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Homo Viator: religiosità e pellegrinaggi

Published in Culto Micaelico Written by  Giugno 01 2017 font size decrease font size increase font size
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Il pellegrinaggio è l’esplicitazione, sotto una diversa motivazione, del viaggio, il quale fin dall’antichità è stata la prima forma di comunicazione, ed esso ha rappresentato, nella storia dell’uomo e quindi della civilizzazione, una continua sfida contro la natura, un’avventura e un desiderio nati da un forte bisogno di cambiamento e di fare nuove esperienze. Il suo simbolismo si riassume, in ogni epoca, nell’incessante ricerca della verità, della pace interiore, dell’immortalità, quasi nella ricerca e nella scoperta di un centro spirituale che desse vigore e senso all’intelligenza umana, tramite la conoscenza. Per questo, fin dall’antichità, l’uomo ha dedicato al viaggio gran parte della sua vita, scoprendo nuovi popoli e creando le basi per la nascita e lo sviluppo di nuove civiltà e di nuove culture. Attraverso il viaggio l’uomo ha cercato di allargare il proprio orizzonte territoriale e spirituale alla ricerca del nuovo e del non conosciuto. Con esso l’uomo esprime il suo bisogno di mutamento, quel desiderio di rompere gli schemi stereotipati della vita quotidiana, di uscire fuori dall’anonimato, di espandersi, di rinnovarsi interiormente e di arricchirsi di nuove conoscenze e di nuove esperienze. Nel viaggio l’uomo vuole identificare la sua voglia di immortalità, di oltrepassare il limite della sua finitezza, alla ricerca di un qualcosa che lo possa proiettare verso la fama e la conquista della notorietà. D’altronde con la partenza l’uomo si spoglia delle sue relazioni contingenti, dei suoi doveri consueti, per entrare in uno spazio di libertà, di disordine mentale che è l’equivalente del mutamento e quindi della vita che scorre attraverso la coscienza di essere sempre giovane e di rinnovarsi continuamente.

Nell’antichità il viaggiare è un’esigenza di conoscenza del territorio,   un allargamento conoscitivo della propria cultura e della propria civiltà, in cui mito e realtà, a volte, si fondono tra di loro, dando origine alle grandi epopee storiche dei viaggi di Gilgamesh, di Ulisse e di Enea. Nel viaggio c’è l’essenza stessa del vivere umano, che si manifesta come conquista di nuove conoscenze e di nuove esperienze, quasi a riassumere quell’ansia prepotente di ricerca di verità. I Greci sono stati, forse, i primi a individuare nel viaggio lo strumento per allargare i propri confini, non solo territoriali, ma soprattutto mentali, spirituali e culturali. Non per altro la civiltà greca è sorta lungo le rotte del mare Egeo, che non è altro che una parte del Mediterraneo, su cui si formano le grandi civiltà dell’antichità. Il viaggio, inoltre, è un susseguirsi di prove da superare, quasi a sfidare la natura stessa dell’essere umano oltre a quella ambientale. In ciò l’antichità è stata maestra di vita, in quanto, in Ulisse, per esempio, c’è il tentativo di trovare un ordine, di riportare armonia tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e gli dei, quasi un segnale di uscita dal mondo mitico per entrare nel mondo della realtà.

Nella nascita della cultura greco-romana il rapporto tra terra e mare ha un ruolo fondamentale, quasi un’omologia strutturale, in cui il mare, più che dividere, unisce in una unica dimensione le coste delle terre ferme, creando così un unico continente con la medesima cultura e civiltà. In questo senso il Mediterraneo, di cui la Grecia è il simbolo, “è un luogo di incontro e di scontro, in cui la guerra, il commercio, il viaggio e l’esplorazione si alternano, si accavallano, fino a diventare indistinguibili. Luogo impossibilitato a chiudersi, società aperta e di frontiera, una “città liquida” condannata ad aver dentro e a conoscere il rapporto e il conflitto, terra grande proprio perché terra minore, terra costiera, lontana dal solipsismo dei continenti”. Visto in questa dimensione, il Mediterraneo, quale luogo dell’immaginario greco e poi romano, è stato la culla delle grandi civiltà, dove popoli e culture si sono da sempre incontrati, mescolati e diffusi: incontri e scontri che hanno fatto la storia del mondo, creando così la fusione e nello stesso tempo la singolarità e originalità delle culture e civiltà occidentali ed orientali. In questo crocevia fra le diverse civiltà occidentali ed orientali la Puglia, e con essa il Gargano, è stata, ed è ancora tuttora, luogo ideale di approdo, di incontro fra popoli e culture diverse, una parte sempre aperta sul Mare Egeo e sulle coste africane, un laboratorio di accoglienza, per elaborazioni e sintesi di civiltà.

Sia per i Greci che per i Romani viaggiare significa commerciare, conoscere paesi lontani, partecipare alle feste, visitare un santuario. Lungo le strade dell’Impero romano viaggia, infatti, una grande quantità di mercanti, viaggiatori, burocrati, corrieri della posta imperiale, turisti. La strada è l’elemento connettore dell’Impero, la cui unità è assicurata proprio dalla fitta rete stradale, così ricca e precisa nell’unire tutte le regioni e i popoli che ne fanno parte.

Il Medioevo eredita interamente il sistema viario romano, ricalcando il tracciato delle vecchie strade consolari, su cui si svolgerà il pellegrinaggio cristiano. Fenomeno che per la verità non nasce con il cristianesimo, in quanto sia i Greci che i Romani si recavano spesso a visitare i loro santuari, fra cui famosi quelli di Delfi e di Epidauro, ritenendo che solo a contatto con la divinità l’uomo   poteva entrare in comunicazione con il divino e catturare, a suo vantaggio, una potenza e un’energia superiore che egli percepisce come soprannaturale. Solo con il cristianesimo, tuttavia, il concetto di viaggio acquista una dimensione più vasta e più completa, quasi come un elemento connaturale all’esistenza umana. In questo senso il viaggio stesso acquista una dimensione soprannaturale, identificandosi con il concetto stesso di pellegrinaggio. Da questo momento il viaggio viene inteso solo come pellegrinaggio, cioè come ricerca del sacro, del divino, un desiderio di andare oltre l’esistenza, un trascendere la precarietà della vita materiale di ogni giorno, per affidarsi totalmente all’Altro, sentendosi così protetti da un’entità superiore e sperando che, accolto nelle sue “grazie”, possa guarire i mali interiori ed esteriori.

Varie sono le motivazioni che spingono i pellegrini a intraprendere il viaggio verso i luoghi santi, e possono essere di ordine psicologico e sociale, oltre che spirituale e culturale. Fra le motivazioni psicologiche e sociali possiamo annoverare delle radici comuni che spingono l’uomo a intraprendere il pellegrinaggio, fra cui   il bisogno   di sacro, il desiderio di felicità, la ricerca della verità filosofica, il bisogno di espiare i propri peccati e le proprie colpe, la paura del futuro, cioè di vincere la precarietà della vita, tentando di agire sugli eventi, ringraziandosi e placando le divinità con voti e sacrifici ed infine la paura della morte, sempre in agguato, specie per chi è in viaggio.

Generalmente, però, una delle risposte più accreditata è quella che l’uomo ha avuto sempre una forte sete di assoluto, un bisogno prepotente di sacro, che spesso è collegato alla ricerca e al desiderio di felicità. Tutto ciò fa scoprire che nell’uomo vi è una dimensione spirituale insostituibile, che diventa più preponderante specie nei momenti di transizione, cioè allorquando la fiducia in se stesso o nella scienza si indebolisce, oppure nei momenti in cui i valori che si sono conquistati attraverso la civiltà, vengono a perdere di consistenza, e quindi non hanno più la loro funzione di guida e di sicuro ancoraggio esistenziale. Ed ecco allora che l’uomo sente il bisogno di rivolgersi verso qualche cosa che possa sostituire il reale, il visibile, attraverso l’invisibile e l’altro da sé.

La ricerca dell’assoluto, inteso come Altro, diventa, quindi, l’elemento base per la nascita del pellegrinaggio, che proprio nel Medioevo ha il suo massimo sviluppo. Del resto, specie nel Medioevo, le motivazioni sono legate alla stessa dimensione spirituale e religiosa dell’esistenza umana, che è caratterizzata dalla presenza assidua e incessante della Chiesa, e quindi del sacro, che regola il tempo dell’uomo attraverso le funzioni ecclesiastiche. Infatti, ogni atto dell’uomo medievale, la cui figura emblematica è l’”homo viator”, è scandito dal pensiero fisso che la meta finale dell’esistenza è il raggiungere, attraverso le opere, il cielo, e quindi ogni umana azione deve essere compiuta come se l’uomo sia in terra un viandante alla ricerca della strada per ritornare a Dio, suo creatore. In questo senso la vita umana è un continuo peregrinare verso i “luoghi dell’Infinito”, che sono i santuari e le chiese, dedicate a Dio, alla Madonna e ai Santi. Infatti il cristiano del Medioevo si riconosce perfettamente nella figura del pellegrino, “poiché l’esperienza del pellegrinaggio, annullando per un determinato periodo di tempo quei fenomeni (luogo natio, casa, famiglia) nei quali l’uomo tende naturalmente a mettere radici, permetteva di tradurre in termini reali il fatto che tutti siamo “advevae et peregrini”, in cammino verso il regno dei cieli”.

Ma analizziamo, da più vicino, i vari significati del pellegrinaggio cristiano, rapportandolo al pellegrinaggio legato al culto di San Michele, sorto sul Gargano nel V secolo d. C. All’origine il culto micaelico garganico, in riferimento anche alle caratteristiche peculiari del culto in Asia Minore, in cui l’Arcangelo Michele appare come taumaturgo e patrono delle acque curative,   mantiene le stesse caratteristiche orientali e cioè come un culto essenzialmente naturale e risanatore, e il pellegrinaggio che si sviluppa ha caratteristiche prettamente popolari, in quanto il culto, così come in Oriente, è diffuso soprattutto negli strati sociali meno abbienti. Successivamente, con i Longobardi, il culto acquista valenze prettamente guerriere, tanto da diventare il patrono della nazione longobarda.   “I dati che se ne possono ricavare, afferma A. Petrucci, sembrano dimostrare, infatti, che, almeno sino alla fine del X secolo, quello garganico fu un pellegrinaggio mantenuto prevalentemente nell’ambito della religiosità popolare e mosso da diversi, ma complementari, intenti: quello devozionale, quello genericamente penitenziale e quello tendente all’ottenimento di qualche grazia particolare: sia la purificazione dei peccati, sia il risanamento fisico erano ritenuti, infatti, effetti raggiungibili mediante la visita alla grotta miracolosa”. Tutto ciò si inquadra in quella società garganica prettamente agricola, basata cioè su una economia di base agro-pastorale, in cui la religiosità popolare di massa ha caratterizzato sempre la vita sociale, economica e politica delle genti meridionali.

Successivamente, “tra la fine del X e la prima metà dell’XI secolo, in quel terribile periodo, cioè, che vide l’Italia meridionale sconvolta dal disfacimento dei principi longobardi, dalla ripresa e quindi dal rovescio definitivo della dominazione bizantina, dalla conquista normanna, infine, il santuario garganico venne assumendo un significato simbolico sempre più preciso. Esso appare infatti, sia ai potenti che vi si recavano sempre più numerosi, sia alla mentalità comune, presso la quale l’immagine dell’arcangelo “imperator” si veniva definitivamente sostituendo a quella del nume delle forze naturali, come il luogo più adatto per ricevervi l’investitura del supremo potere sull’intera Italia meridionale continentale”.

Così il Gargano, con il santuario di S. Michele, diventa un centro di primaria importanza per quanto riguarda il pellegrinaggio cristiano, oltre che centro politico di grande rinomanza. Lungo le sue vie si riversano migliaia di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Asse portante di due mondi, quello occidentale e quello orientale, il santuario garganico rappresenta, nel processo di cristianizzazione, un punto focale, un traguardo ambito di   predominio e di civilizzazione.

Se un tempo l’importanza del culto si rilevava dalla grandezza più o meno dei suoi “pellegrini” , oggi essa si misura sulla portata del fenomeno, che acquista rilevanza nella presenza massiccia dei fedeli diretti al santuario. Questo fenomeno di partecipazione si esprime, oggi, come ieri, tramite le “compagnie”, che numerose si riversano lungo le pendici del Gargano. Afferma il Tancredi: “Nel mese di maggio la città sacra dell’Arcangelo assume un nuovo caratteristico aspetto per la venuta di migliaia di pellegrini che giungono in gruppi pittoreschi, in drappelli numerosi, in compagnie interminabili da tutte le regioni meridionali. Chi vuol avere la sensazione della vera fede, venga quassù ed osservi le strade carrozzabili, gli impervi sentieri, le coste dei monti dove giovani e vecchi, uomini e donne con grossi involti sul capo, con le scarpe e le uose in mano, sgranando il rosario, salgono in lunghe file serpeggianti, oppure dispersi per le diverse scorciatoie come branchi di pecore pascenti, cantando interminabili litanie”.

Oggi questa tradizione si rinnova attraverso il “cammino” delle varie compagnie che periodicamente, da maggio a settembre, si dirigono verso il sacro monte, per venerare l’Arcangelo Michele: compagnie di fede e di devozione, provenienti dalle varie regioni d’Italia, tutte con la loro particolare ritualità. Provengono dalla Ciociaria, dalle zone interne degli Abruzzi e del Molise, dalle provincie di Avellino e Benevento, dalla Lucania, dalle provincie di Bari e da tutta la Capitanata. Fra le più famose compagnie di pellegrini citiamo quelle di Boiano (Ch), Atina (Fr), Genzano (Pz), Motta Montecorvino (Fg), Bitonto (Ba), Terlizzi (Ba), San Marco in Lamis (Fg), Vieste e Peschici. Tutte adottano un loro rituale, legato alla loro terra di origine, ma anche alla loro storia e alla loro cultura religiosa.

Purtroppo il fenomeno della religiosità popolare, con tutta la sua ritualità magico-sociale, non è stato ancora analizzato a fondo, nel suo significato e nella sua simbologia. Ancora, cioè, siamo rimasti a considerare il pellegrinaggio come espressione di eventi religiosi e storici, senza alcun rapporto con la ritualità gestuale del pellegrino. Ritualità che deve essere vista non solo, in rapporti al sacro e al religioso, ma alla stessa cultura agricolo-pastorale del Meridione.

Ma il pellegrinaggio garganico, ha avuto ed ha ancora oggi, altri significati e altre valenze, come quello sociale e quello culturale. A nessuno sfugge il ruolo sociale del pellegrinaggio per l’apertura di nuove strade, di nuovi ospizi e per la creazione di nuovi mercati. Infatti, generalmente tutte le strade del pellegrinaggio, da quello di Santiago di Compostela, a quello della Via Francigena, presentano numerosi ospizi e ricoveri per pellegrini. ”Tradotta in termini antropologici, afferma G. B. Bronzini, la funzione del convento-ospizio va considerata come tappa e stazione che rinforza l’associazionismo tra i gruppi di pellegrini di diversa provenienza, non solo sul piano sociale, ma anche culturale, dando carica creativa alla loro devozione itinerante e promuovendo la loro interculturazione. Proprio queste soste convenzionali consentivano la comunicazione e la trasmissione culturale fra le compagnie, con la lievitazione di storie miracolate o richiedenti la grazia e l’esecuzione ed elaborazione di canti e inni religiosi. Una sorta di performance che il trovarsi insieme, allo stesso punto del viaggio, diretti al medesimo luogo, per uno stesso scopo devozionale, alimentava in senso comunitario”.

Infine è da evidenziare il carattere prettamente culturale che il pellegrinaggio ha avuto nella nascita di quella che è stata la stagione d’oro dell’arte romanica. Infatti diversi studi, da quello K. Porter, a quelli di È Mâle, hanno evidenziato lo stretto rapporto fra l’arte romanica e il pellegrinaggio, specie dopo l’XI secolo, allorquando, in tutta Europa,   si manifesta una generale ripresa della vita sociale ed economica. E’ il momento in cui il mondo occidentale si riveste della “bianca veste di nuove chiese”, come scrive Rodolfo il Glabro. A questo proposito notevole è stata l’abilità costruttiva e lapidea degli artisti pugliesi nella elaborazione di elementi artistici provenienti dall’Oriente, dalla Terra Santa, dal mondo lombardo, dalla Borgogna e non ultimo dalla tradizione culturale locale. Il pellegrinaggio attua, tramite la sua carica vitale, quel movimento rigeneratore che si manifesta non solo nella creazione di nuovi centri spirituali, vedi chiese, santuari e monasteri, quanto nella creazione di una nuova arte europea, quale è l’arte romanica, il cui linguaggio si afferma proprio sulle strade del pellegrinaggio, lungo le tappe che portano ai santuari. “Intorno alle principali vie di pellegrinaggio, afferma il Ragghianti, si irraggiavano capillari collegamenti con centri politici e conventuali, e su di esse scorreva un traffico misto, oltre ai pellegrini, di gruppi d’arme, di maestranze itineranti, di mercanti e contadini facenti capo a fiere annuali e mercati locali, nonché dei regolari che si spostavano da un convento all’altro, degli studenti e dei maestri, anch’essi spesso percorrenti, in tappe molteplici, i centri più rinomati...Tale complessa rete viaria e marittima, con le implicazioni di scambi e moltiplicazioni di esperienze di ogni genere, ma certo prevalentemente visive, veniva a costituire in effetti un tramite di irradiazione dei processi artistici e culturali svolti nei centri religiosi, costellanti le vie di comunicazione e oggetto di esperienze reciproche per gli artisti di linguaggi figurativi i più disparati”. In questo senso la strada diventa, per tutto il Medioevo, una via culturale, i cui frammenti possono ancora essere ricomposti, sia nei centri di maggior importanza, sia nelle regioni più dimenticate, lontane dalle vie di traffico. “Il mondo medievale, afferma ancora il Ragghianti, era in effetti caratterizzato da una straordinaria mobilità di gruppi etnici, militari, religiosi, mobilità che deve essere inquadrata in una rete viaria assai articolata, entro cui va colta esattamente la primaria funzione del Mediterraneo come tramite di rapporti culturali e politici, oltre che commerciali. Ricordiamo i rapporti reciproci tra le coste adriatiche e tra queste e l’area bizantina, e quelli tra l’area di cultura copta e di cultura islamica e l’Europa, cui si aggiungono quelli attraverso il mare del Nord con le terre scandinave. La rete viaria, estesa a cogliere le nuove esigenze legate a fatti storici e a fenomeni di culto, collegava i principali centri politici, ma anche i principali santuari, luoghi di culto e mete frequenti di pellegrinaggi, caratteristico fenomeno del “culto della pietà” che interessava tutti i livelli delle popolazioni. I percorsi tra i principali Luoghi Santi, come Gerusalemme, Roma, Santiago di Compostella, venivano in effetti a costituire una ineguagliabile fonte di esperienze visive, di incontri, di scambi di problematiche e di cognizioni. Nel loro percorso, che si intersecava con strade di accesso a santuari locali, e che moltiplicava i tracciati stradali, riattando i vecchi e aprendone di nuovi, brulicava una umanità disparata per cui il pellegrinaggio, al di là del significato penitenziale ed escatologico, costituiva una esperienza eccezionale”.  

Tutto ciò crea le basi per l’unificazione dell’Europa medievale, che si caratterizza attraverso un’unica cultura e un’identica civiltà, e il pellegrinaggio, con i suoi itinerari, costituirà l’elemento unificante dei popoli europei, che si occidentalizzano grazie a quel continuo “vagabondare”, foriero di nuove esperienze e di nuove conquiste sociali e culturali.

Oggi, dopo decenni di secolarizzazione della vita sociale e culturale, in cui la ragione, la scienza e la tecnica non sono riusciti a soddisfare il senso della vita, né a dare un significato all’esistenza dell’uomo, assistiamo ad un ritorno del sacro, ad una nostalgia dell’Assoluto. L’uomo, cioè, sente la necessità di evadere dal proprio ambito socio-culturale, per allargare il proprio orizzonte al di là della propria quotidianità, acquisire, cioè, una sicurezza interiore, una consolazione spirituale, che non può ricevere nell’ambito del pensiero filosofico, che è razionalità e nello stesso tempo pragmatismo. Ed ecco allora che l’uomo moderno, così come, prima, l’uomo medievale, si trasforma in uomo pellegrino, alla ricerca della propria identità culturale e spirituale. Per questo   il significato del pellegrinaggio presuppone un desiderio profondo di cambiamento interiore, che è nello stesso tempo una rinascita, l’identificazione con un simbolo, l’affermazione di nuovi valori, in cui riconoscersi e confrontarsi, la ricerca di una comunitas con cui stabilire una relazione profonda, basata sulla solidarietà e sulla ricerca di qualcosa che prescinde la propria esistenza terrena. Tutto questo è alla base del pellegrinaggio, il quale diventa, in ultima analisi, il viaggio dell’uomo verso la ricerca dell’Assoluto, da cui, poi, in definitiva, nasce il senso religioso della vita.

Testo a cura di Giuseppe Piemontese

 

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