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Lettera a Vittorio Sgarbi

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Caro Vittorio Sgarbi

Da anni, attraverso i miei libri (L’anima dei luoghi (2013), (il Bene Comune (2014), (La cultura dell’abitare (2015) e i numerosi articoli pubblicati su riviste e giornali, mi batto per riscoprire in ogni luogo e specialmente nel paesaggio, l’Anima Mundi, quella coscienza dei luoghi che sta alla base di ogni identità culturale di una comunità, ma specialmente di una città. Anima dei luoghi, da cui ogni comunità non può prescindere, se vuole costruire, attraverso il proprio passato, quel futuro da cui dipende la propria sopravvivenza e il proprio avvenire. Un avvenire basato, non su una generica cultura, ma su una propria identità, da cui trarre ispirazione e sostanza per costruire il proprio sviluppo e il proprio benessere sia economico che culturale. Infatti, oggi, si parla tanto di crisi delle città, di perdita di identità, di globalizzazione, di deterritorializzazione, termini che ci riportano verso una società costruita sulla perdita dell’identità e quindi su un processo graduale di sradicamento.

Del resto, negli ultimi vent’anni, attraverso la postmodernità, abbiamo smarrito il senso della nostra centralità, per correre verso una società multietnica e multiculturale, tale da creare in noi stessi una personalità, come dice Hillman, multipla, senza alcun riferimento identitario. Tutto ciò crea nell’individuo e nel cittadino una crisi di identità e di personalizzazione che si manifesta non solo all’interno del nucleo familiare, ma nel rapporto interpersonale con la gente e con la propria città, facendo saltare o mettere in secondo piano le esigenze personali di ogni singolo individuo, esigenze di ordine economico, ma soprattutto di ordine psichico, cioè come equilibrio psico-sociale fra l’io individualizzante e l’io sociale, che è la vita di città. Non esiste più un rapporto di omologazione fra se stesso e la città, fra la propria storia personale e quella del luogo come entità culturale e sociale. Tutto è visto secondo una logica dell’efficienza economica e consumistica, dove gli spazi e il tempo sono relazionati alla produttività e al profitto. La città è un contenitore di banche e di negozi, senza un’anima che possa ricordare quanto di bello e di buono il passato ci ha conservato e quanto di utile la vita ci può regalare.

Oggi la città ha perso qualsiasi riferimento alla sua natura di essere “polis”, come dicevano i Greci, intesa come “luogo di popolo”, “luogo di civiltà”, “luogo di cultura”, “luogo di democrazia”. La “polis” come luogo di confronto fra il proprio passato e il proprio presente. Infatti, l’antica “polis” si riconosceva nella sua “chora” che era la piazza dove si svolgeva la vita sociale e politica della comunità, dove la comunità si riconosceva nel suo “nomos”, che era il genius loci, il cui habitus, il modo di essere, l’ethos legava la comunità al suo territorio, creando così un legame stretto fra la sua città e i luoghi circostanti. Ma alla base di tutto ciò vi era la ricerca di una identità estetica, fondata sul bello e sulla propria e altrui felicità o benessere psichico e fisico. Identità estetica non solo della propria città ma dell’intero paesaggio, attorno a cui ruotava la vita sociale ed economica della comunità.

Ogni città dovrebbe conoscere la dimensione della propria identità, della propria anima, intesa come un “codice identitario” del proprio passato e del proprio presente. Il fascino di essere cittadino è proprio quello di possedere l’anima della propria città, del luogo in cui si vive e si progetta il proprio futuro. Non vi è futuro se non si conoscono le proprie radici su cui costruire la propria vita e quella dei propri figli. Purtroppo oggi in questa società “liquida”, come afferma Bauman, molti padri non hanno più la possibilità di vedere crescere i propri figli nella propria città, di costruire in essa una nuova famiglia. I padri sono ormai privi di futuro, in quanto i loro figli sono costretti, per lavoro e per studio, a costruirsi una loro famiglia lontano dalla loro città di origine. Sono come rami secchi divelti dal loro tronco e piantati in altri luoghi, senza radici e senza terra da cui prendere il proprio nutrimento, il proprio humus. La società di oggi non ha più radici, non ha più un’anima, non ha più una identità su cui fondere il proprio futuro.

Solo attraverso il legame con il passato è possibile creare una città a dimensione d’uomo, in cui vi predomina il senso dell’estetica o più compiutamente la cultura del bello. Ma questo è possibile se in ognuno di noi si risveglia l’anima del mondo, l’anima dei luoghi, l’anima della città. Non esiste bellezza senza anima, bellezza senza natura, bellezza senza sentimento. Quando siamo di fronte ad un’opera d’arte il nostro cuore si estranea in una dimensione dove predomina il bello, così pure di fronte ad un paesaggio naturale, il sentimento del bello ti fa dimenticare il brutto della vita, altrettanto dovrebbe essere in una città a dimensione dell’uomo, con monumenti, biblioteche, musei, giardini, il tutto in funzione della gente che ritrova in essi la propria anima, la propria storia, la propria identità, l’essere cittadini del proprio luogo di vita. Purtroppo in questi ultimi decenni tutte le contraddizioni che hanno investito le grandi metropoli del mondo, con i loro quartieri periferici diventati slums, (vedi il libro di M. Davis, Il pianeta degli slums, Feltrinelli, Milano, 2006) si stanno manifestando anche nelle città europee.

Le stesse che hanno avuto in questi ultimi anni un’accelerazione derivante dalla società postindustriale e dal fenomeno della globalizzazione, fenomeno che ha creato una dicotomia fra globale e locale, fra cooperazione e competizione, generando un quadro di crescente incertezza nell’ambito socio-economico. Tale processo di industrializzazione postmoderno sta creando città tutte uguali, omologabili secondo il mercato del lavoro e secondo servizi e rete finanziarie e informatiche. Tutto ciò a discapito della diversità, della individualità culturale e storica delle città.

Se un tempo c’era competizione fra città e campagna, oggi il tutto è visto come territorio urbanizzato, dove la campagna si è dissolta, per far posto all’urbano, “occupandola fisicamente e simbolicamente, affermandovi e riproducendovi i suoi modelli di comportamento e i suoi stili di consumo, replicandovi la sua organizzazione dello spazio e la sua tipologia abitativa”. Al posto dello spazio libero delle campagne, sono stati costruiti i non-luoghi, le autostrade, gli autogrill, i caselli, i centri commerciali, le stazioni. Il non-urbano diventato urbano, attraverso la nascita non di centri urbani, ma di periferie territoriali urbanizzate, dove spesso la collettività si sente estranea al cuore della città storica, alla città della memoria, alla città della cultura, alla città identitaria del territorio. Nella collettività costituita dalla globalizzazione non c’è più il senso dell’appartenenza, in quanto l’omologazione ha preso il posto della diversità.

C’è bisogno di riappropriarsi del territorio urbano, inteso come unione fra la città e la campagna, in nome del ritorno alla bellezza e all’armonia fra natura e uomo. Se fino ad alcuni decenni fa, prima degli anni Ottanta, da cui ha avuto origine la globalizzazione, la natura aveva un suo ruolo, anche se secondario, rispetto al tessuto urbano, tanto da decretarne a volte la sua distruzione in nome del progresso, oggi c’è l’esigenza di “farla rivivere” nel suo spirito originario, cioè come natura, afferma Hillman, “data da Dio”, con tutte la sua “bellezza, bontà, verità”, con una sua anima e una sua bellezza interiore, che è data dalla sua originalità e dalla sua identità. La campagna, così come la stessa città, hanno un’anima, una loro storia fatta di eventi e di interventi dell’uomo. Basta scoprirne lo spirito che aleggia su di essi. Spirito che lo possiamo ritrovare negli alberi, nei fiumi, nei laghi, nelle montagne, negli orizzonti dei cieli al tramonto, negli uccelli, nel modo come nascono i frutti e germogliano, ma soprattutto nelle città, nei suoi monumenti, nelle sue piazze, nelle sue strade, nei suoi palazzi che si ergono verso il cielo, nelle sue luci di notte, nelle sue fontane, nei suoi giardini, nella sua gente che vive, giorno dopo giorno, la sua quotidianità urbana. In tutte queste cose vi si trova l’anima dei luoghi, che acquistano vitalità e identità proprio attraverso gli eventi urbani e le loro storie legate alla cultura e alla civiltà della gente.

L’uomo non può vivere in una città senz’anima, così come le anime senza città. Ci deve essere un connubio stretto fra anima e città, e viceversa. La città deve essere intesa come memoria, come identità, come storia, come cultura, come civiltà. La città come memoria dei propri cari, come, afferma Hillman, memento mori, provvista di luoghi che ricordano la morte, la caducità della vita, che poi è l’elemento principale che ti fa amare la vita. La città come ricordo della propria vita, come immagine della propria cultura, come racconto della propria civiltà, del proprio essere quotidiano. Bisogna amare la propria città, per poter farne parte. A me fa male chi continuamente disprezza il proprio paese, la propria città, i luoghi in cui si è vissuti. E purtroppo ve ne sono molti, anche fra intellettuali. Chi non ha amore per la propria città non ha

GIUSEPPE PIEMONTESE

Società di Storia Patria per la Puglia

 

 

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