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Un ricordo perfetto...

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Biscari 4-“ Quando meno te lo aspetti, nella vita possono accadere cose che in un attimo illuminano le oscurità che ti porti dentro... ”- Questa frase, spesso, Biasil la diceva come per farmi una rivelazione o un augurio… Allora, ero troppo giovane per capire cosa volesse dire con quelle parole un uomo come Biasil, alle soglie della vecchiaia; uno che era stato nomade per tre quarti della vita. Diversamente da Biasil, io in un posto ci mettevo le radici dal primo momento in cui arrivavo.

Le parole del mio amico Biasil, però, mi tornarono bene in mente molto tempo dopo, quando una volta pensai di visitare in un pellegrinaggio di tarda primavera gli Eremi di Pulsano. Volevo tornare a girovagare da solo in una valle maestosa e inusitata come quella di Pulsano di cui nessuno sapeva dire bene il significato del nome. I più dicevano provenisse da polso-sano, o polso-risanato a un contadino da un miracolo della Madonna venerata nella chiesa dell’antica Abbazia. Altri sostenevano etimologie arcaiche, più complicate, dal significato di acqua e di fuoco molto diverse tra loro.

A parte l’enigma del nome, non mi spiegavo bene neppure il perché di quel mio desiderio di tornare agli eremi della valle in un pellegrinaggio naturalistico e spirituale. Era da tempo che lo avvertivo come un bisogno interiore, forte, indomabile. A volte lo sentivo intimamente legato a una malinconica sensazione, proprio come si trattasse di un addio inspiegabile da dare a quel luogo.

Ciò che cercavo davvero, era un ricordo perfetto di quei posti così solitari da conservare nella mente. Volevo qualcosa di mio, di vissuto… un attimo di vita nitido ed esclusivo da scolpire per sempre nella memoria. Era così, che volevo il mio bel ricordo perfetto.

Del Vallone degli Eremi conoscevo tutto. Ma più di ogni altra cosa ero affascinato dall’intenso fascio di luce che di giorno forava la sua ombra impenetrabile… un’oscurità inviolata fin dalle origini. Un buco nero imprigionato tra le profonde pareti di roccia strette come una gola. Allo zenit, quel fascio di luce spandeva nell’aria riflessi simili a quelli di una gemma preziosa… una luce potente, come un laser che affonda di colpo nella cecità di un occhio prigioniero del buio. Di quel posto adoravo i profumi delle erbe, il silenzio maestoso delle rocce bionde, levigate dalle acque, i dirupi pietrosi colorati di ruggine e l’immensità dell’orizzonte che si apriva oltre la valle. Quella visione mi aveva stregato fin dalla prima volta che ci ero andato con Biasil. Ormai solo di rado qualche paesano si avventurava in quel posto. Dopo anni e anni di abbandono, erano arrivati i nuovi monaci. Appena giunti sul posto, si erano impegnati in una meritoria opera di ricostruzione delle fabbriche e nella rinascita spirituale dell’Abbazia. In povertà e bisognosi di tutto si erano accasati nelle fabbriche adiacenti la chiesa rupestre dal bel portale romanico.

Aiutati da giovani volontari del vicino borgo, erano riusciti nell’impresa di riedificare i fabbricati e ripristinare le funzioni religiose. Avevano convinto persino alcuni caprai riottosi a lasciare gli stazzi ricavati negli eremi. Una nuova consacrazione dei luoghi, cancellava decenni di abbandono e di vandalismo. A causa dell’incuria di lunga durata, dei massi enormi ostruivano quasi del tutto il greto del torrentello che si svolgeva lungo il fondo della valle. Non era che un rigagnolo, esile come un filo di lana, ma diventava terribile quando arrivavano le piogge. Allora quel torrentello che pareva uno scolo di grondaia, si faceva impetuoso e si gonfiava fino a impaurire quelli della piana. A dispetto di tanta rovina però, la valle, con le sue pareti a picco e le guglie di roccia, offriva allo sguardo la maestosità di una cattedrale. Un’amenità spirituale così intensa da provare la sensazione di trovarsi tra le mura di un antico santuario immerso in un sacro deserto monastico.

In realtà non avevo nessun motivo vero che giustificasse quel mio proposito di accomiatarmi dagli eremi con un ricordo perfetto. In fondo non ero malato, avrei potuto andarci altre volte; né avevo in programma di viaggiare o trasferirmi altrove come succedeva a molti miei compaesani. Col passare dei giorni, la ricerca del ricordo perfetto stava diventando per me una vera ossessione. Anche perché, diversamente dalle altre volte, avevo in mente di mettere in atto uno strano proposito. Un pensiero strambo che di continuo mi girava per la testa: dormire almeno una notte tra le rovine della valle. Si, ero invaghito dell’idea di rimanere da solo, di notte, tra le mura solitarie di un eremo avvolto nel mio sacco a pelo. Tale idea mi inorridiva e al tempo stesso mi inebriava.

Non era una guasconata quella che avevo in mente di fare. Dai graffiti e dagli affreschi ritrovati nella zona, si sapeva che, anticamente, i romei rendevano propizia la divinità della valle dormendo avvolti nella pelle insanguinata di un ariete nero. Passavano la notte così, in un anfratto, distesi ai piedi dell’ara sacrificale secondo gli antichi canoni della incubatio, un rito mantico antichissimo molto praticato nel santuario pagano di Calcante che sorgeva nelle vicinanze. Colui che veniva dall’oracolo, doveva sacrificare e giacere nella grotta per una notte intera; solo così avrebbe avuto la visione del dio. Ciò accadeva molti secoli prima. Ora pensavo che, sostituita la pelle dell’ariete con un sacco a pelo, avrei potuto ottenere il mio ricordo perfetto dormendo un’intera notte, da solo, all’interno di un eremo. Era così, dunque, che speravo di emulare l’antico rito divinatorio.

Lo feci un giorno che il cielo era bello.

Uscii di casa di buon mattino con lo zaino sulle spalle e con dentro le solite cose. Avevo il bastone con l’orchidea incisa sul manico. Il manto della rugiada si frantumava ai miei passi man mano che scendevo le balze e spandeva intenso profumo di timo. Giunsi in un baleno sul tratturo e scelsi di tirare dritto tagliando di traverso la montagna; un percorso aspro e insidioso. Agli eremi potevo andarci in macchina, o in bicicletta, percorrendo una comoda strada asfaltata fino al ciglio della valle; ma il mio doveva essere un pellegrinaggio come quelli dei romei. Quelli veri che fanno patire le giunture e che fanno sconocchiare le ginocchia. Volevo soffrire l’attesa, ansimare sui viottoli pietrosi, sopportare le punture dei rovi, il solletico della macchia, il caldo e il fastidio irrefrenabile delle mosche. Ciò che odiavo era il filo spinato da scavalcare prima e dopo ogni appezzamento. Chilometri e chilometri di filo di ferro srotolato dai cafoni su dei pali di legno, per tenersi ben stretta la proprietà. Anche l’aria avrebbero recintato quei contadini così gelosi della loro povertà. C’era da sudare a scendere e salire uno dopo l’altro gli avvallamenti della china e dei contrafforti. Non avevo altra scelta, dal momento che mi ero proposto di fare l’intero cammino per i campi, di traverso al pendio della montagna e senza fare un solo passo sulla strada d’asfalto. Fui ben ricompensato, però, da quelli che chiamavo i piccoli amici della valle, quando ebbi modo di toccare i meravigliosi aculei argentati di un piccolo porco spino. L’animale al mio passaggio si arrotolò a formare una palla di spine come una falange di piccole lance. Più avanti, seguii il zigzagare di una giovane volpe vanamente rincorsa da due deliziosi bracchi pezzati. A un certo punto pensai di averli persi di vista, ma li rividi a poca distanza; avevano i musi bianchi per le bave e i corpi lordati dal fango. Più che rincorrersi, sembravano trastullarsi girando intorno a dei cespugli di rosmarino e a macchie di ginestre, dimenticando il finale triste di quel gioco. Tutto questo rese meno aspro il percorso. Poi seguitai per un po’ad osservarli, fino a quando scomparvero tra la verzura del boschetto di elci.

Mi fermai per la sosta in una piccola radura dove, da lontano, arrivavano smorzati i botti dei cacciatori. Il paesaggio rupestre era incantevole, le rocce di calcare rugginoso affioranti dal verde parevano le guglie di tante piccole cattedrali. Erano lì, in riga, come se mani esperte le avessero erette a perenne monito della sacralità del posto. E tra le pietre i miei occhi furono calamitati dalle mirabili coloriture dei cardi fioriti, degli iris inazzurrati dalla brina e di moltitudini di orchidee selvatiche. Ce n’erano di ogni specie. Sui loro steli verdi si aprivano i piccoli tepali vellutati di blu, di amaranto, di rosso vivo e di giallo. Le brune orchidee garganiche di Nelson e quelle color porpora di Hudson dominavano per numero; ma anche le gialle e quelle tipiche, coi fiori a grappolo, popolavano fittamente i piccoli fazzoletti d’erba disseminati tra le rocce. Erano specie rare a trovarsi e che ormai non fiorivano più in nessun altro posto se non in quei prati ricchi di calcare e di poca terra. Fiori stupendi, di quelli che fanno impazzire i botanici e i naturisti di oltralpe che ogni anno, scendono a frotte per tuffarsi nei prati.

Quante volte avevo sorpreso quei nordici dai modi duri e dall’animo gentile nuotare, carponi, nell’erba e tra cespugli. Fotografavano, giorno dopo giorno, la breve vita di quelle regine floreali, quando molti paesani ne ignoravano persino l’esistenza. Furono i profumi del finocchio calpestato e del timo appena brucato dalle mucche al pascolo a provocarmi un improvviso senso di fame. Ma non era quello il posto più adatto. Avevo appena cominciato ad attraversare un’estesa isola di terra ricoperta da un lugubre velo nero. Non mi sbagliavo, era quello il posto dove nella trascorsa stagione avevano appiccato il fuoco. Poi il vento torrido di Favonio arrivò dalla pianura trasformando in un rogo parecchie distese d’erba e di bosco. Ora nelle zolle ferite dal fuoco non erano rimasti che i fiori neri dell’estate, migliaia e migliaia di steli e di ceppi carbonizzati che affondavano nella cenere come le colonne spezzate di un tempio. Erano ancora lì i tristi monumenti della follia incendiaria di un’estate di ferro e di fuoco. Cumuli di rametti crepitavano al calpestio e stingevano ancora nell’aria un odore acre. Quei fiori neri mi sporcavano le gambe e parevano vendicarsi, quasi un’effimera rappresaglia, per essere stati violati.

Feci in fretta ad attraversare le zolle arse dove, ai margini, già qualche ciuffo verde faceva capolino dalla cenere. Ormai mi ero lasciato dietro la vista delle piccole case del paese accovacciate sulla cima della montagna e davanti avevo di nuovo una grande distesa di verde. Questa volta si trattava di agili ginestre maculate da un’intensa fioritura gialloverde; si dondolavano al vento, sinuose, come ballerine carioca. Fu allora che tra la verzura mi apparve la mole maestosa del monolito secolare che chiamano il Galluccio: una testa di gallo scolpita dal vento e dall’acqua che si erge su uno sperone di roccia calcarea.

Si potevano distinguere bene il becco, la cresta e i bargigli, proprio come fossero cesellati dalla mano di un artista. Quella pietra grande come la facciata di una chiesa era lì da sempre e aveva dato il nome al posto, ameno di pascoli e seminativo. Una volta, quando i terrazzi erano coltivati, la sua ombra si allungava nei campi come una meridiana e segnava le ore della fatica. Restai a guardarla per un po’. Osservandola dalle diverse angolature riuscii a scoprire dei particolari nascosti che altre volte non avevo notato. Erano croci, impronte di mani o di piedi, affiancate da graffiti incisi dai romei che risalivano la valle. Era lì che solevano sostare all’ombra dei mandorli, prima del salto finale al santuario dell’Arcangelo in cima alla montagna sacra.

Quando ripresi il viottolo tirai dritto per il sentiero che si dilatò man mano, fino a diventare una radura recintata da muri a secco. La malva spandeva ventagli di fiori rosa, e la spinosa rete dell’asparago innalzava prepotenti steli ensiformi gonfi di linfa che sovrastavano la sommità dei cespugli. La radura presso un pagliaio, addossato a un enorme masso di roccia, pareva il posto giusto per una breve sosta. La costruzione aveva la forma conica ed era fatto di sole pietre disposte a contrasto l’una sull’altra fino alla sommità della volta, una vera opera d’arte inimitabile. Ce n’erano tanti sparsi nel luogo.

Seduto su un tronco d’albero, guardavo estasiato il vuoto fiorito della valle che si tingeva di verde e di rosa per la nuova fioritura dei mandorli. In lontananza c’era la pianura chiomata di ulivi fino al mare, col golfo rotondo come un abbraccio. Posai lo sguardo su una croce scolpita a fregio sull’architrave di un pagliaio. Non l’avevo mai notata prima di allora. Era consunta, ma ancora visibile e aveva le quattro braccia di uguale lunghezza che si dilatavano alle estremità. Una croce patente, come quelle che i romei graffiavano sulla roccia a distanze regolari. Insieme alle altre cose di quel posto, pareva sopravvissuta anch’essa a un malinconico abbandono. Non c’era che silenzio, ovunque volgessi lo sguardo. Pensai che un tempo, quando c’erano i contadini a rassodare i terrazzi così avari di terra dovevano essere davvero rigogliosi quei posti.. e sulla croce di pietra doveva esserci anche il Cristo quando in quelle solitudini regnava il sudore dell’uomo. Di quell’intenso lavorio ora non rimanevano che le tracce sterili dell’incuria e un triste silenzio di rovina. Il silenzio era tale che dove prima s’alzavano i rumori della fatica, le grida dei piccoli e i canti delle donne, ora non si ascoltava altro che il busso del picchio sui tronchi e il grido lacero del corvo. Preso da quel concerto campestre continuai a sgranocchiare dei mostaccioli duri fino a che, poco dopo, non ripresi la mulattiera. Di qui, senza fermarmi, discesi velocemente il declivio per raggiungere il fondo angusto di una piccola dolina cinta da rovi. A quel punto attraversato un guado umido di fango, proseguivo sul versante opposto. Risalivo la china per poi ridiscendere ancora. Alla fine del percorso mi ritrovai in un crocicchio formato dalla confluenza di due avvallamenti che davano origine a un terzo più ampio e profondo. La valle costellata dagli eremi medioevali era lì. Solenne e con le pareti altissime, mi si apriva davanti tra la pianura verde e il mare azzurro che facevano da sfondo.

Vedevo, finalmente, la montagna spaccata in due e gli eremi in fila l’uno dopo l’altro lungo le pareti come un itinerario processionale. Erano incastonati a guisa di gemme sulle aspre pareti e si snodavano, man mano, come le stazioni di una via crucis. Pareva che tra quelle petrae scissae tutto fosse rimasto intatto nel momento in cui l’ultimo eremita si era addormentato per sempre nella sua cella solitaria in vetta al pinnacolo. Il mantello invisibile del tempo aveva conservato le mura, gli orti e le rocce di quelle oasi di santità… - Le terre si scossero e le rocce si spezzarono… - ogni volta che tornavo in quella valle nata da uno spacco nella roccia mi venivano in mente queste parole dell’Evangelista Matteo. Il primo sulla sua destra, solitario come una prigione, era l’eremo della Quarantena. Non rimaneva nulla all’interno dell’unico vano se non dei massi caduti dal soffitto e un cumulo di sterco di capre. Nei tempi passati, quando lì si viveva, chiunque fosse giunto nella valle doveva restarci in isolamento almeno una settimana. Era la regola; gli ospiti si purificavano in quel piccolo eremo con le abluzioni e la preghiera. Subito seguiva l’eremo dell’Abate detto Studion. Per raggiungerlo salii carponi tutti i gradini di un camminamento di roccia ripido e tortuoso. Raggiunsi l’eremo dopo aver attraversato un solenne arco di pietra che faceva da primo ingresso. Lì presi respiro e subito dopo proseguii lungo un accenno di scalette, con le mani su degli inviti acclivi, scavati nella roccia. L’eremo dell’Abate aveva i vani disposti su due piani ricavati con ardite opere murarie.

Non mi fermai per molto, solo il tempo per verificare se i due affreschi dipinti su una parete interna dello Studion fossero ancora lì, interi, dopo il lungo inverno. Ormai una buona parte dell’eremo pareva diruto e solo un piccolo diaframma di conci e di terra teneva in piedi il muro dove erano visibili l’effigie dell’Eremita col corvo ristoratore e quella della Vergine col Bambinello e Santi. Pensai necessario saldare coi dei piccoli sassi, a secco, almeno i vuoti lasciati dal crollo per evitare la totale frantumazione degli affreschi; bisognava farlo subito, difficilmente sarebbero sopravvissuti alle tormente di un altro inverno.

Tornato fuori dall’eremo, scesi la china fino all’orlo del precipizio che finiva a picco sul greto del torrentello per poi risalire lo stesso versante, fino a raggiungere una specie di anfiteatro scavato col piccone sulla nuda roccia. Mi trovavo nell’oratorio all’aperto. Lì pregavano gli eremiti; salmodiavano e contemplavano il creato nelle pause di lavoro. L’incantevole piana, il mare, le colline arate e, di notte, il cielo stellato, erano il palcoscenico delle loro estasi.

Quella volta l’orizzonte era particolarmente chiaro e avevo davanti agli occhi il grande golfo dall’azzurro tenue. Più in la c’era la terra, tanta terra. Finalmente il mio sguardo si perdeva nella piana immensa del Tavoliere delle Puglie, ai cui margini le cime montuose sembravano levitare nell’aria. Quel fenomeno accadeva sempre prima del tramonto, quando strie sottili di nuvole si condensavano ai piedi delle montagne facendole apparire sospese. Vedevo la groppa del promontorio entrare nel mare aperto con la sua enorme mole fatta di piccole cime tonde e regolari. Solo di tanto in tanto ferite profonde si aprivano laddove Dio, al tempo della creazione, aveva affondato il suo coltello di fuoco. La valle degli eremi mi appariva proprio così, una dolorosa ferita, profonda, come il taglio rapido del fornaio su una forma di pane prima di deporla nel forno.

Con tanta terra sulla piana i contadini del promontorio si accanivano a rassodare quella poca che riuscivano a trattenere sui terrazzi coi muri a secco. L’amore e la testa dura li aveva fatti rimanere in quei posti…

Il cinguettio zippante di un cardellino mi distrasse da questi pensieri. Da lì mi avviai lungo un sentiero pietroso e dall’Oratorio passai all’Eremo del Mulino. Si trovava in una vera e propria cittadella del lavoro con tanti magazzini disposti come le celle di un alveare. Vestigia di mura altissime, robuste, con solai e coperture a più livelli erano ancora visibili. Lì si macinava il grano e più in là si cagliava il latte. C’erano i resti di utensili e manufatti, cisterne, antichi focolari, ammostatoi per l’uva scavati nella roccia e macine per la spremitura delle olive. Sull’altro versante apparvero di colpo gli occhi paurosi del gigante: due enormi buchi aperti sulla parete di roccia proprio vicino agli Eremi della Rondinella e del Pinnacolo appollaiati su dei picchi come sospesi nel vuoto. Più in basso e quasi alla confluenza di due valli, l’eremo di S. Giovanni da Matera, con la lunetta dell’ingresso affrescata con una bellissima Madonna con Bambino tra Oranti e Angeli.      

Era già tardo pomeriggio quando mi decisi a fermarmi per passare la notte nell’eremo del Mulino. Avevo scelto quell’eremo, perché era il più alto e inaccessibile. Una volta dentro posi su una pietra cava come una pila il gotto di vino che avevo portato in una fiaschetta e finii di vuotare lo zaino su una mensola di pietra. Mentre spiaccicavo sul pane fresco dei pomodori pieni di sugo assaggiai il vino. Era un asprino locale giallo pallido, uno di quelli che sembrano niente, ma che poi ti fanno allucinare come se bevessi uno sciroppo al laudano. Mentre gustavo i bocconi di quel pane odoroso, mi sorpresi a pensare come attuare quel mio proposito bizzarro di passare la notte nel sacco a pelo all’addiaccio. Ora, dopo gli stenti patiti durante il percorso, me lo sarei ben meritato un ricordo perfetto.

Per un po’ me ne restai, così, seduto su un masso gigantesco a guardia del dirupo. Si sentivano in lontananza i rintocchi del cuculo, lenti a segnare il tempo. Pensai a ciò che già da un po’ in paese si diceva. Giravano voci, forse solo chiacchiere di sfaccendati. Ormai non si faceva altro che parlare di un forestiero del Nord Est che comprava tutto. Un tizio pieno di soldi che voleva riedificare… trasformare… rendere fruibile… Intendeva bonificare quella valle nuda e solitaria che era diventata il regno del diavolo. Aveva strani progetti sugli eremi e i vecchi altari scavati nella roccia, già tante volte saccheggiati e profanati.

Mentre pensavo a queste cose e preparavo il giaciglio, il crepuscolo ormai aveva inondato la valle. Forse era l’ultima volta che vedevo gli eremi così belli come li avevo visti la prima volta con Biasil. Chissà come sarebbero diventati coi progetti del miliardario… Alla fine pensai che, forse, poteva essere proprio questa la ragione di quel mio addio apparentemente senza senso. Pensieri, dubbi, timori si avvicendavano nella mente… Ora dovevo pensare al fuoco che avevo acceso con delle fascine secche. Una fiamma prepotente già cominciava a prendere corpo e arrossava i rami più grossi. Vi gettai sopra dei tronchetti di olivo e di mandorlo per renderla ancora più robusta e odorosa.

Li avevo raccolti ai piedi dei piccoli alberi rachitici che una volta, rigogliosi, ornavano l’orto dell’eremo. Avevo finito di montare la piccola tenda vicino ai margini di una pozza d’acqua che filtrava dalla volta della grotta. Così disteso nel mio sacco a pelo me ne restai assorto in quel piccolo utero di roccia. Pensavo alla santità degli eremiti che abitarono la valle, al Santo che fondò l’Abbazia, San Gregorio Magno, monaco e papa. Ripercorsi con la mente la storia di quel luogo, lo splendore delle congregazioni nate all’inizio dell’epoca cristiana e di quelle sorte nel tardo medioevo. I monaci si erano meritati importanti privilegi e quel monastero che tutti chiamavano Pulsano, senza spiegarsi il perché, aveva avuto fondazioni su gran parte del territorio della penisola, di oltralpe e di oltremare… Era lì che abitarono uomini umili e uomini illustri vissuti in odore di santità che edificarono e riedificarono più volte l’Abbazia dopo i terremoti naturali e quelli della Storia. Mentre ricordavo le cose che avevo sentito raccontare su quelle celle e su quelle pietre, a un certo punto mi spaventai nel fissare alcune immagini fantasmagoriche che le fiammate del fuoco facevano ballare sulle tele della tenda. Sembravano ombre di presenze in movimento, come quelle che si vedono negli spettacoli di ombre cinesi.

Chiusi gli occhi, incredulo; li riaprii e li rividi ancora. Non era la mia immaginazione a produrre quello strano spettacolo. Fui preso dallo spavento quando un rumore repentino venne fuori da un muro a secco e brividi di paura mi percorsero la schiena. Forse il vortice d’aria mosso dalle ali di un pipistrello, o la rapida sortita di un topo tra le briciole del mio pane... Mi rassicurai, per ricadere subito dopo nel terrore, appena udii nell’aria rapide folate di vento insieme a rumori di sciacquio. Un tanfo umido e maleodorante entrò nella tenda come avessero appena sollevato il coperchio di una cloaca. Pensai ad animali notturni che avevano smosso l’acqua stagna della pozza sollevando miasmi nell’aria. Pensavo proprio così, mentre ombre malevoli antropomorfe continuavano a danzare sulla tela fino ad impedirmi di dormire.

- Vattene ! – sembravano gridare le loro voci incorporee – Che fai qui ? Bada a te! Che cerchi.. Stai attento! Fuggi via ! E poi… - Vuoi la tua morte ? Via di qui finché sei in tempo! - Ero preso in modo alterno, ora da uno stato di trance, ora da una eccitazione, proprio come avessi bevuto una pozione magica. Fu allora che mi vennero in mente le storie paurose che si raccontavano sulla valle degli eremi. Storie di demoni che si materializzavano davanti ai viandanti; storie di streghe e di pizie silvane che svirilizzavano col ferro arroventato i loro improvvidi amanti. Avevo sentito raccontare persino di figure surreali e disgustose che terrorizzavano con grida e risate di scherno i romei che risalivano la valle. A questi pensieri mi ero raggomitolato ancor più nel mio sacco a pelo. Mi toccavo la fronte sudata, mentre più giù, in gola, qualcosa iniziava a strozzarmi il respiro.

Mentre l’aria diveniva man mano più pesante, irrespirabile, provai a reagire… tentai di liberarmi da quella gabbia di paura sollevandomi dal giaciglio… volevo fuggire, ma in quello stesso momento le ombre si moltiplicarono e accerchiarono la piccola tenda. I suoni diventarono lugubri come il coro concitato di un sabba di streghe. Ai miei sguardi segnati dalla paura quelle ombre apparivano moltitudini di sagome indistinte, di corpi nudi e di teste scapigliate che si muovevano al ritmo di tamburi assordanti.

Mi dissuasero da una fuga rovinosa il buio e il sentiero di roccia a strapiombo sul greto del torrentello. Portai entrambe le mani sugli occhi e restai così, muto, a sentire il galoppo sfrenato del mio povero cuore sferzato dal panico. Ma quelle voci angoscianti e le grida, vomitevoli, si avvicinarono ancora, di più, fino a sommergere i timpani. Fu allora che per attimi interminabili mi credei perduto. Vessato dall’assalto furioso di quella forza enorme che mi scuoteva e penetrava la mia anima, rimasi inerme, preda di una presenza magica e ostile, che pareva entrare nel mio sacco a pelo. La sentivo avanzare sulla pelle e da lì penetrare nel mio corpo con irruenza come volesse succhiarmi la vita.

Quella mia presenza notturna nell’eremo aveva offeso gli spiriti della valle ? Per ottenere la visione del ricordo perfetto, avrei dovuto sacrificare loro, subito, qualcosa di mio ? Non avevo un bue, non un ariete, né sapevo se, colui che mi stava tormentando fosse un deità oppure un demone sinistro... Mi sovvenne la lotta durata un’intera notte tra Dio e Giacobbe sulla strada di Betel e ricordai le parole del patriarca che dichiarò quel luogo, sacro e terribile… porta del cielo e casa di Dio.

Mi tornarono in mente dei versi: la mente è proprio il luogo, e può in sé fare un cielo dell’inferno e un inferno del cielo… il locus amoenus del Faust e tante altre rimembranze. Quello dov’ero mi sembrava giusto il luogo ideale dove angeli e diavoli si potessero dare battaglia. Era un luogo di fede e di magia, di luci e di tenebre… forse era quello il luogo delle dottrine del bene e del male così adatto a quella che sembrava una strana iniziazione.

Poco più in alto, sulla cima del monte che sovrastava la valle, dentro una spelonca l’Arcangelo Michele vi era apparso quindici secoli prima. Aveva consacrato quel luogo con l’impronta del piede e lo aveva eletto santuario primigenio del Suo culto nel mondo. Anche sul portale della Basilica c’erano le scritte che dichiaravano il santuario luogo terribile, di lotta e di redenzione…

Mi assalì il dubbio che a quella mia strano pellegrinaggio mancasse la cosa più importante, ossia l’offerta di sangue, simbolica o vera, che si deve sempre a un dio. Non ero più schiavo della paura, adesso ero eccitato e del tutto sveglio. Tanto da capire perché a quel luogo così confinato e impervio, anticamente venne dato il nome di Pulsano. E ricordai una storia che attribuiva fatti miracolosi alla Madonna raffigurata nell’icona bizantina custodita nella chiesa rupestre dell’Abbazia. Quella Madonna, detta Odigitria (che indica la strada) era molto venerata, perché sanava qualsiasi piaga del corpo e dell’anima. Si diceva lo facesse, semplicemente, toccando con la mano il polso dei supplicanti. Allora la invocai, la implorai. E mentre pregavo e supplicavo perché cessasse al più presto quell’attacco terribile, provai a scarificare entrambi i polsi, fino a sentire il caldo umido del mio sangue. Ferivo i miei polsi con una piccola selce tagliente. Con quel piccolo coltello di pietra premevo forte la pelle dei polsi fino a tranciarla. Poi mi cosparsi il volto di sangue e così, con le braccia aperte, aspettai che gli spiriti sterminatori si allontanassero. Stremato dallo stupore e dal succedersi di quelle spaventevoli visioni alla fine caddi riverso. Restai così per un po’ con la faccia nella polvere fino a quando, fuori i tamburi tacquero. Dalla tenda vidi le ultime ombre bellicose ingigantirsi in lontananza e poi disfarsi nel cielo della notte. Pensai fosse proprio vero che, ovunque, gli spiriti esigono dagli uomini un sacrificio… E ricordai le parole del mio amico Biasil; di ciò che non gli era mai accaduto prima e che poteva accadere in qualsiasi momento della vita… delle oscurità ancestrali che ognuno si porta dentro e delle illuminazioni che possono aprire le porte pesanti della fede…

Adesso che tutto era passato avrei potuto raccontarla a Biasil questo mio pellegrinaggio. Ora che ci credevo, non avrei mai più dubitato dei racconti di Biasil. A rabbonire gli spiriti, dunque, era bastato quella mia piccola offerta di sangue… proprio come accadde a Mosè nel deserto quando in un lotta terribile con uno spirito, all’interno della tenda fu salvato da Zippora, sua moglie, con un sacrificio di sangue. Ricordavo bene quel passo della Bibbia; forse era proprio in Esodo 4, 24-26 la metafora del mio ricordo perfetto… Mosè fu salvato dalla sua donna… Io ero salvo per aver invocato la Madonna. Mai come quella volta mi era capitato di vivere sulla pelle il vecchio e il nuovo, il sacro e il profano come un’unica verità.

Così, seduto su un costone di roccia, meditavo su quel mio tenebroso pellegrinaggio con gli occhi perduti nel buio stellato della notte,.

Ero venuto a cercare in quell’antico luogo di romitaggio un ricordo perfetto, di quelli che non si dimenticano mai. Era perfetto perché c’era stato un sacrificio perfetto, come quelli che una volta venivano offerti alle divinità del bene e del male.

Pensavo di averlo davvero.

a cura di Pasquale Biscari.

 

Last modified on Giovedì, 27 Aprile 2017 18:00

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