Migramah experience, l’arte come inclusione sociale

Partiamo dal presupposto che risulta alquanto ostico cercare di descrivere un percorso che muove i suoi passi tra l’arte e l’inclusione sociale e che pone l’accento più sulle percezioni, positive o negative, che sul prodotto finale. Molto spesso ci si è interrogati sull’identità dei manufatti stessi, tuttavia, osservando i macramè si nota subito la presenza di diverse mani e di diverse personalità, proprio per questo consideriamo il nostro operato non un semplice prodotto artigianale ma più vicino a qualcosa di “espressionista”.

Il progetto nasce dalla collaborazione del collettivo Rapsovive (Crucinio Marta, Giannini Wanda, Scervini Gaia) e le beneficiare della cooperativa sociale Medtraining, da anni impegnata per favorire e promuovere lo sviluppo dell’inclusione sociale dei soggetti svantaggiati, e si è articolato in una serie di incontri effettuati tra maggio e novembre 2022.

Durante i Workshop si è appresa insieme la tecnica e attraverso quest’ultima, si ha avuto la possibilità di intrecciare i fili alla quotidianità.

Trascorrere tante ore insieme ci ha permesso infatti di arricchire il nostro bagaglio culturale ma anche quello personale, attraverso la condivisione di vicende, problematiche e sensazioni emersi naturalmente tra un gruppo di lavoro evolutosi in amicizia. Con la conoscenza abbiamo abbattuto le distanze e le differenze sono sparite.

Speriamo di estendere quest’esperienza ai visitatori di questa mostra invitandoli a continuare l’arazzo affinché ogni spettatore possa sentirsi libero di porsi in relazione con esso e continuarlo, divenendo parte integrante dell’esperienza comunitaria.

DA DOVE NASCE L'IDEA.

Il termine macramè deriva dall’arabo migramah (frangia per guarnizione). Questo tipo di ricamo, completamente manuale, venne importato dai marinai liguri che dalle colonie oltremarine approdavano al porto di Genova o in qualche altro scalo della Liguria, integrando alle loro tradizioni quelle delle culture delle colonie.

Il titolo del progetto si ricollega all’etimologia araba, la quale ricorda nella sua fonetica la parola migrazione. Negli ultimi decenni si è assistito a flussi migratori dall’Africa e dal Medio oriente verso l’Europa e in particolare verso l’Italia meridionale. Questi popoli, ritenuti culturalmente distanti, già in passato hanno arricchito la cultura occidentale: basti pensare all’utilizzo del sistema numerico internazionale, all’applicazione di motivi arabeschi in molte delle architetture o al cous cous, la quale rientra nella tradizione gastronomica trapanese già da secoli, al punto da averne una propria variante a base di pesce diversamente dalla ricetta magrebina a base di stufati di verdure e carne.

Migramah è quindi un nodo prima di tutto culturale, un intreccio, un ponte metaforico tra culture, quelle del bacino mediterraneo, integrate già prima che le istituzioni volgessero il focus sulla questione. Migrare vuole e deve essere inteso solo come azione motoria, positiva e priva di barriere. Nessuno può impedire ad alcun essere vivente di potersi muovere con rispetto nel proprio pianeta.

SCOPO DEL PROGETTO.

Migramah è un progetto che prevede la realizzazione di piccoli arazzi in macramè a più mani e si rivolge a chi pensa di poter affidare le sue idee alla collettività del gruppo, a chi è pronto a mettere da parte il proprio ego per imparare nuovamente cosa significa relazionarsi.

L'obiettivo è gettare le basi per fare un tratto di strada insieme, per far sì che nell'opera finale non sia più distinguibile la mano di ogni singola persona ma che si confonda il gesto del singolo, facendo emergere la bellezza di questo esperimento vissuto insieme.

Questo è quindi un progetto che racchiude nel suo nome il concetto di inclusione e che propone un’esperienza nella quale l’idea iniziale e il prodotto finale passano in secondo piano rispetto al processo creativo, poiché si prefigge come fine ultimo il dare luce alle relazioni umane in un tempo che, per i suoi ritmi, le pone in ombra tramite un nuovo linguaggio e un nuovo spazio.

Attraverso la tecnica del macramè, grazie alla sua lentezza di esecuzione, si ha infatti la possibilità dì riappropriarsi di un tempo e di un modo di socializzare ormai messi da parte.

Negli ultimi decenni tanti sono stati gli artisti che si sono cimentati in questo tipo di sperimentazione, molti dei quali fonti d’ispirazione, come Maria Lai che con “Legarsi alla Montagna” inaugura un filone artistico che rivolge il focus alla relazione con il territorio e la sua gente.

È quindi nostra intenzione farci autrici di un’arte rivolta a tutti, che abbandona la sua dimensione aulica e che vuole arrivare ai più e ai qualsivoglia soggetto interessato.

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Redazione

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