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Il castello di Monte S. Angelo: la storia e i restauri.

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Tra i monumenti più   trascurati e lasciati al loro destino, in questi ultimi decenni,  vi sono le opere fortificate. L’assoluta incuria di questi beni, fra cui annoveriamo i castelli, le mura  delle città, le torri,  le masserie fortificate,  rischia di privare la nostra regione di un inestimabile patrimonio storico-artistico.  Fra  questi vi è il Castello di Monte S. Angelo, uno dei pochi fortilizi normanni rimasti ed espressione di un’epoca: la normanno - sveva. Esso si eleva su uno dei punti più alti della città e domina, con la sua possente mole,  la circostante vallata di Carbonara e l’ampio golfo di  Manfredonia. Le sue origini,  secondo la tradizione, risalgono al tempo di Annibale, allorquando questi, dopo la vittoria di Canne, si accampò con l’esercito alle falde del Gargano. Qui costruì due torri, una vicino Pulsano e l’altra sul Gargano (Monte S. Angelo). Quest’ultima, per la sua mole, fu chiamata Torre dei Giganti. Essa venne ad essere ampliata al tempo di Orso I, vescovo di Benevento, nell’anno 838. Con i Normanni il Gargano, con tutte le sue fortificazioni,  passò in possesso di Rainulfo,  conte  di  Aversa. Tuttavia  fu  Roberto  il  Guiscardo, divenuto allora il  primo Signore dell’Onore di Monte S. Angelo, ad iniziare l’ardita impresa della riedificazione del castello e delle mura di cinta della città. Da questo nucleo fortificato si sviluppò successivamente un organismo trapezoidale con torri angolari. Di questo periodo è senz’altro una torre superstite quadrangolare, situata  nel cortile. In seguito, il castello passò ad Arrigo, figliolo del secondo Roberto il Guiscardo, il quale lo tenne fino al 1102,  anno in cui il Duca Ruggero assediò e prese la città di Monte S. Angelo. Dopo la morte di Arrigo, nel 1108, il castello passò a Guglielmo. Nel 1139 se ne impadronì Ruggero di Sicilia, il  quale trasmise la Signoria di Monte S. Angelo al figlio Simone detto lo Sclavo.

All’epoca delle crociate, il castello fu sede di principi  e regnanti del tempo. In esso trovarono luogo sicuro  i crociati prima di ripartire per la Terra  Santa. Nè mancò una diretta partecipazione alle crociate di signori del posto, come dell’allora feudatario laico di Monte S. Angelo, Comes Goffridus Alèsinae e del feudatario ecclesiastico arcivescovo della Basilica. Nel 1198, fra le file dei crociati, ritroviamo il conte Roberto Borello il quale  partecipò con otto cavalieri e otto fanti, sotto la guida del duce Gedelasio di Monte S. Angelo

Sotto  la dominazione sveva, il castello assunse una importanza eccezionale. Federico II, nel programma di difesa dei suoi territori, ingrandì il castello, facendo appoggiare alla torre dei Giganti le cortine e altri corpi di fabbriche. Alla fase sveva risale probabilmente la costruzione della sala del Tesoro, un ampio vano coperto da quattro volte a crociera sostenute da un pilastro centrale. Secondo lo  Statutum de reparatione castrorum,  il nostro  castello era incluso fra “castra extempta”, ossia tra i castelli sottratti a qualsiasi giurisdizione che non fosse quella della persona stessa dell’Imperatore. Inoltre, esso fu interessato da alcuni lavori di ripristino e di adattamento. Nel Quaternus de  excadenciis et revocatis Capitanatae,  compilato probabilmente tra il 1248 e il 1249, si fa riferimento a maestranze attive nel cantiere del castello, le quali avrebbero partecipato anche alla costruzione delle mura della città di Manfredonia. Federico II trascorse diverso tempo  nel castello, dedicandosi alla caccia del cinghiale che numeroso si doveva trovare sul Gargano. La  tradizione vuole che nel castello sia vissuta Bianca Lancia, dalla cui relazione con Federico II sarebbe nato  Manfredi.

Con la morte di Federico II,  l’Onore di Monte S. Angelo passò, per testamento, a Manfredi. Anche questi ebbe  cura del nostro castello, dimorando e amando la nostra terra in modo singolare. Questo stesso amore,   poi,  lo porterà a fondare la città di Manfredonia, poco  distante dall’antica Siponto.

Alla  morte di Manfredi, il castello, con tutta la città, passò a Carlo I D’Angiò. Questi ebbe cura non solo del castello, ma della stessa città di Monte S. Angelo, dove, in onore dell’Arcangelo ricostruì il Santuario, distruggendo e seppellendo l’antica chiesa romanica. In questo periodo, il castello fu la prigione di Filippa d’Antiochia, moglie di Manfredi Maletta, zio di  Manfredi. Sono forse identificabili come prigioni alcuni ambienti situati a livello inferiore rispetto alla torre dei Giganti e alla sala del Tesoro. Recentemente, dagli scavi effettuati all’interno del castello,  sono venuti alla luce alcuni ambienti forse appartenenti  alla cappella  palatina, posta al primo piano nell’ala residenziale del castrum , ormai cancellata.

Nel 1289, prendeva possesso del castello Carlo Martello, detto “Carlino terzo”, primogenito di Carlo II. Morto di peste Carlo Martello nel 1295, Carlo II concesse l’Onore di Monte S. Angelo al suo quintogenito, il  Duca Raimondo Berlingario.

Nel 1330, il castello fu  di Giovanni  d’Angiò, duca di Durazzo e della Duchessa Agnese. Quest’ultima si distinse per le sue opere pie e, a suo ricordo, a Monte S. Angelo rimane la costruzione della  chiesa di S. Benedetto con il portale gotico e il campanile. A questi subentrarono il duca Ludovico e sua moglie Margherita Sanseverino, morta nel castello nel 1351, nel dare alla luce Carlo III di Durazzo che poi divenne re d’ Ungheria. La ricca conca d’oro massiccio ove egli fu tenuto a battesimo fu donata, in ricordo, al santuario di S. Michele, donde più tardi Alfonso d’Aragona la fece togliere per fondere monete, con la sua effigie, dette per questo “alfonsine”.

La tradizione vuole che, proprio nel castello,  Carlo abbia fatto strangolare la regina Giovanna I che aveva preso prigioniera nel castello di  Muro (Basilicata) e ne facesse poi segretamente seppellire il cadavere, di notte, in un remoto angolo della chiesa di S. Francesco a Monte S. Angelo,  ove ancora si conserva il sarcofago con gli stemmi scolpiti. Alcuni storici,  invece, ritengono essere stata la regina strangolata a Napoli e sepolto il suo cadavere nella Chiesa di S. Chiara.

Al   tempo degli  Aragonesi, il castello passò agli ordini del gran Capitano Consalvo  di Cordova, il quale vi dimorò in qualità di Governatore per conto del suo signore e re Ferdinando d’Aragona, del quale sovrano, su uno dei torrioni, si scorge ancora lo stemma con la data della costruzione 1491, mentre, su un altro, v’è scolpita l’altra data del 1493. In questo periodo il castello subisce varie trasformazioni, adeguando  le strutture  alle nuove armi a difesa dagli attacchi sempre più frequenti dei turchi. I lavori si svolsero in due fasi successive. La prima fase interessò la realizzazione del fossato intorno al castello e delle torri a strapiombo. La seconda fase comportò lo sviluppo planimetrico verso Est, con la costruzione del torrione a mandorla, delle cortine murarie a Nord e a Sud, per raccordare il torrione al precedente intervento. A questa fase appartiene la realizzazione della porta con il ponte levatoio  a Sud e i camminamenti sulle cortine. Nello stesso tempo furono costruite archibugiere a differenti livelli. All’interno, lungo il cortile, fu costruito un vestibolo con postazione di guardia. L’intervento qualificato, riscontrato in entrambe le fasi di ristrutturazione del castello, le caratteristiche del bastione a mandorla e il criterio seguito per consolidare le preesistenti strutture sembrano giustificare l’attribuzione del progetto al senese Francesco di Giorgio Martini. Tale attribuzione sembra persuasiva anche per le analogie tipologiche con altri castelli pugliesi dove il celebre architetto intervenne fornendo i relativi progetti.

Nel 1552 castello e feudo furono venduti  dagli Spagnoli al principe Grimaldi di Genova, i cui discendenti talvolta assunsero il titolo di baroni, talaltro quello di conti  di Monte S. Angelo. L’ultima a tenere corte in questo castello fu la principessa di Gerace Maria Grimaldi, moglie del barone di Sessa Aurunca, che per le molte obbligazioni che aveva contratto col governo napoletano, se ne disfece vendendo il feudo, compreso il castello, al comune di Monte S. Angelo,  il quale divenne assoluto proprietario solo quando, molto più tardi, lo riscattò definitivamente dal Principe di S. Antimo, discendente del famoso cardinale Ruffo, al quale Ferdinando IV lo aveva donato in premio dei  servizi resi. Questi fittò il castello ad alcuni pastori che, nell’area del cortile, adibirono gli ambienti ancora sussistenti a ricoveri per gli animali e a neviere, accelerando così il processo di degrado di tutta la costruzione. Il Comune, solo nel 1907, riuscì a entrare in possesso del castello.

       

I RESTAURI

Il  recupero del patrimonio storico ed  artistico della Capitanata è uno dei principali problemi che in questi ultimi anni ha impegnato la stampa locale, la quale ha presentato, attraverso una accurata documentazione, lo stato di degrado di alcuni nostri monumenti e, fra questi, i castelli, le torri e le masserie fortificate: patrimonio che, specie in Capitanata, acquista una sua significativa valenza storica  e culturale.  Purtroppo,  se per i monumenti l’opera di intervento è stata quasi sempre sollecita  e fattiva, non altrettanto è avvenuto per i castelli, il cui patrimonio rischia di sgretolarsi, perdendo così qualsiasi traccia delle sue strutture originali.  E la Capitanata presenta più di una ventina di castelli che hanno bisogno tutti di restauri e di un sollecito intervento conservativo. Basta pensare ai castelli di S. Agata di Puglia, di Serracapriola, di Celenza Valfortore, di Lucera, di Manfredonia,  di Peschici, di Ascoli Satriano e di Torremaggiore.

Tuttavia, in questi ultimi anni, le cose stanno gradualmente cambiando. Infatti, da più parti, si stanno sollecitando interventi per il recupero di queste  strutture che fanno parte del nostro patrimonio storico-culturale. E’ il caso emblematico e coraggioso degli interventi restaurativi del castello di Monte S. Angelo, la cui storia di degradazione è tipica di tutto un settore che  è stato colpito maggiormente dall’incuria e dalla scarsa sensibilità delle precedenti amministrazioni.

Il castello di Monte S. Angelo ha una storia antica e rispecchia, nella sua evoluzione strutturale, diverse concezioni riguardanti l’architettura fortificata.  Sorto  nella prima metà del IX secolo, ha subito vari interventi da parte dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini e, infine, in modo massiccio e   strutturale, degli Aragonesi . In seguito, dal XVI secolo, il castello è stato oggetto di una continua degradazione, prima sotto la famiglia dei Grimaldi di Genova e poi, dopo l’acquisto nel 1907, sotto la stessa civica amministrazione.

Finalmente, solo in questi  ultimi anni (1982), l’amministrazione comunale ha presentato e attuato alcuni progetti di restauro: il primo nel settembre del 1982 e gli altri nel  1985, nel 1988 e nel  1995. La progettazione e la direzione dei lavori sono stati affidati all’Ing. Giovanni Fuzio, docente di  Architettura Tecnica della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bari, all’Ing. Mario Azzarone e all’Arch. Giuseppe Simone.

I progetti sono finalizzati,  nella loro prima fase, alla necessità di fermare il degrado e, consequenzialmente, alla conservazione delle residue membrature e del residuo materiale del castello e all’avvio di uno studio sistematico dello stesso. La seconda fase, invece, è finalizzata al recupero del monumento inteso come parte del contesto edificato e, pertanto, con specifiche destinazioni funzionali sia  alle peculiarità intrinseche sia, per quanto possibile, a quelle ad esso estrinseche. Pertanto gli interventi hanno interessato il consolidamento del coronamento e del parametro esterno delle mura nella zona Nord-Est, che comprende la Torre dei Giganti e la Sala del Tesoro, nonché il consolidamento e il recupero delle cortine murarie perimetrali con interventi superficiali. Ciò al fine di preservare quanto più è possibile tutte le membrature esistenti del castello, fermando così il degrado ambientale e strutturale dello stesso.

A questa fase prettamente conservativa va affiancandosi, tuttavia, anche una fase di studio, effettuata attraverso saggi di scavi di tipo archeologico, al fine di evidenziare spazi o murature del tutto sommersi. Questo servirà, poi,  per una esatta individuazione delle strutture esistenti e, quindi, per una successiva ricostruzione degli interventi effettuati durante le varie dominazioni, da quella normanna fino a quella aragonese e feudale. Tutto ciò sarà di aiuto per una corretta lettura del monumento e, quindi, per una più esatta ricostruzione dell’itinerario comparativo fra i luoghi fortificati esistenti  oggi in Puglia, in particolare, in Capitanata. Solo così,  per il castello di Monte S. Angelo, è possibile evidenziare l’impianto difensivo pre-normanno, l’intervento caratterizzante  avvenuto al tempo di Federico II, la conformazione esistente al tempo degli Angioini, l’ampliamento aragonese, col nuovo impianto difensivo ( e quindi la presenza in Capitanata di Francesco di Giorgio Martini ), e, infine, la strutturazione baronale effettuata dai Grimaldi. Solo alla fine di tali interventi il castello potrà essere restituito alla comunità per svolgere quella funzione storica cui implicitamente è destinato. Quindi, visto sotto questa prospettiva, il castello di Monte S. Angelo, da solo, può essere il “Museo di se stesso”, quale esempio unico ed emblematico dell’architettura fortificata in terra pugliese, con tutte quelle sue caratterizzazioni evolutive storico-artistiche, nonché ambientali. Spetta all’operatore tecnico e allo storico creare le basi per la più completa fruibilità del monumento, che  non deve essere un corpo a se stante, ma  si deve inserire in modo vivo nell’ambito del territorio.

Il castello, con il recupero dei suoi ambienti e delle sue strutture,  può essere un centro culturale della civiltà delle opere fortificate, con un ufficio dati a carattere regionale e nazionale, con una specifica documentazione locale e provinciale e con una serie di ambienti espositivi legati alla storia del territorio, fra cui anche il cosiddetto “Museo micaelico”, legato più specificatamente al culto di S. Michele. Ciò permetterà di creare quel legame fra storia politica e storia religiosa, fra l’economico e il sacro, fra cultura d’élite e cultura di massa, in uno stretto binomio che abbia come ultimo traguardo l’appropriazione e la fruibilità del territorio circostante, in una reciproca compresenza di realtà non solo storica, ma anche sociale, economica e ambientale.

 a cura di Giuseppe Piemontese

 

 

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