamente. Per esempio è sintomatico che in nessun passo dell’Apparitio ricorra il nome del vescovo sipontino, né che si faccia riferimento ad altri personaggi di epoche ben individuabili. Ciò ha presupposto, come abbiamo detto, una oscillazione temporale fra i diversi avvenimenti narrati e quindi una interpretazione soggettiva e a volte ipotetica. Per esempio l’episodio del toro verrebbe ad essere inquadrato in quel periodo di transizione del Gargano da una fase tardoromana e quindi paganeggiante, ad una fase di sviluppo e diffusione del cristianesimo sul Gargano. Fase che vede nel culto di S. Michele, di origine sicuramente orientale, elementi che segnano il passaggio definitivo dei garganici dal paganesimo al cristianesimo.

Ciò ha fatto supporre al Bronzini che nel culto di S. Michele c’è da notare alcuni elementi demologici, in rapporto alla stratificazione dei miti garganici, con riferimento proprio alla civiltà agricolo-pastorale della zona garganica. Inoltre è falso quanto si afferma nell’Apparitio, riguardante il nome del ricco signore sipontino, che avrebbe dato il nome al Gargano. Anche perché si chiamava così già al tempo di Plinio, Orazio e Virgilio. Probabilmente nel ricco signore di Siponto è da identificare un mitico eroe garganico che sarebbe stato poi identificato in quel dominus che sicuramente doveva appartenere alla società agricola sipontina (Trotta 2001). Inoltre, per esempio, il fatto che il vescovo Lorenzo sia ritenuto orientale presuppone, oltre che frequenti rapporti fra Siponto e il mondo orientale, anche la derivazione del culto di S. Michele probabilmente dall’Oriente, dove storicamente è attestato già nella prima metà del III secolo. Infatti in Oriente i primi santuari dedicati a S. Michele li troviamo in Frigia, dove lo storico greco Simeone Metafraste vorrebbe addirittura far risalire al secolo I una apparizione dell’Arcangelo a Cheretopa. Inoltre ai secolo II-III si fa risalire un famoso santuario dedicato a S. Michele nella città di Colosse vicino Chonae. Secondo la tradizione greca, il santuario sorse in seguito ad una apparizione di S. Michele che avrebbe fatto sgorgare dalla roccia una fonte miracolosa. Il santuario fu celebre luogo di pellegrinaggio. Anche a Costantinopoli, nel V secolo, esistevano già più di dieci chiese dedicate a Michele fra cui il famoso Michaelion, le cui vicende vengono riportate da Sozomeno e Niceforo al tempo di Costantino, e le cui origini affondano in un fatto miracoloso da cui derivò il culto di S. Michele. Ma tanti e tanti altri santuari dell’Arcangelo Michele si ricordano nei paesi orientali, particolarmente in Grecia, nella Pisidia, nella Bitinia, in Egitto, in Libia e in tutta l’Africa settentrionale.

In Occidente i primi santuari di S. Michele apparvero in zona ad influsso bizantino, ciò che conferma la provenienza di tale culto dall’Oriente. Tuttavia ricerche archeologiche hanno dimostrato che in Umbria, fin dal V secolo, un gran numero di chiese, cappelle, oratori e case di abitazioni erano sotto il nome degli Angeli e dell’Arcangelo S. Michele. Sulla più alta vetta del colle di S. Angelo fuori Spoleto (sul quale sorge anche la Basilica del Salvatore) c’è una chiesetta dedicata a S. Michele. Uno dei tempietti del Clitumno era chiamato di S. Angelo. Del secolo VI è la chiesa circolare di S. Angelo a Perugia. In Sabina, sul monte Tancia, una grotta, che era stata oracolo pagano, fu dedicata, dai Longobardi, verso il secolo VII, a S. Michele e salì essa pure a gran fama. A Roma, contemporanee delle chiese umbre sono ritenute la Basilica della Via Salaria e l’oratorio eretto sulla sommità della mole Adriana, attribuito a Bonifacio III o a Bonifacio IV (608-615). Questo oratorio era lungo dieci metri, in forma di cripta, a ricordo della grotta garganica.

Caratteristica comune di tutte queste chiese era la scelta di località generalmente in posti di montagna, quasi tutte ad imitazione di quella garganica. Ma tornando al nostro santuario, quello che è interessante rilevare è che nella grotta garganica, almeno verso la metà dell’VIII secolo, si praticava l’incubatio, come nel santuario micaelico di Costantinopoli e forse di Colosse. Questo rito, come del resto anche il culto delle acque, era diffuso sul Gargano sin da epoca molto antica: Licofrone, come abbiamo visto, lo attribuisce a Podalirio, il dio guaritore, figlio di Asclepio; Strabone a Calcante. E come in Oriente, soprattutto a Costantinopoli e in Asia Minore, così sul Gargano, il culto per l’Arcangelo si è sostituito a precedenti culti pagani. E l’Apparitio, attraverso quel suo alone di rievocazione di avvenimenti accaduti molti secoli prima, dà l’impressione di riferirsi ad alcune leggende locali garganiche, in cui il racconto biblico è a volte infarcito di reminiscenze pagane.

Nel secondo episodio narrato nell’Apparitio si fa riferimento ad una guerra che i Napoletani (Bizantini), definiti pagani, muovono a Beneventani (Longobardi) e Sipontini. L’episodio ha fatto sorgere diverse ipotesi riguardanti la ricostruzione storica dell’avvenimento. C. Troya sostiene che l’episodio dell’Apparitio è da mettere in rapporto con una sconfitta subita dai Greci di Anastasio nel 493 ad opera dei Sipontini (Troya 1839-55, pp. 481-482). Ipotesi che viene accreditata presso C. Angelillis che ritiene la vittoria merito dei Sipontini nella guerra tra gli Eruli di Odoacre e i Goti di Teodorico, per i quali avrebbero parteggiato i Sipontini (Angelillis 1956, p. 21). Tuttavia vi sono altri studiosi che tentano di

spostare la data della battaglia dopo Gelasio I. Per esempio il bollandista Stiltingh pensa che l’episodio bellico in questione possa riflettere una fase della guerra greco-gotica (535-553). Per il Lanzoni la battaglia riportata tanto dall’Apparitio quanto dalla Vita viene ad essere “l’eco svisata e contraffatta di un episodio storico, narrato da Paolo Diacono, accaduto nel 647 circa, durante la guerra tra Grimoaldo, duca di Benevento, e i greci sbarcati in Italia sotto la condotta dell’imperatore Costante” (Lanzoni 1927, p. 279). Secondo Ar. Petrucci, invece, “l’episodio della battaglia fra i Napoletani paganis adhunc ritibus aberrantes e i Sipontini potrebbe assai bene riferirsi ad un attacco dei Goti del Totila, i quali, nel 543, avevano occupato Napoli, massima città dell’Italia meridionale, e ne avevano fatto un loro stabile centro di resistenza e di espansione” (Petrucci 1961, p. 152).

Secondo G. Otranto, invece, gli avvenimenti narrati nell’Apparitio sono da mettere in relazione con gli stretti legami intercorsi, a partire dalla metà del VII secolo, tra il santuario garganico e i Longobardi del Ducato di Benevento. Ciò anche alla luce delle recenti indagini archeologico-documentarie relative alle cripte longobarde del santuario e al corpus di iscrizioni cristiane altomedievali. “Le nuove acquisizioni, afferma G. Otranto, lungi dall’essere definitive, consentono, e ancora più stimolano, una revisione critica dei dati tradizionali elaborati dalla precedente storiografia. Ne emergono talvolta ribaltamenti, talaltra conferme di vecchie soluzioni, ipotesi e intuizioni, talaltra, infine, aspetti che pongono in una nuova luce la storia del santuario garganico” (Otranto 1981, p. 211). Secondo Otranto “la prima occasione nella quale Beneventani e Sipontini sono impegnati gli uni accanto agli altri contro un nemico comune è certamente costituita dall’attacco che i Bizantini attorno al 650, portarono “ut oraculum Sancti Archangeli in monte Gargano situm depraedarent” : in aiuto dei Sipontini accorse il longobardo Grimoaldo I, duca di Benevento (647-671), che riuscì a sventare l’attacco dei Greci dando inizio ad un lungo periodo di solidarietà e di alleanza tra Sipontini e Beneventani” (Otranto 1981, p. 225). Le motivazioni che spinsero i Bizantini a compiere una spedizione sul Gargano sono probabilmente di ordine politico e religioso, in quanto i Longobardi del ducato di Benevento stavano progressivamente espandendo il loro dominio nella Puglia settentrionale. I Bizantini cercarono quindi di riprendere il possesso della regione, riaffermando così la propria egemonia sulla regione garganica. Quindi la battaglia che avvenne fra Bizantini e Longobardi era finalizzata alla riconquista della regione. La vittoria riportata da Grimoaldo I, duca di Benevento (647-671) sancì definitivamente la supremazia dei Longobardi sulla Puglia settentrionale, di cui il santuario garganico era l'emblema più importante da un punto di vista religioso ma anche politico. In seguito, il nuovo stato dei rapporti tra Benevento e Siponto doveva essere sancito nel 663 allorchè Barbato, vescovo di Benevento, chiese ed ottenne da Grimoaldo la propria giurisdizione sulla chiesa garganica. Quindi fu proprio l’episodio del Gargano a segnare l’inizio di quel singolare legame tra monarchia longobarda e culto micaelico che Grimoaldo, soprattutto dopo l’ascesa al trono (662), rese sempre più stabile e profondo, favorendo, come vedremo, con iniziative diverse la venerazione dell’Arcangelo nei confini del Regno. Tutto ciò oggi è provato, come analizzeremo successivamente, dalle numerose iscrizioni incise sulle strutture del santuario garganico.

Quindi l’episodio dell’Apparitio, sembra essere l’antefatto storico e culturale di una serie di eventi e di dati che interessano la presenza longobarda prima nel Ducato di Benevento e successivamente in tutto il Regno. Tutto ciò, secondo G. Otranto, fa pensare che l’Apparitio, “nella sua stesura attuale, sia stata prodotta in ambienti longobardi o, per lo meno, rielaborata in tali ambienti per tentare di longobardizzare anche le origini del culto micaelico sul promontorio garganico”. Anzi, più specificatamente, afferma G. Otranto, nell’Apparitio “si intravedono due stadi redazionali: il più antico riflette la fase iniziale della storia del culto dell’Angelo sul Gargano (V-VI secolo), (probabilmente riferita ad una operetta (libellus) del VI secolo), in cui sono messi in risalto l’arrivo del culto stesso, adombrato nel primo episodio, quello del toro, la consacrazione della basilica, fatta direttamente dall’Angelo (terzo episodio), e i riferimenti alle guarigioni operate dal Santo con l’acqua che sgorgava dalla roccia all’interno della grotta. Il secondo stadio redazionale riporta all’epoca successiva, a dopo cioè che i Longobardi di Benevento, sconfiggendo nel 650 i Bizantini (l’episodio della Vittoria), si impadronirono del santuario, fecero eseguire alcuni lavori di ristrutturazione al suo interno e unificarono le diocesi di Benevento e Siponto sotto la giurisdizione di un solo vescovo. In definitiva l’anonimo autore fonde nel racconto notizie riguardanti le origini dl culto micaelico sul Gargano con elementi e motivi maturati nei secoli VII e VIII” (Otranto 1990, p. 15).

Sul piano storico-demologico il racconto del ritrovamento del toro da parte di un ricco signore sipontino (Gargano) segna “il momento in cui il cristianesimo sconfigge e sostituisce il paganesimo rappresentato da Gargano e fino ad allora dominante sulla Montagna”. A tale proposito il Bronzini vede in Gargano la personificazione di un eroe eponimo, che incarna alcune caratteristiche proprie della società pagana agricola e pastorale (Bronzini 1968). Infatti, nell’episodio del toro, Gargano è visto come un uomo ricco e potente, proprietario di una grande moltitudine di capi di bestiame e con numerosi servi a disposizione, tanto da determinare una sua personificazione ideale con un eroe mitico e quindi quasi una identificazione con la divinità. Tutto ciò porta a considerare che il culto di S. Michele nasce da un substrato mitologico in cui i personaggi della leggenda hanno ancora delle personificazioni mitiche. Infatti, molti elementi della leggenda garganica trovano esplicito riferimento nella mitologia greca: la freccia che ritorna indietro, trova corrispondenza nella mitologia diomedea, cioè delle pietre che ritornano spontaneamente dal fondo marino nella loro sede originale; il toro che si inginocchia davanti alla grotta, trova corrispondenza nell’episodio vetorotestamentario dell’asina di Balaam che si blocca davanti all’Angelo; la facoltà dell’acqua terapeutica, presente nei santuari greci di Asclepio e Podalirio, la ritroviamo identica nella “stilla” garganica, tanto da testimoniare, almeno nel primo periodo della storia del santuario garganico, l’originaria funzione iatrica e naturale del culto micaelico; e, inoltre, la pratica dell’incubatio, il cui rito, frequente nei santuari greci, viene messo in risalto dal vescovo sipontino, allorquando questi, in seguito alle visioni avute in sogno, dà disposizioni ai fedeli per la consacrazione della grotta all’Arcangelo Michele.

Tutte queste analogie hanno fatto ipotizzare una continuità di tradizioni cultuali fortemente radicate nella regione garganica: tradizioni riscontrabili nel racconto che si fa nel Liber de apparitione, il cui autore, certamente, ha desunto dalla descrizione di antiche leggende locali. Infatti, oggi, a differenza di alcune decenni fa, è possibile ipotizzare, anche attraverso i risultati degli scavi effettuati nella grotta, una continuità di frequentazione degli ambienti dall’età tardo antica all’età longobarda. A tale riguardo, se analizziamo il testo dell’Apparitio, vediamo che vi si parla di “negromanti” che sarebbero stati scacciati dal vescovo e dal popolo sipontino, allorquando salirono il monte per consacrare a Michele il tempio. Probabilmente la grotta era frequentata già prima che vi sorgesse il culto micaelico con alcuni ambienti già definiti. Ciò potrebbe avvallare l’ipotesi di una frequentazione degli ambienti già nei primi secoli dell’era cristiana, con la presenza di popolazioni di origine orientale provenienti dall’Asia Minore, probabilmente ebrei o giudeo-cristiani, e dall’Africa settentrionale, queste ultime giunte al seguito delle invasioni vandaliche (Fischetti 1977).

Altro problema da prendere in considerazione, in quel processo di sincretismo storico e culturale, che si verificò in Puglia, specie nella Tardantichità, fu la consacrazione del dies festus di S. Michele al 29 settembre e all’8 maggio. La tradizione romana ha consacrato il dies festus di S. Michele al 29 settembre, data indicata sia dal sacramentario Gelasiano che da quello Gregoriano. Quasi tutta la critica storica ritiene che questa data sia da mettere in rapporto alla dedicazione della basilica di San Michele sulla Via Salaria a Roma e non si fa alcun accenno alla tradizione micaelica del Gargano. La festività dell’8 maggio rientrerebbe, invece, nella tradizione garganica ed è da rapportarsi al giorno dell’apparizione della vittoria di Grimoaldo sui Bizantini. All’inizio la Chiesa romana si astenne dalla festa dell’8 maggio, tanto che questa non è citata da nessun martirologo fino all’VIII secolo. Ma con lo sviluppo del pellegrinaggio sul Gargano e la diffusione del culto micaelico i due anniversari, ormai caduta in dimenticanza la basilica della Salaria, furono attribuiti solo al Gargano: 8 maggio come data della Vittoria dei Longobardi, che ormai consideravano il santuario garganico come loro santuario nazionale e 29 settembre data della dedicazione della grotta.

A Costantinopoli, invece, il giorno di Michele era l’8 novembre, giorno che nei sinassari è indicato come sinassi dell’Arcangelo Michele, e nel Menologio di Basilio II come sinassi degli Arcangeli. Nel Calendario copto di Calcasensi, Michele ricorre ben sei volte (7 apr., 6 giug., 5 ag., 9 sett., 8 dic.); mentre nel Lezionario siriaco il 6 sett.

La determinazione delle due date ha, tuttavia, secondo Bronzini, un significato antropologico. La variabilità degli episodi e delle feste a cui si collegano, si legge in Bronzini, conferma la natura agraria e la funzione ciclica delle due date annuali (29 settembre e 8 maggio), che coincidono con l’inizio e il termine dei grandi lavori agricolo: semina e mietitura. Più che calendariali, sono dunque cicliche (secondo la terminologia etnologica del Van Gennep) le due festività annuali di San Michele legate precisamente ai cicli di autunno e di primavera (Bronzini 1961).

Lo studio delle datazioni delle festività di S. Michele ci porta, inoltre, ad esaminare il grado di diffusione e di assimilazione che il culto micaelico ebbe specialmente fra le popolazioni garganiche, che videro proprio nella festività dell’8 maggio, più che nel 29 sett., quel carattere popolare che all’inizio il culto di S. Michele ebbe specie presso i pastori e i contadini. Non è da sottovalutare, infatti, che all’inizio, specie in ambito orientale, S. Michele ebbe una funzione naturale e risanatrice che si esplicò attraverso i riferimenti ai miracoli operati da S. Michele con l’acqua che sgorgava dalla roccia all’interno della grotta. Successivamente l’Arcangelo venne venerato nelle sue funzioni di guerriero, in quanto capo delle milizie celesti. Tale lo considerò il popolo longobardo che vedeva in Lui l’Angelo guerriero per eccellenza, diffondendo in tutto il Regno il suo culto e fondando numerose chiese e monasteri. Anzi i Longobardi fecero di S. Michele il loro santo nazionale, facendolo rappresentare sugli scudi e sulle monete. Del resto anche i Bizantini ebbero una particolare devozione per l’Arcangelo e sin dalle origini lo venerarono, non solo per i suoi attributi di guerriero, ma anche di taumaturgo e di psicopompo. La funzione di guerriero si diffuse specialmente in Occidente e precisamente in epoca carolongia ed ottoniana. Quindi il culto micaelico si innestava spontaneamente, senza alcuna forzatura, su quella religiosità popolare che caratterizzerà fin dall’origine le popolazioni garganiche e che troverà larga accoglienza presso i Longobardi, tanto da considerarsi a ragione come originario del popolo longobardo.

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