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Acceptus, ambone (1041), Santuario di S. Michele, Museo lapideo. Acceptus, ambone (1041), Santuario di S. Michele, Museo lapideo.

Acceptus e le origini...

Published in Culto Micaelico Written by  Maggio 30 2017 font size decrease font size increase font size
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Acceptus e le origini del Romanico pugliese.

Sotto il vescovado di Leone Garganico, sia la città di Siponto sia Monte Sant’Angelo, conobbero un periodo di grande splendore artistico e culturale, tanto da far assurgere questo periodo, grazie ai suoi monumenti e alle figure di artisti che ne furono i creatori, come l’inizio e la culla del romanico pugliese. Leone Garganico fu un impareggiabile committente di opere d’arte: dalle cattedrali, quali simbolo della cristianità, alle varie suppellettili monumentali, tra cui troni, cibori, pulpiti, ecc. Dal materiale che ci resta e che tuttora è conservato nel Museo lapideo del santuario di S. Michele, possiamo affermare che, nella prima metà dell’XI secolo, vi era una vera e propria scuola di scultori, di cui la figura più emblematica e nello stesso tempo enigmatica resta l’arcidiacono Acceptus. Di questo grande innovatore formale e geniale anticipatore di una nuova potenzialità plastica ci restano oggi solo alcuni pezzi scultorei appartenenti ai pulpiti esistenti nelle chiese di S. Maria di Siponto, di S. Michele a Monte Sant’Angelo e infine nella chiesa di S. Sabino di Canosa. Probabilmente fu proprio Leone Garganico a commissionare ad Acceptus, nel 1039-40, i pulpiti di Siponto e di Monte Sant’Angelo, di cui abbiamo i resti nelle rispettive città. Per quanto riguarda l’ambone di Monte S. Angelo è possibile ricostruire almeno idealmente l’intera opera, costituita da una cassa a base rettangolare sostenuta da quattro colonne e delimitata da altrettante lastre marmoree poggianti su travi scolpiti; al centro, sul lato frontale, campeggiava un’aquila ad ali spiegate che sosteneva un libro aperto in funzione di leggio, recante inciso sulle facce esterne l’anno dell’esecuzione:

+ANI/DNI/MLS/QUA/DRA/GES/IMO/IIN/DICO/VIIII.

Le iscrizioni presenti sui travi e alla base dei pilastrini sono state assemblate in modo da ricostruire l’intera epigrafe, recante appunto il nome di Acceptus:

+HOC/C MUNUS PARVUM CONFER/SIBI TU/ PIE MAGNUM -ATQUE POLIP/… AM SCANDERE FAC ANIMA

SCULPTOR ET ACCEPTUS BULGO/ SIC NO/MEN ADEPTUS -POSCIT UT AT/ …TIVI NULLO SENTIAT ICTUS

Dell’intera opera la parte più caratteristica e importante, da un punto di vista artistico e stilistico, è il leggìo, in forma di aquila, la cui simbologia rappresenta oggi la forza e la potenza delle maestranze pugliesi nel Medioevo. L’opera avrebbe fatto parte di un pulpito che originariamente si doveva trovare nella chiesa romanica, lateralmente all’altare di S. Michele. Sia il leggìo che altri frammenti superstiti dell’ambone, già reimpiegati in parte nell’altare del santuario, furono resi noti, per la prima volta, dallo studioso tedesco Wachernagel, all’inizio del XIX secolo, che, studiando la scultura pugliese medievale, ne intuì l’importanza storica ed artistica. L’opera è composta da un leggìo, dall’aquila, da una piccola maschera e da una colonnina. Il leggìo, come abbiamo detto sopra, si presenta in forma di libro aperto, su cui sono incise alcune lettere recanti la data dell’esecuzione (1040). Al centro del bordo, rivolto verso l’esterno, una piccola testa di leone con lunghi baffi striati, bocca semiaperta, occhi tracciati con segno sicuro. L’aquila, con le ali aperte, serra tra gli artigli una testa umana a sua volta sorretta da una semicolonna poggiante su una piccola base che si addossa ad un pilastrino. Il panneggio dell’aquila si presenta con squame sovrapposte rilevate al centro o sul collo e sulle gambe, con sottili solchi ondulati. La maschera umana sotto gli artigli dell’aquila si presenta con tratti molto marcati. Spiccano, in maniera espressiva, gli occhi, le palpebre sbarrate, la barba e i capelli.

Da quanto si evince dall’epigrafe sul leggìo e dalle iscrizioni di alcune travi dello stesso pulpito, l’opera andrebbe ascritta ai primi mesi del 1040, di cui autore fu Acceptus. Ma vediamo da più vicino chi era Acceptus e quale posto rappresenta nella storia della scultura nazionale. Una cosa è certa: Acceptus visse nello stesso periodo in cui era arcivescovo Leone Garganico (1020-1050) e quindi contribuì in modo efficace a quel rinnovamento culturale sociale che era il programma dell’arcivescovo. Il suo nome ricorre su altri pezzi scultorei appartenuti alla chiesa di Santa Maria di Siponto,

recante la data 1039 e sull’ambone della chiesa di S. Sabino a Canosa (1041), dove espressamente si riporta il nome dell'Acceptus. Da un punto di vista stilistico l’aquila di Monte Sant’Angelo, ha affermato la Belli D’Elia, “nei confronti dell’aquila sipontina, si nota però un raffinamento nell’esecuzione e un arricchimento in senso ornamentale dello schema. Marcatissime, invece, le differenze dall’aquila canosina, nei confronti della quale l’esemplare di Monte rivela uno slancio più accentuato, una più forte carica espressiva e una maggiore preziosità nel trattamento dei particolari” (Belli D’Elia 1975, p. 36). Da tutto ciò si ricava che Acceptus è un abile scultore e un fine artista. Egli era padrone dell’arte dello scalpello e del taglio netto e preciso. Afferma il Petrucci: “Acceptus appare padronissimo dello scalpello, come può vedersi specialmente nella lavorazione delle aquile e delle teste umane su cui queste poggiano i loro artigli, nonché in alcuni particolari d’impronta decisamente naturalista, i quali denunziano nell’autore un distacco consapevole dagli usati moduli bizantini e bizantineggianti ed un’attenzione personale al mondo che lo circonda, specie in terra garganica, dove si ha motivo di credere che abbia avuto la sua bottega” (Petrucci 1976, pp. 21-22). Acceptus, quindi, è l’iniziatore della grande scultura romanica in Puglia, proprio in quegli anni in cui ovunque trionfava l’arte bizantina. Egli, attraverso la sua scuola, creava le basi per un’arte nuova dove l’elemento indigeno fosse presente e caratterizzante. Ciò raggiungeva attraverso gli amboni, i quali si affermeranno in Puglia nell’XI secolo come necessità di culto.

Acceptus si liberava, quindi, dell’ornamentazione bizantina e del suo trascendentalismo per dare alle sue sculture nuova vitalità e più forza espressiva. I frammenti, sopra citati, sono i primi documenti della scultura pugliese nella prima metà dell’XI secolo. Le più antiche opere di scultura pugliese non ci avevano portato al di là dell’anno 1100. Invece gli amboni di Siponto e di Monte Sant’Angelo sono datati rispettivamente 1039 e 1040. Accetpus fu l’iniziatore di una nuova scuola scultorea nata in Capitanata e diffusasi in tutta la Puglia. Egli è il primo grande artista pugliese, non ultimo epigono di una estenuata antica cultura bizantina, ma primo artista romanico; cioè voce del nuovo spirito di rinascita delle città pugliesi e iniziatore, insieme ad altri artisti, di un complesso linguaggio creativo che proseguirà, crescendo, per tutto il XII secolo e oltre. Afferma Schettini: “Accetto nella nostra tradizione assurge a simbolo, ed il suo nome ha l’aureola della leggenda quasi in quel pauroso isolamento che lo circonda nell’oscurità dell’XI secolo...In lui è il primo distacco dal servilismo bizantino ed il primo baleno del nostro genio. Acceptus è il restauratore della nostra più genuina tradizione, che muove a differenziarsi in forme originali e possenti, fresche di nuova vitalità, audaci di un gusto soggettivo e soprattutto ricche di promesse per future possibilità espressive” (Schettini 1946, p. 85). L’Accetpus, nota l’Angelillis, riempie del suo nome tutta la sua epoca e i tempi susseguenti per la plasmazione di una nuova coscienza artistica forgiata nella sua scuola e trasmessa ai suoi successori. Acceptus quindi è l’iniziatore di una nuova epoca artistica. Con lui l’arte bizantina mostra i primi germi di decadenza, manifestatisi già con l’ambone del Duomo di Canosa della prima metà del secolo XI, dove Acceptus trattò quadrature e ornati con taglio fermo e con chiari partiti, contravvenendo, per la prima volta nella scultura pugliese, ai canoni bizantini dell’ornato e della stilizzazione.

Testo a cura di Giuseppe Piemontese

 

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