Punti di (s)vista. Monte al voto: chi aprirà e svuoterà i cartoni in Piazza Roma n° 2?

Di fatto la campagna elettorale a Monte Sant’Angelo è iniziata da un po’ di tempo. Anche se l’apertura dei giochi è sancita da date, i politici locali e i gruppi che li sostengono mesi addietro, alcuni anche anni, hanno tagliato il nastro promozionale. Ad andare avanti ci hanno pensato sempre i soliti portatori di consensi, chi giovane, chi attempato, chi ridondante nella sua enclave, anche dissonante opinione con parti del territorio.

Monte Sant’Angelo viene da un’amministrazione quinquennale a trazione centrosinistra, eletta con oltre il 61 % delle preferenze dopo diciotto mesi di commissariamento straordinario per le note vicende che l’ha, obtorto collo, etichettata ufficialmente mafiosa. Un epiteto che sminuisce la sua valenza culturale e sociale con vocazione naturale turistica e religiosa. Che la incarta in quei faldoni che saranno perpetuamente ricordati e ripresi ogni volta che qualcuno vorrà scagliarsi contro o, peggio ancora, farsi pubblicità.

Monte Sant’Angelo non è mafiosa e non lo sono i Montanari. Sia molto chiaro! Ciò non significa che il lenzuolo è candido, ma non è neanche grigio e che il tentativo è sempre in agguato. La differenza la fanno le persone, oggi più che mai refrattarie a tal fenomeno, pur sapendo delle fragilità personali e che la presenza mafiosa, anche se in minima parte, è subdola e latente, che c’è e va respinta. Un tempo c’era quel famigerato “clan dei montanari”, oggi più presente nelle pagine delle relazioni della DIA per, purtroppo, futuri riassetti, che ha sporcato strade e piazze col sangue di innocenti e criminali, deviando mediaticamente la mission del paese garganico. Un paese che negli anni a seguire è diventato strumento di campagne politiche diffamanti verso amministratori che ad oggi non hanno ricevuto neanche un avviso di garanzia e che educatamente hanno risposto al “buongiorno” di chi lo salutava, pur essendo pregiudicato. Una colpa, per lo Stato non per il buonsenso e l’educazione, che ha messo alla gogna intere famiglie perbene e che, dopo aver dimostrato l’assoluta estraneità, attendono ancora le scuse dell’opinione pubblica, dello Stato, di molti cittadini, attendono il ripristino della loro onorabilità.  L’Italia, e non è il segreto di Pulcinella, ha molti comuni cui il sistema amministrativo purtroppo è inquinato dalla parallela infiltrazione criminale di associazioni mafiose che tendono a indirizzare appalti e finanze; a volte emergono e i Consigli comunali (maggioranza e opposizione, quest’ultimo dettaglio sfugge a molti) vengono sciolti, a volte no e disgraziatamente proseguono, a volte l’inciampo politico governa la situazione cercando di apporre pezze (al culo) di chi dovrebbe davvero trovare il problema e sanarlo senza partito preso. A Monte Sant’Angelo, e non è una novità, chi scrive è dal 2015 che insiste su uno scioglimento più politico che legale, ma i cori registrati di orde di tesserati continuano a urlare, coprendo una voce che parrebbe fuori dal coro e che invece trova sostanza e sonorità nelle carte prodotte e conservate in Procura.

Di pari in passo rimane sempre aperto il dibattito intorno alla modifica dell’art. 143 del testo unico degli enti locali (TUEL), del d.lgs. 267/2000, che pur essendo stato sottoposto a due modifiche, apportate dal decreto legislativo del 04/10/2018 n. 113 (decreto sicurezza) e convertito nella legge 132 del 01/12/2018, non contempla del tutto il percorso riformatore cui dovrebbe far chiarezza nel modus operandi in determinati casi, accertati, certificati, senza anteporre la presunzione di colpevolezza alla sua determinazione incontrovertibile. Tema, tra l’altro, riaffiorato in questi giorni sul tavolo della Commissione parlamentare antimafia.

Ma questo è un altro argomento, anche se l’unica affermazione che si ritiene logica a tal massacro democratico, giurisprudenziale, legale e alla persona e al territorio è “La legge degli uomini è come la banderuola di un vecchio campanile che varia e si muove secondo come spirano i venti”, lo disse Lev Tolstoj.

I giochi sono aperti e, in questi poco più di quaranta giorni, i montanari dovranno decidere da chi vorrebbero essere amministrati. Si contrappongono sostanzialmente due compagini politiche, ovviamente una a trazione centrosinistra e una a centrodestra. Nel mezzo piccole entità, disturbi, banderuole ammantate poco lucenti che potrebbero determinare il risultato se alla fine concentrano i loro voti sulla compagine che più li aggrada, spesso con il “manuale Cencelli” alla mano. Ma la sostanza è ben definita.

CambiaMonte, espressione civica del centrosinistra, termina il suo quinquennio e “col futuro negli occhi” del nuovo “Progetto Comune” attende la riconferma del leader Pierpaolo d’Arienzo, sindaco uscente, salutando i concittadini con un arrivederci per dare continuità al lavoro svolto, di fatto, confermando idee e progetti concreti che continuano a guardare al futuro, a una Monte 2027.

“A Monte”, supportato da La Rinascita Possibile, espressione civica del centrodesta, cerca l’inizio della governance cittadina, con un ritorno di Felice Scirpoli, ben ponderato e radicato nelle vene del paese, per un quinquennio all’insegna del sindaco che ascolta, di tutti, di un sindaco gentile come la mitezza del suo carattere, forte e preparato a ridar centralità a un territorio che ha bisogno di strutture e infrastrutture, programmazione, promozione e affidabilità.

In questi anni a Monte ha imperato la parola “legalità”, usata e abusata nelle più svariate salse cittadine, come se fosse un’etichetta da sfoggiare in nome di una nomea che necessitava di pulizia. Un termine che ci auguriamo venga messo nel cassetto, almeno in questi quaranta giorni, poiché è naturale che Monte sia ed è una paese legalitario e che ricordarlo, che va sempre bene ma nei momenti dovuti, è quel repetita iuvant piacente solo a chi ha difficoltà a radicarlo nelle menti e nei fatti.

Saranno giorni concitati, settimane di fuoco. L’auspicio è di una campagna elettorale tra due competitors, che si contrapporranno sanamente come avversari politici e non nemici. I giorni d’oggi non ci permettono di averne altri perché le orrende egemone azioni belliche caucasiche ci ricordano distruzione, disperazione e morte. Se sarà una campagna che si limiterà alla sola propaganda dei programmi, ebbene, avremo il risultato più giusto e voluto da chi il 12 giugno porrà nell’urna la sua preferenza.

Monte Sant’Angelo è un comune unico tra pochi, inteso come territorio. È a 843 s.l.m., il centro abitato più elevato del Gargano, ha boschi, foreste, vallate, coste e mare, microclimi per eccellenze faunistiche, floristiche e agroalimentari che pochi sanno apprezzare. Ha tutto. È anche il centro mondiale del culto micaelico e ha ben due patrimoni UNESCO da salvaguardare. Ma aver tutto è anche una responsabilità, molto grande, e perciò un peso che tradotto in amministrazione vuol dire potere. Quello che riprendendo una celeberrima frase di Peter Parker al secolo Spider Man, “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”, crea quell’osmosi che conferisce il giusto equilibrio a due sostanze. Fumetti a parte, che a volte insegnano più di decine di collane letterarie, chi governerà Monte Sant’Angelo, e chi lo ha fatto lo sa bene, ha una responsabilità che va oltre la semplice amministrazione di una città.

Analizzando il suo territorio, Monte Sant’Angelo necessità di interventi tout court in ogni suo anfratto. Le coste andrebbero rimesse in sicurezza; il grave fenomeno del dissesto idrogeologico le attanaglia e allontana turisti. Le vallate andrebbero ristrutturate e rivalutate, in particolare quella di Carbonara, ricca di ottimi terreni, e con essa chi ha investito per un lavoro autonomo e artigianale. Quella di Macchia, che non è solo zona industriale spesso utilizzata per promesse e sperimentazioni occupazionali del giorno dopo, urge di infrastrutture, fogna, luce, strade, da decenni abbandonate al degrado urbano e di un corposo programma di servizi tra i centri limitrofi. Un programma che metta al centro la vocazione agricola, vincola, ittica e pastorale, da sempre eccellenza locale. C’è poi l’annoso problema demografico, dove lo spopolamento è in netto aumento e così anche l’età media. I giovani hanno bisogno di attrattori, sani e garanti, circostanziali al territorio e in piena armonia con l’offerta vocazionale trasformata in lavoro. Il turismo va incrementato e soprattutto farlo diventare stanziale; il mordi e fuggi dev’essere solo la straordinarietà di qualcuno. Tra sole, mare, foreste e chiese, Monte ha tutto per un’offerta completa long-minute. I sapori e gli odori dovrebbero diventare attrattori confermativi di eccellenze locali in giro per il mondo e tv, che promuovono il paese, ma non riescono a concentrarli laddove nascono. Sanità ed equipollenti andrebbero rimodulati e posti al centro dell’agenda di una Regione che se ne ricorda solo a urne aperte. I collegamenti andrebbero rafforzati su strade più sicure. La città richiede sicurezze infrastrutturali che nel periodo invernale, il più sofferto, ghiaccia e con essa mezzi e strumenti. Sofferenze, anche opinabili (W la democrazia), di centri storici deserti, bui e chiusi. Insomma, la città o paese qualsivoglia definirlo, urge di robuste politiche urbane a tutto tondo. Chi ha investito in questi mesi lo ha fatto coraggiosamente, ne ha il merito e va sostenuto, in una visione futura di un luogo che davvero potrebbe conferirgli successo e offrire ai montanari ciò che da anni chiedono: buona economia, lavoro e certezze. È ovvio che i temi succitati sono la macroscopica sintesi di una situazione che insiste da molto tempo e assoggettare responsabilità solo agli uscenti sarebbe non corretto.

Ma quello che davvero necessita Monte Sant’Angelo, prima di tutto, è un cambio culturalmente sociale, di cultura civica. La popolazione ha fame di modernità e sete di apertura verso confini generazionali in grado da garantirgli un futuro certo e migliore. E solo la responsabile consapevolezza di un’Amministrazione può attuarlo.

I fuochi fatui accesi in questi anni, non solo gli ultimi, e le fiamme si perpetuano da molto più tempo con solitarie unicità del caso o programmate al fine preposto, devono diventare tizzoni ardenti accarezzati dal vento di cambiamento.

Il 12 giugno è vicino. La partita è già in gioco e sarà in unica tornata. Con essa, oltre i capitani, c’è la squadra che sta gareggiando su più fronti. Il modulo si spera sia stato studiato e sincronizzato, ma soprattutto giocato da altrettanti giocatori che non siano i fischiati di questi anni, poiché diverrebbero le schiappe di un futuro fallente. Lo stesso che ha silurato quel domani di un destino di futuristiche funivie avveniristiche da anni contemplate in programmi elettorali per infrastrutture pensate alla grande ma utili per il piccolo e il quotidiano.

Quindi, è il caso di dire che i cartoni di entrambe le due maggiori compagine son pronti e pieni di intenti: vedremo chi li aprirà e svuoterà in Piazza Roma n° 2, trasformandoli in fatti.

Ad Maiora!

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