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Le spume dell’Adriatico

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Dopo il secondo giorno di attesa era di nuovo sera e gli ultimi raggi di sole illuminavano le due tende bianche con le croci rosse. Solo il grido sgraziato di una civetta e qualche sparo frangevano la bruma dello strapiombo ai margini del pianoro di roccia. Era lì che avevano montato le tende: una per il medico ferito alle gambe da una mina alcuni giorni prima e l’altra per i due soldati della scorta. Dovevano raggiungere la costa e da lì imbarcarsi per l’Italia; ma una granata aveva quasi distrutto la jeep su cui viaggiavano il dottor Alpin Carbisi, con la moglie Florence e i soldati della scorta. Si erano salvati per miracolo. Abbandonata la jeep sulla strada, avevano trovato rifugio su quel nido di roccia acclive. Col ferito sistemato su un sedile recuperato dalla jeep quasi distrutta, avevano provato a risalire buona parte del pendio attraverso una mulattiera. Così si erano messi al sicuro sul pianoro protetto da una roccia anche se, dall’altro versante dello strapiombo, un cecchino li bersagliava. A separarli dall’altipiano dove infuriava la vera guerra, c’erano solo le brulle montagne di calcare che scendevano quasi a picco sul mare.

Il dottor Carbisi e sua moglie Florence dopo il tramonto si erano ritirati nella tenda. Avevano atteso inutilmente per l’intero giorno l’arrivo di un elicottero. Senza che nessuno dei due parlasse, si chiedevano entrambi il perché di quella loro esperienza così tragica. Non erano capaci di dirsi la verità. Nei loro cuori regnava un groviglio di sentimenti contrastanti, come quando si è in attesa di una tragedia imminente. I due giovani soldati della scorta, pur bene armati, avevano la radio e il telefono fuori uso. Nel collegamento radio, prima dell’interruzione definitiva, il comandante aveva promesso un’azione di salvataggio con un elicottero ma, intanto, su quel costone di roccia si sentivano come abbandonati a sé stessi.

Mentre fuori imbruniva, Alpin e Florence continuavano a guardarsi alla luce di un lume a gas. L’uno era disteso su un materasso inzaccherato di fango e l’altra su una sdraio di tela.

Dalla tenda accanto arrivavano le voci dei due soldati. Erano nervosi per le poche munizioni e dubitavano del blitz con l’elicottero annunciato dal comandante. Non era certo il tipo da mettere a rischio la vita di un pilota, ammesso che lo trovasse uno, disposto a ficcarsi in quello strapiombo per finire sfracellato sulle rocce. E poi il tempo incerto, le correnti d’aria, il cecchino appostato e, più avanti, le postazioni dell’artiglieria nemica… poche le probabilità, qualora ci avessero provato. Tutto dipendeva dal coraggio di un pilota capace di atterrare e decollare da quel nido di roccia. Alpin non aveva più molto dolore, ma dalle bende cominciava a venir fuori un tanfo di marcio, quasi come un presagio di morte. Il dottor Alpin Carbisi, era chirurgo, conosceva bene il destino delle sue gambe... Le bende, vecchie di due giorni, nascondevano ferite gonfie di pus. Passato un altro giorno sarebbe stato necessario amputare.

Assorti così nei loro pensieri, Alpin e Florence udirono arrivare da lontano il rumore di un aereo. Un piccolo aereo da ricognizione che si era infilato rischiosamente tra i due contrafforti della valle. Lo videro al secondo passaggio, quando Florence e i due soldati si precipitarono sul pianoro. Il velivolo era passato basso sulle tende, rombando come una sequenza di tuoni. Quei rombi sulle ferite di Alpin erano lingue di fuoco, ma si dispersero subito dopo, frantumandosi nell’aria secca della montagna.

-        Forse verranno stanotte - provò a dire Florence.

-        Lo sai già che non ci proveranno - rispose Alpin.

-        Vedrai che alla fine lo troveranno un matto… uno come quello di poco fa, con tanto coraggio da posarsi su questo pinnacolo... – riprese Florence – sono poche le probabilità, ma ci proveranno… sanno di doverti molto… dobbiamo continuare a sperare.

-        Ti aspetti ancora la riconoscenza? Che ingenua che sei!

-        Forse hai ragione, ma dobbiamo farlo… - ribatté Florence.

-        Già - rispose Alpin - bisogna continuare a sperare... sperare sempre, ma in cosa? Non sento più le mie gambe! E l’unico dolore che mi affligge è quello degli anni perduti… Dai qua la fiaschetta… sarà più breve la notte con due sorsi di grappa.

-        Quella maledetta mina, Alpin! era Made in Italy...

-        Già, una mina doc! è sempre così! Quando sputi in cielo, ti ritorna in faccia.

-        Non avremmo dovuto venire in questo posto, Alpin.

-        Nessuno ci ha costretto, Florence... Io l’ho deciso per me. Ma tu, dovevi provare a dimenticarmi… o aspettare il ritorno del naufrago… e tenerti fuori dalle sue tempestose avventure. Mi hai raggiunto persino in questo inferno!

-        Non avrei potuto fare altro... Sei tu il mio uomo, Alpin… non avrei resistito a starti lontano. Sono venuta qui per aiutarti e riportarti a casa … ciò che conta adesso è salvarci.

-        Non puoi farci nulla, lo sai… le mie gambe… non le muovo più!

-        No! C’è ancora speranza… ce la faremo.

-        Sciocchezze ! Non mi piace l’attesa, Florence... Non mi piacciono più le speranze. E non ho da ringraziare nessuno per i miei guai... In fondo me li sono cercati.

-        Non parlare così… hai ancora me.

-        No, tu non ami me, Florence… ami solo il mio nome, i miei occhi, il mio corpo, ma non ami me. Tu non hai mai amato nessuno oltre i tuoi maledetti soldi e il tuo mondo bugiardo!

-        Perché mi dici queste cose, Alpin? E’ un gioco crudele il tuo!

Alpin non l’ascoltava più. Le due lunghe sorsate di grappa avevano scongelato certi suoi ricordi lontani. Conosceva una bella storia d’amore che raccontava suo padre. Era realmente accaduta molti anni prima al tempo dell’ultima guerra, proprio quando anche suo padre si trovava, soldato, tra quelle montagne. Dopo la Grecia, convalescente di malaria, l’avevano mandato lì, tra i Monti Albanesi a un passo dal Gargano… In quel momento Alpin voleva riviverla quella storia… con la fantasia e con qualche sorsata di grappa per renderla ancora più fascinosa. Quella tra suo padre e sua madre era stata una vera storia d’amore .

Ad Alpin, tutto ciò che era successo, pareva fosse parte di un destino immutabile. Anche ai tempi di suo padre, la guerra infuriava tra le fredde montagne dei Balcani. In quei posti il comando aveva concentrato un’enorme quantità di uomini, in attesa di partire per il fronte russo. Era pieno inverno, il ghiaccio rallentava le operazioni e molti erano i soldati che si rifiutavano di salire sui treni. Preferivano disertare, disperdersi tra le montagne aspettando nei boschi la fine della guerra. Si raccontavano tante crudeltà. L’odio, la ferocia delle rappresaglie, il freddo inesorabile e la mortale narcosi del ghiaccio, erano presagi di sciagure indicibili. Forse il soldato Matteo Carbisi non sarebbe mai più tornato a casa. Perciò volle rivedere la sua donna in Gargano prima di salire sul treno che l’avrebbe portato nel cuore della Russia. Da disertore o da combattente, forse avrebbe corso il medesimo rischio. Lo fece per amore.

Realizzò il suo proposito. Pochi giorni dopo, congedatosi dalla sua donna, fu portato davanti a una corte marziale quale disertore. Ebbe persino fortuna. Si difese per amore e fu assolto per amore. Fu creduto e graziato proprio da quelli che molti dicevano non avessero cuore... Allora i soldati cantavano un ritornello gotico con un nome di donna languido e marziale a inizio e fine strofa: “ Tutte le sere… con te Lilì Marlene. ”

Come suo padre, ora Alpin era nei Balcani, in una guerra moderna, etnica, assurda e ancora più violenta e fratricida di quella passata. Cantavano i cannoni e le bombe, ancora più distruttive di allora… ma la prova vivente di quella storia d’amore era lui.

Avrebbe fatto Alpin tutto questo per Florence? Mentre se lo domandava, pensava a come era bella sua madre in una foto di gioventù.

Sì, all’inizio, quando conobbe Florence in America… forse l’avrebbe fatto. Allora ra molto bella Florence e lo era ancora adesso. Ciò che odiava di Florence era quel suo modo di condizionargli la vita. L’aveva sempre taciuto perché lei, pagando i suoi studi, in fondo gli aveva fatto del bene. I tempi erano difficili e lui terribilmente povero. Florence sapeva cosa voleva dalla vita, lui invece, no. Se era diventato un bravo chirurgo, se aveva avuto amici importanti lo doveva a lei. Un pacco di dollari per uno stage a Los Angeles, un altro pacco per il board a New York... Andò avanti così per un bel po’, ma poi l’incanto finì e cominciò il rancore.

- Ti piacerebbe se tornassimo in America? Dovresti avere un buon ricordo dell’America… - domandò Florence a un certo punto quasi leggendogli i pensieri… - Lì eravamo felici davvero… Dimmi la verità, non sono stati quelli i tempi più belli della nostra vita, Alpin? -

Alpin non rispose. Ammutolì, come un bambino sorpreso a rubare. Tutte le volte che Florence ricordava gli anni trascorsi in America era assalito da una noia mortale. Gli venivano in mente le tante bugie vendute in cambio dei suoi dollari. Sì, lei era stata felice davvero; ma a lui non bastava la felicità di Florence. In quei primi tempi, in America, che ne sapeva Florence dei suoi problemi, di quella sua incredibile bravura a complicare le cose a se stesso e agli altri? Di ciò che realmente aveva in mente di fare nella vita e di quella sua mania di leggere, leggere e scrivere, scrivere… di sognare e raccontare i suoi sogni con le parole…

A quei tempi Alpin era giovane. Venne in America non per fare il medico, ma per incontrare il “ Che ” che per lui era Gesù Cristo tornato in terra. Voleva condividere i suoi ideali, ma incontrò Florence... e per lei tradì gli ideali.

Florence, allora, non conosceva ancora bene Alpin e le sue fisse. Né aveva idea della sua speciale virtù di consolare le vittime dei vincitori. Solo dopo imparò a conoscere Alpin e quella sua compassione per i diseredati.

Erano ancora queste cose il vero scopo della missione di Alpin nei Balcani? Perciò aveva mollato l’ospedale dove poteva diventare il numero uno? Si era cacciato in un inferno, tra genti invincibili per odio e crudeltà soltanto per ubbidire ai suoi principi umanitari… o perché non l’amava più? Florence si domandava tutto questo mentre vegliava il marito appena assopito dall’alcol.

- Te lo sei cercato! - avrebbe potuto dire, se fosse stata costretta a proclamare fino in fondo il suo dissenso sull’operato di Alpin ma, ora, non ne era più così convinta. Non era stato un buon addio quello col marito, quando era partito senza di lei nei Balcani; e lei, si sentiva colpevole almeno quanto Alpin nei confronti della vita.

Le pesava come un macigno la sua infedeltà per aver vissuto una illusione d’amore con un altro uomo ma, questa esperienza le aveva fatto capire, ancor più, quanto per lei fosse importante Alpin.

Ora che era tornata, convinta, al santuario del suo vero amore, aveva avuto il coraggio di raccontare questa storia ad Alpin! A casa loro in Gargano o, da un’altra parte, avrebbero cominciato una nuova vita… Lo aveva giurato che sarebbe stata orgogliosa di Alpin… Lo avrebbe amato, proprio, per essere andato lì a tentare di convincere quegli uomini dell’inutilità dell’odio e della vendetta… per aver dimostrato l’assurdità di fare il male, di uccidere e di vendicarsi a causa di una maledetta patria, di un’incolpevole appartenenza a una razza e a una fede fratricida. Erano questi i principi di Alpin che adesso, per amore, avrebbe sposati.

Il suo uomo era andato nei Balcani per fare tutto questo. Aveva curato le ferite di quella gente e aveva combattuto il loro dolore senza fermarsi, fino a che una mina non gli avesse spappolato le gambe. E sapeva anche, che Alpin non avrebbe mai tollerato una vita difficile su una sedia… che non l’avrebbe saputa vivere una vita così. Perciò si era precipitata lì, per aiutarlo… voleva amarlo, ora, nella cattiva sorte. Voleva farlo. Lei, che di Alpin si era già preso tutto e aveva pianificato la vita sentimentale, il lavoro, la carriera, i progetti e persino i pensieri, ora voleva farlo.

- Se non siamo stati felici prima, potremmo esserlo adesso? - sussurrò dolcemente Florence al marito non appena riaprì gli occhi. Un lungo silenzio deluse la sua domanda.

- E’ troppo tardi - rispose Alpin dopo un po’. - La verità è che sono stanco di tutte le finzioni, le mie, le tue e quelle della gente... Sì, veniamo qui per lavarci l’anima... ma, poi, capisci subito che è sempre poco quello che puoi fare per te e per gli altri... è il destino che alla fine decide per tutti.

- No, non parlare così! Hai fatto la tua parte!

- Se credi di conoscermi e di sapere tutto di me ti sbagli, Florence... Ho sofferto insieme a questa gente per egoismo, per guardare in faccia il male... per me stesso, per la mia sfrenata voglia di capire l’amore, la verità, il dolore.

- Non dire queste cose Alpin ... mi fai piangere … non avrei mai pensato d’averti reso così infelice da indurti a cercare la verità qui, in questo inferno.

- Anni vuoti ho vissuto, Florence. Anni inutili... felicità bugiarde... pensare una cosa e fare un’altra... sempre e ovunque la solita storia... portare l’ambigua maschera della normalità… Poi arriva il momento che ti metti alla prova. Solo la mia voglia d’inferno e di dolore mi hanno portato qui… ora li ho avuti... L’amore, l’odio, la povertà, il sangue, la fame, il piacere, il dolore, il perdono, la vendetta… sono le uniche cose vere della vita. Vuoi dirmi che ora credi a queste cose, cui prima non avevi mai creduto?

- So di credere in te, Alpin… voglio credere in te. Ho diritto di credere ed essere creduta. Ho bisogno di credere... I puri non esistono, Alpin, ma esiste la purezza di chi si rialza e vuole ancora credere nella vita, nell’amore… Io lo voglio Alpin! Qui abbiamo combattuto la buona battaglia… abbiamo diritto alla felicità… dobbiamo rialzarci e ricominciare per viverla! -

Mentre pronunciava queste parole, a Florence venivano in mente i sermoni del reverendo Tomas, il pastore americano della sua chiesa. Gli insegnamenti sulla felicità immanente di chi fa il bene… e sulla Bibbia ai quali si era formata durante gli studi giovanili. Non avrebbe mai pensato di dover dire al suo uomo cose di questo genere. Prima, era lei a non credere in certi ideali. Adesso, il suo amore per Alpin e il momento così drammatico, l’avevano portata a farlo.

Aveva preso nelle sue le mani di Alpin. Erano fredde. Anche la fronte trasudava goccioline gelide. Pensò di scaldare per Alpin qualcosa di caldo sul fornello. Aveva sbagliato, da giovane, a uccidere i suoi ideali… Si, lei non aveva permesso al suo uomo di vivere la sua vita. L’aveva convinto a diventare chirurgo, un uomo costretto a respirare l’odore del sangue, della carne e del dolore. Un santone, le cui mani immerse nelle viscere della gente dovevano essere baciate da quelli che avrebbe salvato... Ma Alpin aveva altri progetti, avrebbe voluto curare gli altri e soprattutto se stesso con la poesia e coi sogni.

Fuori era notte e il respiro profondo della montagna si condensava in rugiada lungo il pendio. La valle taceva e l’erba alta, in assenza di vento, si curvava sotto il peso di una brina argentata. Alpin pareva aver trovato po’ di pace nella morfina e Florence lo aveva avvolto alla meglio in una calda trapunta di colore azzurro.

Non potendo avvolgere interamente il corpo di Alpin in un sacco a pelo per le ferite, aveva provato a scaldarlo così, con una trapunta di colore azzurro. Sentiva di amare Alpin, lo aveva   sempre protetto, forse troppo. E mentre lo vegliava pensò agli uomini della sua vita. In verità molti gli uomini, ma pochi che fossero davvero tali. Ad eccezione di Alpin e del nonno paterno che aveva amato fino ad avere per lui un senso di venerazione, di altri uomini non le restava che un ricordo piccolo piccolo. Da ragazza però ci fu uno che lei credeva di amare fino al punto da farsi morire dalla passione. Per lui avrebbe ripudiato persino l’enorme ricchezza di suo padre. Si chiamava Tip, ovvero lei lo chiamava Tip.

Tip, il caposala al Grand Hotel Majestic di proprietà della famiglia. Tip il caposala, il gotico Tip. Un angelo biondo, coi capelli dorati sulle orecchie candide come due piccole ali che spuntavano da dietro la nuca. Il fine Tip, flessuoso, irraggiungibile. Lei lo raggiunse una volta nei suoi alloggi, si sarebbe data a lui anima e corpo. Ma quando entrò di soppiatto nella sua camera vide Tip nel suo letto con un comì di cucina greco, moro come un africano. Poi arrivò Alpin. Le mani di Alpin gli sembrarono quelle di un profeta e i suoi occhi così profondi da perdersi dentro. Aveva trovato il patriarca, ma lei era sterile come Sara. Solo un miracolo l’avrebbe fecondata... un miracolo che non si avverò. Se l’era conteso tra cento altre donne il suo Alpin. Già, le donne, le sue nemiche... Sì, hanno la natura doppia… Sono madri, amanti... E mentre pensava tutto questo, a Florence veniva in mente un dipinto molto bello di un anonimo del quattrocento denominato Duplice Intercessione. L’aveva acquistato pagandolo una cifra da un antiquario nei pressi di Santa Maria in Fiore, una delle tante volte che aveva soggiornato a Firenze. Soltanto dopo molti anni, riflettendo, capì il senso nascosto in quel dipinto. L’intercessione della Madonna era duplice, perché sposa e madre di Dio. Sono così tutte le donne… Sono spose e madri, figlie, amanti, artiste, guerriere… Specie in questo secolo ci danno dentro, faticano… danno l’anima per riscattarsi. Una lotta infinita… illusioni, sconfitte e vittorie. Era successo così anche a lei?

Forse aveva ragione il reverendo Tomas: “ con una manciata di mele avvelenate Mefistofele si sta portando dietro tutte le donne di questo fine millennio… tutte allo sbaraglio dietro un flauto magico! ” tuonava dal pulpito la domenica.

Anche lei aveva incarnato lo spirito del tempo… Era stata la matriarca superba, la padrona di Alpin. Ora, però, aveva rischiato la vita insieme a lui, nel suo inferno. Voleva amarlo, salvarlo, intercedere per lui non due volte, ma mille, mille volte col suo amore.

Questi suoi pensieri tacquero appena il rombo di un elicottero squarciò il silenzio della notte. La luce della fotoelettrica sotto la pancia del velivolo illuminava il pianoro. Non c’era vento e l’erba prostrata dal vortice delle pale brillava come un immenso tappeto di cristalli. Su quel tappeto scivoloso ebbe l’ardire di posare il velivolo un pilota temerario che dai gesti mostrava un coraggio insolente.

- Sale solo il ferito, gli altri restano a terra!.. - gridò ai due soldati della scorta non appena ebbe toccato il suolo. Senza provare a contrariarlo, in un attimo furono nella tenda a prelevare Alpin. Le condizioni atmosferiche erano ideali. Quando poco prima era partito dalla base non c’era stato verso di convincere quel maledetto pilota di prendere a bordo un medico. Era un tipo strano; fece salire solo il secondo… disse che avrebbe avuto troppo carico quando si sarebbe alzato in volo sul pianoro. Stretto nel suo chiodo impellicciato e con le mani ai comandi lo sfrontato non aveva riguardo per nessuno. Era audace, alla base lo chiamavano Veltro. Persino il cecchino, sull’altro versante del pendio fu colto di sorpresa. Non poté fare altro che sparare qualche colpo nel buio. I due soldati della scorta fecero in fretta a sistemare Alpin sulla lettiga e a legarlo con le cinghie. Subito dopo, il tempo di un commiato con Florence, il medico ferito era già nella pancia del velivolo. Insieme a Florence, i soldati avrebbero ridisceso il declivio a piedi, per imbarcarsi prima che facesse giorno.

- OK ! - fece il secondo alzando il pollice della mano appena salito a bordo. A quel segnale il Veltro fece rombare forte i motori. Si fermò solo un attimo con lo sguardo su Florence, uno sguardo tagliente come una lama, come una promessa insolente… e poi via, ancora più gas, fino ad alzarsi di nuovo nel vuoto. Pareva barcollare nell’aria ma, risalita la lunga striscia di cielo tra le due pareti della valle, scomparve agli sguardi. Pochi attimi dopo, l’eco del rombo si perdeva lungo il braccio di mare che separava Alpin dalla sua casa in Gargano. Il silenzio ritornava padrone del pianoro di roccia mentre l’aurora striava di rosso il mare.

Quei cieli dell’Adriatico, all’alba e al tramonto, già da troppo tempo si coloravano di rosso. Erano i cristalli di sangue versato a fiumi. Non c’era stata mai pace vera e, forse, non ci sarebbe stata nemmeno dopo. Era questo che Alpin pensava mentre le prime luci d’oriente si riflettevano sui vetri del velivolo... Ancora un altro giorno che nasceva insieme a un’altra guerra... Pensava così Alpin, mentre un torpore mortifero dalle gambe gli saliva lungo il corpo. Sudava, smaniava, si contorceva, ma era lucido. Non voleva tornare a casa in quello stato, lottava per essere lucido.

Non gli era sfuggito neppure che, al decollo, per la fretta di fare presto, il copilota non avesse chiuso bene la porta a carrello… ora cigolava libera dalla sicura... Guardava l’Adriatico velato dalle brume rosee dell’alba… sentiva un forte desiderio di tuffarsi tra le sue bianche spume per rinascere altrove… Capì che poteva farlo e con la mano spostò il portellone quel tanto che bastò per far scivolare le ruote della lettiga nel vuoto. I due piloti non si accorsero della trapunta di colore azzurro che volava nel cielo… Nell’aria fumosa del mattino, Alpin, se ne volò via così, come un aliante. Se ne uscì dalla pancia del velivolo leggero e immobile per rinascere altrove...

Bisbigliava un pensiero per Florence - “ Addio Florence… altrove ci rivedremo… altrove ci riconosceremo… ” -Volava leggero e immobile Alpin, con le mani incollate alle sbarre della lettiga, come fosse al timone di un piccolo aliante dalle vele azzurrate. Dei due di bordo, solo il Veltro, quello insolente che era ai comandi, notò un punto d’azzurro tra le spume dell’Adriatico come quando si tuffa un delfino ma, neppure lui si rese conto subito di cosa fosse realmente accaduto.  

a cura di Pasquale Biscari.

 

Last modified on Venerdì, 14 Aprile 2017 08:14
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