A Monte Sant'Angelo va in scena “Il Giardino dei Ciliegi”  di Anton Čechov

“Se ne sono andati, si sono dimenticati di me...la vita è passata ed io è come se non l'avessi mai vissuta...”,  ripete malinconico il vecchio Firs. Sullo sfondo, il palcoscenico vuoto, simbolo della casa, ormai abbandonata,  mentre si ode soltanto, in lontananza, il suono della scure che si abbatte sugli alberi.

E' la scena conclusiva dell’opera teatrale “Il Giardino dei Ciliegi” di Anton Pavlovič Čechov.

Lo spettacolo verrà messo in scena, sabato, 25 agosto 2018, dagli allievi-attori del Laboratorio Off della "Piccola scuola di teatro" del “Teatro del Cerchio” di Parma,    presso l'Auditorium delle Clarisse di Monte Sant'Angelo.

La guida e l'attenta regia di Gabriella Carrozza -attrice e formatrice del teatrale del teatro del Cerchio di Parma- hanno mosso le emozioni dei protagonisti, segnate nella loro accurata gestualità e nel loro armonico e composto declamare.

Messo in scena per la prima volta nel 1904, “Il Giardino dei Ciliegi” è la storia struggente di una nobile famiglia aristocratica russa in decadenza, costretta alla vendita all'asta della casa d'infanzia e del suo giardino.

L’intera opera è dominata da un certo fatalismo dei protagonisti: tutti lamentano la perdita del giardino, ma nessuno riuscirà ad impedirla, poiché tutti continueranno nella propria inazione, ognuno incapace di prendere decisioni importanti. Ad acquistare il giardino sarà  Lopachin, figlio di uomini che sono stati servi nella casa degli antenati di Ljuba e che, a seguito dell’emancipazione dei servi (1861), hanno ottenuto la libertà e si sono arricchiti. E' la storia della crisi di una società, della decadenza dell'aristocrazia, dell'affermazione della borghesia, dell'inarrestabile delinearsi di un nuovo sistema di valori sociali ed economici. Alla fine di quest’opera, concepita come una commedia e diretta come una tragedia, ognuno andrà per la sua strada, verso una nuova vita, una nuova società che sta nascendo, sotto i colpi della scure che si abbattono sugli alberi del giardino, simbolo della fine della vecchia società aristocratica.

Definito dai critici “poema teatrale della sofferenza del mutamento”, “Il Giardino dei Ciliegi”  non è la storia della disfatta di una famiglia, inerme davanti alla forza del destino, ma piuttosto la storia di uomini e donne che affrontano un cambiamento rimanendo sè stessi, nonostante tutto. “Non piangere mamma, pianteremo un nuovo giardino, più bello di questo e vedrai... tu sorriderai”, queste sono le parole di Ania alla fine del terzo atto. Vero protagonista dell'opera diventa, quindi,  il giardino, un non-luogo, simbolo di rimpianti, speranze, sogni.

L'evento teatrale rientra nell'iniziativa culturale “L'altra città, teatro d'estate”, organizzata dal laboratorio "  Ridere insieme...",  del Centro Diurno " Genoveffa De Troia"  di Monte Sant'Angelo e dal Centro di Salute Mentale di Manfredonia.  

L’ idea culturale è parte di un progetto di liberazione dell’umanità dalle istituzioni totali, un agire collettivo  per  non dimenticare tutti coloro che hanno partecipato a “smontare il manicomio”, residuo di annientamento della persona. Una bella ragione per ricordare  l'anniversario dei 40 anni della “legge Basaglia” e per bloccare la “retrotopia” di chi agita ed invoca strutture di contenimento di donne e uomini indifesi.

La serata sarà il connubio culturale di due esperienze drammaturgiche. Sia a introduzione sia a conclusione dello spettacolo, si racconteranno storie di vita e di follia, utilizzando brevi interpretazioni scelte, musicate dal cantautore Antonio Silvestri  e realizzate dal laboratorio “Ridere insieme…”,  che da anni operano per costruire un sogno collettivo: la città sociale, solidale ed accogliente.

Una sapiente contaminazione tra arte e salute, nonchè una rete di relazioni, per costruire una nuova esperienza teatrale, emozionale e sociale,  ricordando Franco Basaglia, che non solo ha voluto restituire la parola ed i diritti negati a tante persone, recluse perché ritenute diverse, ma ha voluto svelare che “aprire l'istituzione non è aprire una porta, ma la nostra testa”.

Dimmi, dimmi qual è la sede della follia, la testa o il cuore? Dimmi, dimmi…”.

 

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