Sviluppo industriale e rigenerazione urbana

Golfo di Manfredonia

Ritornando allo sviluppo industriale, in questo ultimo secolo abbiamo assistito a due fenomeni economici contrapposti. Da una parte ad un processo di industrializzazione molto rapido ed efficiente sul piano economico e sociale, che si è manifestato soprattutto nella seconda parte del Novecento, in correlazione con lo sviluppo dell’urbanizzazione e quindi delle città in generale, e dall’altra parte, alla fine del XX secolo e all’inizio del XXI, ad un processo di deindustrializzazione legato soprattutto alla grave crisi del 2007-8, che è iniziato con la crisi immobiliare e ha colpito quasi in maniera irreversibile  il settore produttivo e industriale dei paesi occidentali. Così oggi ci troviamo ad affrontare il problema della dismissione di grandi aree post-industriali, oggi rese vuote per mancanza di produttività e di sviluppo economico. Quindi la Rigenerazione Urbana ha oggi una doppia valenza: quella di interessarsi principalmente della crisi delle città, come organismo privo di legame fra la città storica e la città in espansione, e l’altra di riempire i vuoti creati dalla crisi industriale e quindi dell’abbandono di interi stabilimenti industriali, oramai diventati delle cattedrali nel deserto. Purtroppo per queste aree deindustrializzate, come per esempio l’area di Bagnoli a Napoli, l’area Lambrate a Milano, l’area di Marghera e da noi l’area del Petrolchimico-Anic della Piana di Macchia in territorio di Monte Sant’Angelo-Manfredonia, si presenta  da una parte il processo di riqualificazione ambientale e quindi la bonifica dell’area un tempo produttiva e oggi in abbandono, e dall’altra il recupero e la fruibilità delle aree urbane  dismesse, attraverso un nuovo percorso di Rigenerazione produttivo ed urbano. Tutto questo riguarda non solo la realtà italiana, ma altre realtà che vanno dal Regno Unito alla Germania, dalla Francia agli Stati Uniti. Un problema, quindi, non più locale, ma internazionale, coinvolgendo l’intera economia dei paesi occidentali. Del   resto sappiamo che la crisi ha avuto inizio dagli Stati Uniti per poi allargarsi ai paesi europei, con conseguenze sul mondo industriale e quindi  occupazionale.

La storia della deindustrializzazione della Piana di Macchia, in territorio di Monte Sant’Angelo-Manfredonia è emblematica di quanto sia importante rispettare le vocazioni di un territorio. Un territorio che purtroppo ha subìto in maniera quasi irreversibile le errate scelte derivanti all’inizio degli anni Sessanta, di un processo industriale da attuare ad ogni costo, contro la volontà popolare, ma specialmente contro l’identità culturale e paesaggistica di un territorio quale era quello della riviera sud del Gargano. Per la prima volta in provincia di Foggia, come sappiamo, all’inizio degli anni Sessanta, nasce un polo di sviluppo industriale basato sul petrolchimico, che in pochi anni ha dato l’illusione di creare ricchezza ed occupazione. Ma che in breve tempo dimostra quale effettivamente era: un polo industriale inquinante e contro natura. La scintilla che fece precipitare la situazione fu lo scoppio della colonna di lavaggio dello stabilimento avvenuto nel mese di settembre del 1976, che portò in pochi anni, attraverso le proteste della popolazione, alla chiusura della fabbrica e quindi alla crisi occupazionale della zona. Le conseguenze furono disastrose, sia sul piano occupazionale che sul piano dello sviluppo industriale. Ci si trovava, così di fronte ad un avvenimento di tale gravità che  portò a riflettere sul futuro stesso dello sviluppo industriale in generale, specie di quella “industrializzazione selvaggia” che in quegli ultimi anni (1976-78) aveva colpito, in modo irrazionale, ogni angolo dell’Italia. Nel caso di Manfredonia, come a Seveso, ci si trovò di fronte ad uno sviluppo industriale sottratto ad ogni controllo di salute pubblica e di effettiva utilità economica, e che per lo più impiegava poca manodopera, consumando enorme risorse e devastando il territorio. Tutto ciò contro l’originaria vocazione della zona di Macchia, la quale, già nel 1965, per la legge del piano di coordinamento degli interventi pubblici nel Mezzogiorno, era stata inclusa quale zona ad “economia turistica”, in vista della salvaguardia e dell’utilizzazione degli enormi valori naturali, paesaggistici, culturali dell’intero Gargano.

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Monte Sant’Angelo-Manfredonia: Stabilimento dell’Enichem

L’ampliamento dell’area industriale di Foggia e l’autorizzazione della costruzione dell’impianto di Manfredonia annullava quanto era stato deciso prima, dando un nuovo volto e una nuova dimensione alla zona. Ciò cozzava contro i programmi di sviluppo  dell’agricoltura che veniva ad essere defraudata di centinaia di ettari di terreno coltivato ad uliveti, con conseguente fuga di manodopera agricola, riversatasi nell’industria; della pesca, con evidente inquinamento di scarico a mare e quindi di inutilizzazione delle acque garganiche e delle sue spiagge (basti pensare al divieto di farsi i bagni sulle spiagge di Manfredonia e Siponto);  e del turismo, con conseguenza incalcolabile per quanto riguarda la fascia costiera che da Siponto corre, con le sue meravigliose spiagge, fino a Mattinata.

L’impianto industriale del petrolchimico, se da una parte aveva dato lavoro a 850 persone, contrariamente alle 5.000 assunzioni promesse all’origine, dall’altra aveva privato la zona di uno sviluppo economico che avrebbe potuto garantire una maggiore ricchezza ed una più naturale occupazione. Purtroppo lo stesso sbaglia è stato ripetuto dopo alcuni anni, nel 1994, con il Contratto d’area, che prevedeva la nascita e lo sviluppo, dopo la bonifica del sito petrolchimico, mai avvenuta, di una filiera di industrie medio-piccole, da inserire in territorio di Monte e di Manfredonia. Purtroppo, dopo pochi anni di incentivazione e di nascite di PMI, come la Sangalli,  anche il Contratto d’Area ha fallito, in quanto il processo di derritorializzazione  legato alla globalizzazione, ha portato alla chiusura progressiva delle fabbriche e quindi la delocalizzazione per fini economici in altre zone dell’Italia e dell’Europa. La causa è da ricercarsi probabilmente nella contraddizione che si è venuta a creare in quanto ciò che si produceva non aveva alcun legame con lo sviluppo del territorio. In altre parole ci si è creato un processo di rigetto fra la vocazione territoriale e lo sviluppo locale. Così scrivevo negli anni Novanta  a proposito della industrializzazione della piana di Macchia: “Per la realtà garganica, lo scopo principale era quello di valorizzazione e sviluppare l’agricoltura, il turismo, la forestazione e la zootecnica. Solo tenendo presente questa realtà polivalente, era possibile pensare e sperare ad una crescita razionale dell’intero territorio garganico. Infatti nessun settore, considerato separatamente, poteva risolvere l’annosa questione meridionale. Solo l’integrazione e lo sviluppo armonico tra i vari  settori poteva creare le basi per un rapido  cambiamento e un razionale sviluppo socio-economico” (Piemontese, 2003, p. 115). Infatti solo alla fine degli anni Novanta, si è iniziato a studiare il fenomeno e se ne è compresa la sua vera portata, predisponendo strumenti e piani operativi più congruenti, per cui sono state affrontate e studiate le cause delle dismissioni, al fine di predisporre politiche più integrate con il territorio, che fossero sostenibili da un punto di vista sociale e urbanistico, contrariamente a quanto si credeva nei primi anni Ottanta in cui, il problema era ricondotto a cambiamenti nella modalità di produzione. Solo con la dismissione di edifici e aree di varia natura, si è compreso che le cause del fenomeno erano molteplici, disegnando così un quadro economico e sociale molto più complesso. E proprio in questi anni Novanta nascono, in Italia,  i primi esempi di Rigenerazione urbana, come per esempio la Rigenerazione industriale della centrale siderurgica di Gioia Tauro in Calabria. Contemporaneamente alle trasformazioni delle città postindustriali, è aumentata la consapevolezza che non solo è necessaria ripensare ai vuoti urbani, per riconnetterli al resto della città, ma che nel contempo bisogna riqualificare interi quartieri che ormai hanno perso, con la deindustrializzazione,  funzione, identità e qualità urbana. Infatti le periferie e le semiperiferie, i quartieri prossimi alle fabbriche, nati nel corso dei processi di urbanizzazione dell’ultimo secolo, hanno subìto, con il cambiare delle funzioni produttive della città, un profondo cambiamento nella loro identità, nelle modalità di vivere il territorio, nel modo con cui si incontrano e scontrano la pluralità degli interessi e degli stili di vita della società contemporanea. Rigenerare la città e i suoi territori significa, dunque, da un lato dotarsi di visioni e strumenti operativi che consentano di agire sulle strutture, ma dall’altro anche di lavorare sulle risorse, sulle energie, sulle identità e sui conflitti. Solo dopo aver acquisito una maggiore consapevolezza del fenomeno, si può pensare di proporre dei progetti che non siano parziali e che soprattutto, siano integrati con il territorio. È evidente che per riqualificare una zona, deve esserci una comunione d’intenti tra promotore e autorità locali, che devono dotare il quartiere delle infrastrutture e dei servizi adatti alle esigenze del cittadino.

Purtroppo oggi la situazione economico-industriale della zona della piana di Macchia si presenta alquanto problematica, sia sul piano sociale che industriale. Infatti, la crisi si fa sentire specie nel campo occupazionale, con una disoccupazione molto elevata in tutta la Capitanata. Disoccupazione che colpisce prevalentemente i giovani, che sono costretti ad emigrare verso Nord e oggi più che mai verso i paesi europei. A tutto ciò si aggiunge la situazione precaria di diverse unità lavorative della zona di Manfredonia-Monte Sant’Angelo e Mattinata riguardante la chiusura di diverse industrie, un tempo legate al Contratto d’Area, come la INSIDE, produzione di arredi nautici, IMAR, fabbricazione di carpenterie metalliche, SOMACIS, produzione di circuiti stampati, SANGALLIVETRO, lavorazione in vetro, prelevata dal Gruppo SISECAM,  SMITE, impiantistica elettromeccanica, ormai tutte schiuse o dislocate in altre zone. Quindi, oggi, è legittimo porsi la domanda: quale futuro per la piana di Macchia, e altre zone deindustrializzate, quali soluzioni? In che modo un’area post-industriale, come quella di Macchia, ma in Italia ve ne sono tante altre, in Campania, nelle Marche, nella Basilicata, in Calabria, ecc, può invertire la sua situazione economica in un trend positivo? Quali sono i processi di trasformazione e riqualificazione fisica dell’esistente e le strategie di promozione territoriale? La prima cosa che bisognerebbe fare è lo studio del territorio nei suoi elementi storici ed economici, oltre che culturali, per individuare quali sono i punti di forza della zona per una sua eventuale utilizzazione sul piano economico-culturale. In questi casi bisogna avere uno spirito di autocritica verso il passato e quindi fare i conti a ritroso, per non sbagliare più. Inoltre puntare sulla costituzione di un laboratorio di studio e di analisi, per valutare le future potenzialità del territorio e da esse partire per progetti di ampio respiro economico-culturale. In questo modo ci si deve passare ad un processo di totale bonifica di tutto ciò che è residuale del passato e che possa essere di intralcio ad un eventuale processo di riconversione industriale della zona secondo principi di sviluppo sostenibile e di tutela ambientale. In questo caso la dismissione di un’area industriale può diventare nel futuro una risorsa e quindi una opportunità  di crescita e di sviluppo territoriale. Di esempi di tale genere ve ne sono in Italia e all’estero, dove si parla di rilocalizzazione e scorporizzazione delle attività produttive, di deindustrializzazione, di miniaturizzazione degli impianti, di riqualificazione delle aree dismesse, di costituzione di nuovi stili di vita e di nuovi modelli produttivi, di  sperimentazione di nuovi modelli, ecc. 

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Ex Manfredonia Vetro

E a tale proposito in Italia abbiamo degli esempi da seguire specie nel campo della Rigenerazione urbana legata al processo della deindustrializzazione. Per esempio la Rigenerazione urbana del Lingotto, la fabbrica per eccellenza italiana, quella della Fiat, diventato un centro polifunzionale per l’intrattenimento e la cultura, fra cui la “Pinacoteca di Giovanni e Marella Agnelli”; l’ex Dogana di San Lorenzo a Roma, trasformata in spazio multifunzionale e sociale con Planetario, dove troviamo una zona per l’arte contemporanea, i concerti, il cinema, per una estensione di 25  mila metri quadrati; l’ex Officine Grandi Riparazioni a Torino, con hub per le arti, la musica, la scienza e lo spettacolo; l’ex Manifattura Tabacchi a Milano, trasformata in Polo di cinema e televisione; a Napoli-Bagnoli è sorta la Città della Scienza; a Bologna da un ex panificio è nato il MAMBO, Museo d’Arte Moderna; a Terni, dalle ex acciaierie e stabilimento chimico Siri sono sorte Sedi museali, fra cui il Museo Archeologico, con spazi per convegni e mostre, attività commerciali, appartamenti e un teatro. Mentre nei paesi europei dobbiamo menzionare la spettacolare riqualificazione dell’ex bacino industriale della Ruhr a Essen, in Germania, dove il complesso siderurgico e minerario è stato riclassificato a spazio pubblico e a insediamenti di città-giardino secondo le regole di bioarchitettura (patrimonio dell’Unesco dal 2001); o come il recupero della città fantasma di Detroit e anche dell’ex centrale elettrica inattiva dal 1981 oggi divenuta l’epicentro culturale di Londra con la celebre Tate Modern Gallery. In altre parole, “con l’applicazione dei Piani di recupero delle aree industriali, rigenerando gli impianti dismessi per renderli pubblici con l’inserimento di poli museali, come anche servizi commerciali o residenze, l’impulso è quello di ricostruire brandelli di città, ritrovando per interi quartieri l’identità e l’integrazione con i tessuti circostanti, pensando – in ordine alla sostenibilità economica e al co-partenariato tra pubblico e privato – di rendere alla città, al territorio e alla comunità un legame storico culturale che con il boom economico del Novecento si era perso”. Per quanto riguarda la Piana di Macchia,  è molto importante tener presente le vocazioni storico-culturali del proprio territorio. Infatti oggi si parla di Heritage telling, che consiste nel saper individuare quali sono le eredità culturali che il territorio ha saputo tramandare e conservare, per essere riqualificate e valorizzate, attraverso il metodo della Rigenerazione urbana sostenibile. In questo senso si torna al concetto di paesaggio come storia e quindi come accumulo di potenzialità culturali viste nell’ambito di uno sviluppo locale. In un certo qual mondo è ciò che oggi troviamo nella Carta di Faro, approvata nel 2005 dal Consiglio d’Europa, che considera il paesaggio e quindi il territorio come “cultural heretage”, cioè eredità culturale o  “patrimoine culturel”, considerato “un insieme  di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne  detenga la proprietà, come  riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione”. In questo  modo il territorio, con il suo patrimonio culturale, diventa una risorsa e quindi un elemento basilare per uno sviluppo integrato non solo della città ma dell’intero territorio circostante.

GIUSEPPE PIEMONTESE, Società di Storia Patria per la Puglia

 

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