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Domenico Di Iasio, Dark Age...

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DOMENICO DI IASIO, Dark Age. Per una rinascita dell’umano  Andrea Pacilli Editore, Manfredonia 2016

Luci e ombre dell’età contemporanea fra nuovi totalitarismi e sviluppo economico

La contemporaneità di Domenico di Iasio viene vissuta in un percorso culturale, in cui l’attualità si manifesta attraverso l’analisi storico-filosofica degli avvenimenti di oggi, tanto da giungere alla loro radice, in quello che Isaiah  Berlin chiama "il legno storto dell’umanità". Infatti già nei suoi primi libri, fra cui dobbiamo ricordare innanzitutto  L’ègida di Atena. Per una critica dell’ideologia dello sterminio (1996), egli poneva al centro della sua ricerca le origini dell’ideologia dello sterminio, per poi passare al rapporto problematico fra  L’io e l’altro (2003), in un percorso di conflittualità collettiva, soffermandosi in seguito sulla questione della povertà in  Ri-pensare  la povertà (2007) e   sul fenomeno della globalizzazione   in La globalizzazione e il suo limite  (2009), mettendo in risalto i lati negativi del capitalismo e del libero mercato. Un percorso, quindi, di grande attualità, tanto da fare dell’Autore, un esponente di una certa importanza nell’ambito di coloro che si pongono in maniera critica verso la globalizzazione e lo sviluppo legato all’economia della finanziarizzazione dei mercati. Argomento che è stato rielaborato negli ultimi suoi libri intitolati:  Per un’economia umana (2013) e La virtù dell’altruismo (2015),  con quella sua netta divaricazione fra sviluppo locale e globalizzazione, fra capitalismo e alterità, alla ricerca di una dimensione umana dell’economia, che ormai ha sostituito la politica, basata sul confronto e sul rispetto della persona, in nome di una rinnovata “virtù dell’altruismo”, che purtroppo stenta ad affermarsi. Del resto gli eventi a cui stiamo assistendo, in questi ultimi anni, ci portano verso un mondo sempre più complesso, come afferma Edgar Morin, in cui la realtà si mostra nella sua più completa ambivalenza, fra vita e  morte, fra luci e ombre, fra libertà e costrizioni di ogni genere, fra desiderio di giustizia e mancanza di legalità. Il tutto a discapito del mondo reale, in cui sempre più si mostrano forme di disaggio mentale e di violenze inaudite.  Su questo aspetto e sull’insorgenza di nuovi totalitarismi contemporanei,  Domenico di Iasio ha pubblicato il suo ultimo libro intitolato Dark Age. Per una rinascita dell’umano  (Andrea Pacilli Editore, Manfredonia 2016).  Un testo pensato più di vent’anni fa, allorquando era vivo il filosofo Giuseppe Semerari, ed oggi rielaborato in base all’attualità e quindi agli eventi che hanno purtroppo alla radice ancora forme inaudite di violenze e di stermini. Per l’Autore, infatti, viviamo ancora in un’”età “oscura”, da cui il titolo del libro  Dark Age, in cui vi sono ancora forme ideologiche di sterminio e di sangue. Evidentemente ci portiamo addosso il retaggio ideologico-politico del “secolo breve” e quindi del Novecento, con i suoi totalitarismi e le sue forme estreme di violenza, di cui esempio tragico è stato lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti.  Domenico di Iasio è convinto che “l’Occidente non abbia dato grandi prove di emancipazione critica e politica dal passato, che rimane lì sempre vivo e vegeto, come fuoco che cova sotto la cenere”. Del resto è sotto gli occhi di tutti i massacri di Srebrenica e del Ruanda, con circa un milione di tutsi massacrati dagli hutu, mentre oggi siano sotto l’attacco feroce dei Jiahadisti, con morte innocenti e massacri di ogni genere. Per questo il nostro mondo, secondo Günther  Anders, diviene giorno dopo giorno sempre più oscuro (Dark). E tutto ciò nel silenzio assordante che proviene dalle nostre tenebre, alla ricerca di una nuova luce o di un nuovo  spiraglio di speranza. Né la filosofia può oggi farci riflettere sul “logos”, per portare un po’ di luce in un mondo pieno di tenebre.

Evidentemente, afferma D. di Iasio, la cultura occidentale ancora non ha rimosso “l’età della violenza” (il Novecento), con i suoi vecchi e nuovi totalitarismi e le sue forme estreme di sterminio.  Non c’è stato, in altri termini, un percorso di autocritica, né in Italia, né nel mondo occidentale. Forse solo in Germania ciò è avvenuto, in quanto essa ha fatto una profonda riflessione sul senso di colpa. Del resto quanto sta avvenendo in Africa e nel Medio Oriente, non sono è altro che le conseguenze della politica occidentale, fra cui gli Stati Uniti, nei confronti dei paesi ex colonizzati, che ancora evidentemente non hanno conosciuto il senso pieno della democrazia e della libertà. Anche se in tutto ciò, per diversi popoli, la religione costituisce ancora un freno verso la democrazia e la libertà individuale e collettiva. Ed allora, si chiede l’Autore: Cosa fare? Certamente bisogna iniziare ad aprire “un dialogo interreligioso e interculturale che, se preso sul serio, potrebbe costruire oggi il terreno vero della conciliazione e di un rapporto umano in un mondo umanizzato. Perché la disumanizzazione del mondo, ribadiamo, altro non è che il frutto acerbo del  misconoscimento dell’altro  e dell’esclusione”. Purtroppo viviamo  in un mondo ancorato alla prima Crociata (1105), la cui ideologia condiziona e determina lo svolgersi dell’età oscura, attraverso i cosiddetti fondamentalismi e gli odi di parte. Un'ideologia dell’esclusione e dello sterminio, anche se nel Corano si parla di “Dio perdonatore e misericordioso”. Quasi che l’uomo, sia quello cristiano che quello musulmano, sia ancora macchiato del “peccato originale”. Tutto questo, da quanto si legge nel libro di Domenico di Iasio, scaturisce da vari fattori e da varie cause, fra cui l’indifferenza, che nasce dall’aridità di sentimenti nei rapporti umani, da una economia  criminale, dal mondo del Web (M. Castells), dalla società dello spettacolo (G. Debord), dall’uomo superficiale (V. Andreoli). Indifferenza anche verso tutto ciò che ormai è all’ordine del giorno, in cui fa da padrone la cronaca  nera o le uccisioni di innocenti senza nome e senza volto. E tutto ciò a volte nell’indifferenza totale e nella più completa mancanza di partecipazione al dolore dei familiari. Da tutto ciò nasce la domanda: Se questa indifferenza  sia innocente e non abbia colpa?

Evidentemente siamo davanti ad un “pensiero debole”, che il filosofo Gianni Vattimo ha delineato nei suoi libri. Un mondo debole in cui fanno da padroni solo i violenti e la gente senza scrupoli, che si infiltra anche, attraverso i persuasori occulti, nella vita reale della gente, tanto da incidere negativamente nella loro vita e in quella dei popoli. A tutto ciò si aggiungono forme estreme di terrore, frutto di secoli di lotte interreligiose e di interculture fra il mondo occidentale e il mondo islamico. Una divaricazione che non si è mai rimarginata, né è stata superata da un vero e proprio dialogo e incontri. Un terrorismo che diventa da una parte ideologia religiosa, e dall’altra parte ideologia politico-culturale ed economica, che si fa Stato e quindi potere assoluto.  E tutto ciò contro ogni logica di pietà verso l’avversario, che viene visto come nemico e quindi come simbolo da abbattere. Quindi una “giustizia” punitiva, che nega ogni forma di pietà e di solidarietà fra i popoli. Tutto questo diventa funzionale allo scopo, che è quello di abbattere l’altro e la sua civiltà e la sua cultura, in un processo di de-umanizzazione dell’alterità. Quasi che, secondo l’Autore, stessimo ritornando all’indietro nella storia, al tempo del nazismo, dove l’alterità era  considerata come  una “cosa” da distruggere e fare scomparire.

Un processo di morte, che forse solo da Nelson Mandela (+2013) è stato superato,  attraverso  il “riconoscimento anche al nemico la comune umanità”. A questo punto Domenico di Iasio pone la sua attenzione sull’”anomalia italiana”. In che cosa essa consiste? Innanzitutto sulla mancanza di una vera e propria cultura del dialogo e quindi dell’inclusione. Mancanza che si riflette nella vita quotidiana della gente attraverso azioni di insensata violenza gratuita su minori e su gente diversa dal proprio ambiente . E tutto questo in un contesto politico in cui vi è solo sottocultura o cultura televisiva generalista. Una cultura superficiale, in cui il gesto di una violenza è paragonabile ad un accidente causato per caso, senza una sua spiegazione plausibile.  Una società, quella italiana,  in cui le regole valgono solo per gli altri e mai per se stessi. Aspetto che, secondo l’Autore, è stato studiato anche da Leopardi nel suo  Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani del 1824, ma pubblicato postumo per la prima volta nel 1906.  Secondo Leopardi in Italia, non vi è moralità, in quanto vi regna indifferenza, insensibilità e mancanza di immaginazione. Le stesse pecche che ancora oggi perdurano nei costumi e nell’abitudine della gente. Quasi a rievocare L’uomo senza qualità  di Robert Musil.

In questo senso, secondo di Iasio, la funzione della filosofia, come strumento di riflessione sulla dignità dell’uomo in una società tanto complessa, non si è ancora esaurita. Funzione che solo la scuola può dare e trasmettere. Mancanza, quindi, di immaginazione, che purtroppo si manifesta non solo nella vita di tutti i giorni, ma soprattutto in campo produttivo.  Immaginazione intesa come conoscenza  del mondo, così come ci appare e che, però, in sé può essere diversamente. Immaginazione come pensiero puro, come conoscenza, in cui tutto diventa opinabile e quindi degno di essere cambiato e trasformato secondo le esigenze  dell’uomo. Esigenze di ordine morale, culturale ed economico. Immaginazione di essere come parte di un mondo che diventa di proprietà assoluta del proprio essere, in un rapporto simbiotico con la natura e con il mondo. Allora, si chiede l’Autore: È possibile  un “altro” mondo? Cosa è? L’Autore non è troppo convinto di ciò, anche perché la violenza oggi nasce su un piano diverso dal passato, non più contro un nemico specifico, ma contro “il diverso, misconosciuto come persona umana” ritenuta del tutto superflua. Per questo assistiamo ad un processo di decotomizzazione, che porta poi alla fine ad un processo di disumanizzazione. In altrui termini oggi “il genius  umano si è così dicotomizzato in due   species  diverse e contrapposte, in competizione reciproca”, tanto che oggi la contemporaneità si basa più che sull’unità di pensiero, quanto sulla sua differenziazione. Assunto che ritroviamo anche nell’ideologia femminista, creando così i presupposti per condannare il feminicidio, quale espressione della cultura della differenza. Del resto la stessa  apartheid nel Sudafrica non è stata altro che l’espressione della cultura della differenza. Scopo di ogni cultura, invece,  è ricucire l’unità di genere infranta. In questo senso “oggi è il tempo di operazioni concettuali e politiche innovative, è il tempo di pensare un “altro” mondo possibile. E un tale mondo non può che edificarsi sul riconoscimento delle differenze in contesti dialogici sempre più estesi”. In questo caso un bell’esempio è stato il processo distensivo fra Cuba e Stati Uniti.  Purtroppo “nel pensiero moderno della differenza, ritornano sempre puntuali il concetto di razza e la critica dell’Illuminismo inteso come apologia di un’entità, la ragione, comune a tutti gli esseri umani”. Ragione che, secondo molti studiosi,  ha causato, sul piano politico-culturale, diverse conseguenze nefaste, tanto da imputare alla ragione  le origini dei totalitarismi del Novecento, dal nazismo al fascismo, fino al comunismo, attraverso la cosiddetta teoria della “volontà generale” (J. J. Rousseau). In questo senso la cultura occidentale, in nome della superiorità della razza, ha avvallato lo sterminio degli Indios sudamericani e poi lo sterminio degli Ebrei ad opera dei nazisti.

A questo punto l’Autore passa a criticare l’attuale mondo finanziario attraverso la figura simbolica della volpe nel pollaio, riportando le parole di Tzvetan Todorov, il quale afferma: “L’economia è diventata indipendente e ribelle a qualsiasi potere politico, e la libertà che acquisiscono i più potenti è diventata la mancanza di libertà dei meno potenti. Il bene comune non è più difeso né tutelato, né se ne pretende il livello minimo indispensabile per la comunità”. Per cui il pericolo reale è quello di “una libertà eccessiva di pochi che impedisce l’uguaglianza di tutti”. È la legge della globalizzazione, con cui un piccolo gruppo di superpotenti e straricchi determina il corso economico delle nazioni, condizionando la vita reale della gente. Né il processo di privatizzazione,  avviatosi in questi ultimi decenni, ha portato un miglioramento nel campo sociale ed economico, tanto da smantellare progressivamente il sistema del Welfare State, costruito negli anni Sessanta e Settanta, grazie all’apporto del sindacato, attraverso le conquiste sociali ed economiche. Da tutto ciò è dipesa un’eccessiva libertà del sistema economico basato sul laissez-faire  e quindi sulla libertà del libero mercato e del neoliberalismo. Una libertà nociva alla morale e alla governance del mondo, tanto da incidere profondamente anche sull’autorità delle Nazioni e sulla loro libertà di decisione in campo economico e politico. In questo senso, si può affermare che oggi la crisi economica in atto, più che basata sulla disponibilità della ricchezza e sulla produzione, è basata sulla crisi finanziaria. Afferma D. di Iasio: “L’idea  laissez-faire è diventata una vera ideologia, un’infrastruttura culturale finalizzata a coprire gli interessi egoistici di pochi straricchi faccendieri”. E  purtroppo tutto ciò sta producendo nel mondo disuguaglianze estreme a livello globale, e nello stesso tempo fame e miseria, specie in alcuni strati sociali, che sono fuori dalla logica del profitto e quindi della ricchezza, la quale si concentra solo in poche mani, lasciando fuori la maggior parte della popolazione mondiale. Vedi per esempio la popolazione africana, la cui povertà è passata dall’11% di alcuni decenni fa, al 66% di oggi. E tale fenomeno per forza produrrà una massiccia migrazione dall’Africa verso i paesi europei.

Successivamente l’Autore passa ad esaminare il problema dell’Illuminismo e delle sue conquiste in campo sociale e politico. Conquiste che per quanto riguardano i principi di libertà, uguaglianza e fraternità, hanno creato le basi per uno sviluppo democratico della civiltà occidentale, tanto da creare le premesse per uno sviluppo economico-scientifico in maniera diffusa e ugualitaria. Rivoluzione che purtroppo non ha toccato il mondo islamico, tanto che oggi ci troviamo di fronte al rifiuto sistematico della cultura occidentale e quindi dei suoi principi di libertà e di democrazia. Tuttavia, secondo D. di Iasio, tali principi, oggi, sono stati traditi, in quanto ci si è andati verso una disumanizzazione del mondo e quindi un tradimento della cultura dei Lumi. Del resto, l’atteggiamento che l’Occidente mostra verso il fenomeno migratorio è la dimostrazione della disumanizzazione dell’accoglienza e quindi del rifiuto. Rifiuto che purtroppo genera morte e quindi discriminazione a tutti i livelli. In un certo qual modo ci troviamo di nuovo ad affrontare il problema del razzismo e quindi l’insorgenza di forme nazionaliste che negli anni Trenta e Quaranta hanno portato alla nascita del nazismo. Nazismo di ieri, nazismo di oggi. In questo senso, secondo l’Autore, bisogna intraprendere la strada di creare ancora delle “utopie”,  basate sulla moralità e sulla eticità di comportamento della gente e delle nazioni. Per cui D. di Iasio condanna ciò che lo scrittore Houellebecq vuole farci intendere attraverso l’islamizzazione dell’Occidente. Così come del resto critica la nascita di un neoumano, proposto dallo scrittore francese, che annullerebbe ogni sembianza e dignità della persona, a favore di un post-umano, privo di libertà e di solidarietà. Quasi una  macchina  tout court.  In altri termini D. di Iasio rifiuta l’assunto sociologico e filosofico, oltre che politico di Houellebecq, per affermare nuove categorie mentali che ci possano spingere verso un progresso basato sulla interculturalità.  

E per fare questo bisogna vincere le ombre che vengono dall’irrazionalismo e dal fanatismo religioso e quindi sconfiggere la  Dark Age.  “Oggi è il tempo, invece, di andare oltre, oltre i confini angusti della  Dark Age. Oggi è il tempo del  mixage interetnico, della relazione e non dello scontro”. In questo senso bisogna abbattere o limitare la società dello spettacolo, la stessa che oggi viene costruita e diffusa dai media, in cui tutto ci appare in una luce sfavillante, mentre in profondità vi sono gravi problemi di ordine sociale e culturale. Infatti, secondo Guy Debord,  la società dello spettacolo determina, non solo il mondo del consumismo, ma anche le scelte a livello politico e culturale. Anzi essa assorbe ormai in sé la crudeltà odierna, attraverso la spettacolarizzazione della propaganda dell’Ibis. E questo grazie ai mass media e al Web, che è diventato il vangelo di diffusione delle immagini e dell’informazione. Del resto se l’Ibis è forte, lo deve soprattutto alla forza delle immagini. Anche se D. di Casio è convinto che la scienza e quindi la razionalità tecnologica sono superiori alla cultura della morte. Purtroppo bisogna constatare che “la Dark Age trova un  humus favorevole alla sua crescita nelle pieghe più tortuose della società virtuale a tal punto da poter sostenere che, non solo essa non è finita con i campi di concentramento nazisti, bensì prospera ancora oggi in forme più insidiose perché non immediatamente percepibili”.   E ciò, secondo l’Autore, ci porta verso nuove dimensioni, che sono i cosiddetti  totalitarismi mediatici, legati alle “guerre psicologiche”, da cui nascono le moderne alienazioni e disagio mentale, causato da un'eccessiva accelerazione della vita, legata a nuove tecnologie e nuove forme di comunicazione e quindi di condizionamento psicologico e mentale.

Nell’ultima parte del libro l’Autore esamina la Cina popolare e il rapporto che si va instaurando fra il capitalismo e il socialismo di mercato, tanto da far afferma a Xi Jinping, Presidente del Partito comunista Cinese che “vogliamo istituire e perfezionare un’economia socialista di mercato, un sistema politico di democrazia socialista, aperta alla globalizzazione e quindi al libero mercato”. Assunto che è in contraddizione ormai con la maggior parte degli studiosi della  globalizzazione, in quanto questi denunciano tale fenomeno come causa di disuguaglianze e di mancanza di democrazia e libertà interna al suo sistema.  Quindi un problema di ordine mondiale, di cui D. di Iasio lo affronta con un’apertura alla Cina di oggi, favorevole ad una globalizzazione democratica e solidale, specie in una nazione che conta più di un Miliardo e 200 milioni di persone.  E tutto questo D. di Iasio lo fa senza intenti ideologici. Infine la società dei migranti, forse uno dei maggiori problemi di oggi, tanto da far dire all’Autore che viviamo in una società di migranti. Migrazioni forzate di ieri e migrazioni forzate di oggi. Il mondo probabilmente è sempre lo stesso, un mondo liquido, come afferma Z. Bauman,  che si manifesta in tutta la sua drammaticità  nelle acque del Mare Nostrum, diventato la tomba di tanti migranti, in cerca di nuova vita e di nuove speranze nel futuro. E questo è la grande tragedia  del nostro tempo, che ci riporta indietro nel tempo e ci fa capire quanto la modernità sia ancora da riscrivere e da trasmettere alle nuove generazioni. 

Giuseppe Piemontese,  Società Storia Patria della Puglia

 

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Fototeca a cura di Arcangelo Palumbo

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