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Le Compagnie

Published in Culto Micaelico Written by  Maggio 06 2017 font size decrease font size increase font size
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Durante il Medioevo “il pellegrinaggio si poneva come simbolo viatorio della concezione della vita, come itinerario dell’uomo verso Dio” (Zanzi 1989, p. 98). Il simbolismo diventava una concreta realizzazione, penetrando nella stessa vita quotidiana, senza separazione, nè lacerazione tra l’esperienza della realtà e l’intervento in essa del divino. Così, nella mentalità del mondo medievale, si trovava indissolubilmente associata alla concezione del “pellegrinaggio” quella della sua efficacia “salvifico-miracolistica”, cioè il sentimento del “meraviglioso” e quello del “quotidiano” (Le Goff 1983).

Con l’età moderna, specie tra il Seicento e il Settecento, il pellegrinaggio acquistò nuove dimensioni storiche. Se nel mondo medievale il pellegrinaggio era ancora orientato ad una sorta di acquisizione del territorio alla sacralità, per cui esso era fortemente proiettato verso l’esteriorità, con l’ansia di attingere mete concrete nel mondo, in età moderna prevalse, per contro, il pellegrinaggio come fuga momentanea dal mondo, attraverso il compimento di un viaggio che si traduceva in itinerario nella propria “interiorità”. Inoltre, in età moderna, il pellegrinaggio si caratterizzò maggiormente entro ambiti “regionali”, privilegiando, non solo i grandi itinerari storici di Santiago di Compostela, di Roma e di Gerusalemme, ma anche quella sacralità minore verso i centri urbani periferici. Nasceva così un pellegrinaggio più diffuso e capillare, con un maggior “particolarismo”, in contrapposizione all’“universalismo” medievale.

Questo fenomeno si manifestava attraverso una maggiore partecipazione “corale” dei pellegrini diretti ai luoghi sacri. Nascevano, così, le prime “compagnie” di pellegrini, organizzate secondo modelli strettamente più efficienti e meno “spontanei”. Inoltre, il pellegrinaggio si apriva a nuove terre che non erano più circoscritte all’Europa, ma interessava anche i territori “extraeuropei”, attraverso un nuovo impulso missionario e nuove esigenze di “socializzazione” in senso cristiano. Ne erano fede, specie nel Settecento, le successive diffusioni di attività apostoliche da parte di evangelizzatori, missionari, predicatori, santi, ecc. Il pellegrinaggio assumeva, così, una dimensione nuova che era quella di riscoprire le radici dell’evangelizzazione e quindi della “riconquista” a Cristo di nuove terre.

Se nel Medioevo nel pellegrinaggio prevaleva, per la sua valenza “spirituale”, il momento dell’arrivo, ora nell’età moderna in esso trovava più acuta valenza “spirituale” il momento del “viaggio”: si trattava, però, di un viaggio ridotto, molto spesso, ad un solo giorno, ma tradotto in un intensissimo succedersi di “stazioni” rituali, sorrette da apposite macchine teatrali, esaltate da riti processionali, che eccitavano la “trasfigurazione” del viaggio stesso. Nasceva così la cultura rituale delle “compagnie”, con tutta quella ritualità simbolica che caratterizzerà la spiritualità del Settecento e che si sviluppò con accenti marcatamente “laici” nell’Ottocento e nel Novecento. Specie nell’Ottocento si ebbe un’identificazione fra pellegrinaggio e viaggio. Ciò si verificò principalmente verso quelle località che offrivano, insieme ad una tradizione religiosa, anche una storia culturale, fatta di momenti creativi dello spirito umano. L’arte, con le sue mirabili realizzazioni monumentali: chiese, monasteri, palazzi, ecc., costituiva uno degli elementi di propaganda e di promozione del luogo da visitare. Nasceva così, come giustamente ha affermato F. Cardini, la prima forma di “turismo religioso”, che ebbe ripercussioni, non solo nella cultura dell’Ottocento, ma nella stessa religiosità popolare contemporanea (Cardini 1987, p. 242).

Il pellegrinaggio assumeva una trasvalutazione artificiosa, in cui il sacro diventava, anche, un momento “teatrante”, un “convegno artificiale”, uno “spettacolo mistico”, di esaltazione contemplativa, in chiave “barocca” (Zanzi 1989, p. 125). Oggi assistiamo, infatti, ai tanti pellegrinaggi “organizzati”, in gruppi o in compagnie, guidate da un capo che rappresenta l’unità, il laeder carismatico, a cui affidare l’organizzazione stessa del viaggio (De Vita 1984).

Il Gargano, con il santuario di S. Michele Arcangelo, è stato, come abbiamo visto, al centro della spiritualità medievale cristiana, una delle tappe obbligate del pellegrinaggio mondiale. Lungo le sue vie si sono riversate migliaia di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Asse portante di due mondi, quello occidentale e quello orientale, il santuario garganico ha rappresentato, nel processo di cristianizzazione, un punto focale, un traguardo ambito di   predominio e di civilizzazione. Se un tempo l’importanza del culto si rilevava dalla grandezza più o meno dei suoi “pellegrini”, oggi essa si misura sulla portata del fenomeno, che acquista rilevanza nella presenza massiccia dei fedeli diretti al santuario. Questo fenomeno di partecipazione si esprime, oggi, come ieri, tramite le “compagnie”, che numerose si riversano lungo le pendici del Gargano. Affermava il Tancredi nella seconda metà del nostro secolo: “Nel mese di maggio la città sacra dell’Arcangelo assume un nuovo caratteristico aspetto per la venuta di migliaia di pellegrini che giungono in gruppi pittoreschi, in drappelli numerosi, in compagnie interminabili da tutte le regioni meridionali. Chi vuol avere la sensazione della vera fede, venga quassù ed osservi le strade carrozzabili, gli impervi sentieri, le coste dei monti dove giovani e vecchi, uomini e donne con grossi involti sul capo, con le scarpe e le uose in mano, sgranando il rosario, salgono in lunghe file serpeggianti, oppure dispersi per le diverse scorciatoie come branchi di pecore pascenti, cantando interminabili litanie” (Tancredi 1938, p. 33).

Ma, al di là dell’aspetto pittoresco dei pellegrini, il vero significato del pellegrinaggio micaelico rimane quello di un vasto fenomeno di religiosità popolare, là dove la devozione per l’Arcangelo Michele, nel nostro caso, trova le sue radici in una perfetta unione fra fede e devozione, fra il sacro e il penitente, fra l’uomo e il divino. Una storia fatta, sì da uomini illustri, ma anche da tanti pellegrini anonimi, che hanno lasciato le loro testimonianze attraverso quei graffiti e quelle iscrizioni che a migliaia sono sparsi su tutte le fabbriche del santuario, segni tangibili di una grande fede e di un grande attaccamento all’Arcangelo Michele: segni anche di un passato che nella fede cristiana poneva le sue stesse motivazioni di vita quotidiana, fondata su un rapporto di fede col sacro e col divino.

Oggi questa tradizione si rinnova attraverso il “cammino” delle varie compagnie che periodicamente, da maggio a settembre, si dirigono verso il sacro monte, per venerare l’Arcangelo Michele: compagnie di fede e di devozione, provenienti dalle varie regioni d’Italia, tutte con la loro particolare ritualità. Provengono dalla Ciociaria, dalle zone interne degli Abruzzi e del Molise, dalle provincie di Avellino e Benevento, dalla Lucania, dalle provincie di Bari e da tutta la Capitanata. Fra le più famose compagnie di pellegrini citiamo quelle di Boiano (Ch), Atina (Fr), Genzano (Pz), Motta Montecorvino (Fg), Bitonto (Ba), Terlizzi (Ba), San Marco in Lamis (Fg). Tutte adottano un loro rituale, legato alla loro terra di origine, ma anche alla loro storia e alla loro cultura religiosa (Bronzini-Azzarone-De Vita 1985).

Purtroppo il fenomeno della religiosità popolare, con tutta la sua ritualità magico-sociale, non è stato ancora analizzato a fondo, nel suo significato e nella sua simbologia. Ancora, cioè, siamo rimasti a considerare il pellegrinaggio come espressione di eventi religiosi e storici, senza alcun rapporto con la ritualità gestuale del pellegrino. Ritualità che deve essere vista non solo, in rapporti al sacro e al religioso, ma alla stessa cultura agricolo-pastorale del Meridione.

Ogni compagnia ha una sua specifica ritualità, per esempio, quella di Boiano spesso è caratterizzata dalla presenza del miracolato che, a piedi nudi, con la croce in mano, ascende insieme alla sua “compagnia” il sacro monte. Ai lati, generalmente, vi sono due devoti che portano dei lampioncini, simboli di luce e di speranza. Due ragazzi, con campanacci, annunziano il passaggio della compagnia. Essi ritmano, alternativamente, il tempo del canto che si snoda lungo la strada diretta al santuario, canto che si caratterizza attraverso l’assolo di un pellegrino e il coro della compagnia. La compagnia di Boiano, come quella di Potenza, ha il privilegio di essere ricevuta al suono di tutte le campane di S. Michele. Sia i boianesi che i torittesi più osservanti seguono ancora il rito delle pietre. I devoti compiono generalmente a piedi la salita della montagna e ad ogni curva raccolgono una pietra che si caricano sulle spalle. C’è poi il rito del lavaggio. La compagnia di Boiano, infatti, prima di arrivare a Monte, si ferma presso una fonte, a circa venti chilometri di distanza, e qui avviene il lavaggio dei peccati: una vera e propria cerimonia penitenziale che impone ai novizi la corona di spine in testa e l’ingresso nel tempio a piedi scalzi. Fino a qualche decennio addietro, molte compagnie, in prossimità del Monte Gargano, avevano l’usanza di mettere all’asta i propri stendardi e i propri simboli. Come rituale, l’asta è ancora bandita dalla sola compagnia di Bitonto.

C’è poi la compagnia di Potenza, detta anche della ferrizz, perché intorno alla ferulizza - una cassetta a forma di prisma quadrangolare, formata di ferule - si mettono centinaia di candele da varie dimensioni tenute ferme da nastri colorati. Sulla parte anteriore campeggia la figura dell’Arcangelo. Essa è una delle più antiche compagnie, che da tempi remoti, per le ricche offerte all’Arcangelo, ha il privilegio di essere accolta al suono festoso delle campane di S. Michele. La ferrizz sta a rappresentare la ritualità del dono. Vi è poi il gruppo di Atina, la più famosa delle compagnie, che una volta arrivava sul Gargano al suono della zampogna e della ciaramella. Questa compagnia arriva generalmente il pomeriggio, prima che la Basilica chiuda, ed intona un canto all’Arcangelo Michele, in segno di devozione. Rimane la sera e la mattina partecipa alla S. Messa e poi riparte. Il gruppo si presenta nei tradizionali costumi locali, con mantelli e cappotti invernali, in quanto generalmente il pellegrinaggio si svolge d’inverno. Caratteristica è anche la compagnia di S. Marco in Lamis, il cui pellegrinaggio al santuario di S. Michele avviene ogni anno fra il 25 e il 27 maggio. Esso si snoda tutto a piedi da San Marco a Monte. La partenza avviene all’alba e dopo aver sentito la messa, la compagnia riceve la benedizione con l’olio santo presso il convento di S. Matteo e poi si avvia verso il santuario di S. Michele. La prima sosta avviene a San Giovanni Rotondo, nel cui Duomo si assiste alla S. Messa. Una sosta avviene nel cimitero del paese per una preghiera ai defunti, poi pranzo a Campolato, una sosta nella valle di Carbonara e di qui inizia la salita del monte. Alcuni a piedi nudi, altri caricandosi delle pietre sulle spalle. Quest’ultimo è l’antico rito del perdono o della penitenza. La pietra sostituisce simbolicamente le grandi pietre che i penitenti solevano porsi sulle spalle per espiazione durante la salita a Monte Sant’Angelo. Una volta giunti alla sommità, ciascuno getta dietro di sè la pietra e con essa i propri peccati e prosegue purificato alla volta della grotta dell’Arcangelo. All’arrivo, le campane della Basilica suonano a distesa per annunziare il sopraggiungere della compagnia. La discesa alla grotta si svolge cantando inni popolari in onore di S. Michele. Dopo la visita all’Arcangelo, ciascuno cerca una sistemazione per la notte. Il secondo giorno è tutto dedicato alle pratiche devozionali. Si scende nella grotta per la confessione e la comunione e si recitano preghiere; il pomeriggio ancora preghiere e la recita della Corona Angelica. Il terzo giorno, infine, si prende la strada del ritorno.

Il pellegrinaggio della compagnia di San Marco è l’immagine stessa del viaggio, con tutti i valori simbolici di cui esso si carica, visto come momento di rischio, espressione di trauma fisico e psicologico del distacco dalle cose e dalle persone conosciute e familiari. Afferma a tale proposito G. B. Bronzini: “La divisione in tappe, la fatica del viaggio, la scelta dei sentieri più angusti, il cammino penitenziale e la sosta, in cui continua il tempo devozionale, e perciò si canta, si mangia e si danza (che sono azioni sacre in sè, per cui non importa che i contenuti dei canti siano talvolta profani e degenerati), tutto ciò fa del pellegrinaggio un viaggio sofferto, compiuto come ripetizione di modelli mitici e però vissuto in tutta la sua reale dimensione terrena” (Bronzini 1979, p. 150).  

Questa tradizione di fare il pellegrinaggio al Gargano attraverso le compagne perdura ancora oggi, anche se il rituale è diventato molto più semplice e più accomodante, rispetto al passato, in cui si toccava da vicino la fatica del viaggio per giungere sul Gargano. Oggi alle antiche compagnie di Boiano, Potenza, Atina, Toritto e Bitonto, che nel tempo stanno perdendo la loro ricca ritualità, a vantaggio di una maggiore spiritualità legato alla modernità, si aggiungono altri gruppi provenienti da altre zone del Mezzogiorno d’Italia, fra cui, per esempio, le compagnie di Cassino, di Campobasso, di Riccia, di Campodipietra, di Morrone, di Montevergine. Queste, anche se conservano sempre una loro struttura rigidamente gerarchica, per quanto riguarda l'organizzazione interna, con un loro capogruppo o priore, che fa da guida materiale e spirituale, con i diversi tempi della percorrenza, legati all’itinerario da svolgere, tuttavia esse presentano la stessa tensione religiosa e organizzativa di un tempo, a vantaggio però di una maggiore libertà di espressione e di spiritualità interiore. Certamente non si vedono più compagnie che giungono sul Gargano con carri tirati dai muli, oppure a piedi. Oggi ai santuari si arriva nei pullman veloci, in macchina o su motori rombanti. Inoltre si accorcia il tempo della permanenza nel luogo da visitare e anche quello dedicato alle preghiere, con cerimonie che mutano e che presuppongono una maggiore essenzialità rituale. Infatti, da una parte sta scomparendo la ritualità penitenziale, anzi espiatoria, cioè di quella serie di pratiche e gesti necessari a guadagnare l’attenzione del santo, la concezione della grazia, del miracolo invocato, quasi sempre a favore di guarigioni impossibili. Oggi il pellegrino è nello stesso tempo un devoto e un turista, anche se chi viene in “compagnia” è tenuto a rispettare gli antichi modelli organizzativi, come la composizione del gruppo, la partenza, le regole imposte dal personaggio più autorevole del gruppo, il priore. Inoltre sono cambiati anche i segni distintivi del pellegrino tradizionale. L’ombrello ha sostituito il bastone, spesso ornato di elementi vegetali o di nastri, come nel caso della compagnia di Bitonto; un recipiente per l’acqua la fiaschetta, uno zainetto, la bisaccia. Alcuni componenti delle nuove compagnie portano ancora doni naturali, fra cui, come nel caso della compagnia di Boiano, l'olio o il vino. Però ai tradizionali doni in natura, oggi, si è sostituta l’offerta in denaro da utilizzare per opere di bene, oppure per costruire altre strutture, legate all’ospitalità e all’accoglienza dei pellegrini. Sul piano della devozione molti pellegrini comprano ancora statuette e ricordini del santo, fra cui non mancano stampe, adesivi e oggetti raffiguranti il santo.

Molte compagnie, oggi, abbinano al pellegrinaggio al santuario di S. Michele sul Gargano la visita ai diversi santuari che si trovano lungo il suo itinerario. Per esempio, la compagnia di Cassino, secondo quanto ci ha detto il suo capogruppo, Nicola Di Carlo, visita prima il santuario dell'Incoronata di Foggia, poi viene a Monte Sant’Angelo, generalmente il 19 maggio, dove sta tutta il giorno e la notte, per ripartire la mattina alla volta di S. Giovanni Rotondo, per visitare il santuario di Padre Pio e infine Pietrelcina. Così fa pure la compagnia di Campobasso. La compagnia di Boiano viene due volte l'anno a Monte Sant’Angelo, il 17 maggio e l'ultima domenica di agosto. Invece la compagnia di Morrone viene la terza domenica di maggio. Le due sole compagnie che osservano ancora l'uso di giungere a piedi al santuario di S. Michele sono quelle di San Marco in Lamis e di Campodipietra.

Oggi, tuttavia, il pellegrino sente il santo, come compagno di vita, come succede nel caso di Padre Pio. Interessante notare, a questo proposito, l’interconnessione che si sta verificando fra i due grandi santuari garganici di S. Michele e di Padre Pio. Entrambi nascono da una grande fede nella spiritualità dei luoghi, che hanno acquistato ormai fama e grande devozione proprio per la presenza incessante di milioni di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Luoghi di fede, che sono espressioni, oggi, di una grande voglia di spiritualità e di sacro. Entrambi presuppongono il desiderio di avvicinarsi a Dio, nel caso di Monte Sant’Angelo, tramite S. Michele, quale espressione della divinità angelica e Padre Pio quale incarnazione dell’uomo in Dio. Entrambi questi luoghi, oggi, sono espressioni più genuina del pellegrinaggio cristiano, i quali presuppongono, alle soglie del Duemila, un grande ritorno dell’uomo verso il sacro.

Testo a cura di Giuseppe Piemontese  

 

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