Damola Hamid | ph. Rete del Mediterraneo
La storia di Hamid: tappeti, coraggio e una nuova vita oltre l’oceano.
a cura di Enzo Dota [Rete del Mediterraneo]
C’è una storia che vale la pena raccontare. Non perché abbia un finale hollywoodiano — anche se per certi versi ce l’ha — ma perché parla di coraggio vero, quello che non fa rumore, che non cerca applausi, che semplicemente va avanti.
Damola Hamid è iraniano. È arrivato in Italia da giovane per studiare architettura a Roma, e come spesso accade nelle storie più belle, non è stato solo lo studio a cambiare la sua vita. Nella capitale conosce un connazionale, un altro studente iraniano, che diventerà il suo migliore amico. E attraverso quell’amicizia conosce sua sorella, che sposerà. Da quell’incontro nascerà una famiglia: tre figli, due femmine e un maschio.
Finita l’università, il cognato lo chiama a Bari, dove insieme aprono un negozio di tappeti. Poi è ancora il cognato — che intanto ha sposato una ragazza di Lucera e si è trasferito — a convincerlo a guardare verso nord, verso Foggia, dove un negozio di tappeti manca. Hamid ci crede, fa le valigie e apre. Non solo un negozio: nel tempo costruisce anche una lavanderia industriale per tappeti persiani, un servizio di qualità in una città che, diciamolo chiaramente, quella qualità fatica a riconoscere e a premiare.
Trentacinque anni a Foggia. Trentacinque anni di lavoro duro, di tentativi, di resistenza contro una piazza difficile, povera di cultura imprenditoriale e spesso impermeabile a chi vuole davvero fare le cose per bene. Hamid insiste, stringe i denti, ci crede. Fino all’ultimo investimento: un centro internet moderno e attrezzato pensato per gli extracomunitari, una scommessa sul futuro che si rivela, purtroppo, un passo falso. I soldi spariscono, il centro non decolla, e Hamid si ritrova a fare i conti — non solo economici — con 25 anni trascorsi in una città che non gli ha mai restituito quello che meritava.
A 52 anni, Hamid prende una decisione che cambia tutto.
Non è una fuga. È una scelta lucida, coraggiosa, preparata. Si reca a Milano, si fa elaborare un Business Plan professionale e comincia a cercare un investitore disposto a scommettere su di lui e sulla sua idea. Lo trova. Qualcuno, finalmente, vede quello che Foggia non ha mai voluto vedere: un uomo capace.
Con i fondi ottenuti, Hamid fa costruire in Puglia macchinari nuovi su misura, li imbarca e li porta oltreoceano. Atterra a New York con una lingua da imparare, una città da conquistare e tutto da ricostruire. Di nuovo. A 52 anni.
Sei mesi dopo, raggiunta una prima stabilità, fa venire sua moglie e i suoi tre figli. Loro, inizialmente scettici — e come dargli torto? — scoprono presto un mondo che non si aspettavano. Oggi la famiglia Hamid è parte integrante del jet set newyorkese.
Le due figlie hanno costruito ciascuna la propria storia. Rania ha sposato un noto avvocato, mentre Pardis — che ha avuto l’onore di fare da madrina al matrimonio di Chiara Ferragni — ha sposato il miglior chirurgo facciale d’America.
E poi c’è Shizard, il figlio. Cresciuto tra due continenti, con il sangue dell’imprenditore che scorre nelle vene, ha fondato ZBK Books, di cui è oggi Founder & CEO. La missione dell’azienda è tanto semplice quanto ambiziosa: tenere i libri in movimento, accessibili e sostenibili in tutto il mondo. Attraverso le sedi operative in Texas e New York, ZBK Books processa ogni anno oltre 40 milioni di libri, posizionandosi tra i più grandi distributori di libri a livello globale. Le operazioni comprendono l’approvvigionamento su larga scala, la classificazione, il trattamento e la redistribuzione di libri usati che altrimenti andrebbero sprecati. Grazie a logistica avanzata e processi tecnologici innovativi, milioni di volumi continuano il loro ciclo di vita nelle scuole, nelle biblioteche, nelle case e nelle aziende di tutto il mondo. Un’impresa che parla la lingua della sostenibilità e dell’impatto sociale — e che porta, anche questa, il segno inconfondibile della famiglia di Hamid.
L’azienda di Hamid oggi fattura diversi milioni di euro. Non male per chi, a 52 anni, qualcuno avrebbe potuto consigliare di starsene tranquillo.
Quando lo incontriamo e ci sediamo a parlare con lui, Hamid non usa mezze misure. La lunga chiacchierata lascia il segno, e le sue parole restano in testa.
Sull’Italia: «I giovani italiani sono condannati. Non hanno futuro, soprattutto se hanno una mentalità imprenditoriale e continuano a restare lì pensando all’americana. Quella mentalità in Italia non viene capita, non viene supportata, viene soffocata.»
Su Foggia: silenzio. Poi, con una calma che pesa più di qualsiasi sfogo: «Ho buttato 25 anni della mia vita in un posto senza speranza. Non voglio nemmeno sentirla nominare.»
Non è amarezza fine a se stessa. È la lucidità di chi ha visto entrambi i lati, ha pagato il prezzo più alto e ha avuto il coraggio — raro, rarissimo — di scegliere se stesso quando era ancora in tempo.