Michele Eugenio di Carlo: La Capitanata al crepuscolo del Settecento

Nella foto Michele Eugenio Di Carlo

L’azione culturale di Green Cave di Monte Sant’Angelo, di cui è presidente il prof. Franco Salcuni di Legambiente, incomincia a delinearsi attraverso alcune attività culturali che in questi mesi si stanno svolgendo all’interno della sede, situata in Via Garibaldi n. 27. Un misto fra natura e cultura, fra civiltà rupestre, legata alla cultura contadina e la riscoperta delle nostre tradizioni popolari, attraverso le varie mostre che l’Associazione sta predisponendo, fra cui la Mostra d’Artigianato locale del nostro concittadino Domenico Palena. Un ambiente accogliente, dove la cultura  legata al nostro territorio fa da padrone, in una completa simbiosi fra arte e ambiente, fra cultura e operatività di tutto ciò che il territorio oggi presenta. 

Fra le diverse attività bisogna segnalare i vari incontri con gli Autori garganici, e, quindi, con le loro opere, sia di estrazione poetica, come la presentazione del libro di poesie di Giuseppe Mazzamurro  Antologia del borgo (2018), ma anche di opere di saggistica, come il libro di Michele Eugenio Di Carlo, riguardante  La Capitanata al crepuscolo del Settecento (2018), presentato recentemente nella sede di Green Cave  il 19 Gennaio 2019. Un argomento che ci riporta, grazie anche alla presentazione di Matteo Fidanza e di Girolamo Arciuolo,  alla situazione politico-economica della Capitanata nella prima e seconda metà del Settecento. Un periodo importante, per capire la realtà della Capitanata, non solo nell’Ottocento, ma soprattutto quella di oggi. Un testo che ci parla del passaggio dalla feudalità, con i suoi ordinamenti riguardanti gli usi

Civici, alla nascita della borghesia agraria dell’Ottocento, allorquando si ebbe lo sviluppo della proprietà privata ad opera dei cosiddetti “Galantuomini”. Un periodo, quello a cavallo del Settecento,  che, a detta dell’avv. Arciuolo, ha condizionato per secoli l’intero sistema politico-economico della Puglia, soggetta, per quasi duecentocinquant’anni alla Mena delle Pecore, togliendo così, specie ai locati della Capitanata, la facoltà di mettere a cultura l’intero Tavoliere delle Puglie, soggetto solo al pascolo della transumanza. Ma Michele Eugenio Di Carlo va alla ricerca non solo delle cause che hanno determinato l’arretratezza della Capitanata, ma vuole esporre in maniera chiara e precisa quali sono stati i momenti salienti di tale situazione e gli uomini che hanno fatto uscire la Capitanata dal mondo feudale, portandola verso la modernità attraverso le riforme illuministiche di fine Settecento.

Il libro di Di Carlo lo possiamo dividere in due parti: la prima parte riguarda l’analisi della feudalità dall’epoca carolingia fino al Settecento, attraverso i vari editti feudali, riconducibili nell’877 a Carlo II il Calvo,  e poi nel 1037, con la Constitutio de feudis di Carlo II il Salico, allorquando si ebbe la formazione dei principati, dei ducati, delle contee, dei baronati, tutte istituzioni che si

insediarono nell’Italia centro-meridionale, con i Longobardi, i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi, sotto cui con re Alfonso, nel 1447, si ebbe, con la Prammatica, l’atto costitutivo della  Dogana Menae Pecudum Apuliae (Dogana delle mena delle pecore in Puglia), con cui nascevano le cosiddette “difese” lungo tutta l’estensione del Tavoliere, ad uso del pascolo per la transumanza locale e abruzzese. Tutto ciò fu alla base  della nascita e dello sviluppo dell’ordinamento feudale degli usi civici, che perdurarono fino alla seconda metà del Settecento. Di Carlo ne esamina la portata politica e giurisdizionale, attraverso la descrizione dei feudi presenti sul Gargano, fra cui Monte Sant’Angelo, San Marco in Lamis, Vico del Gargano, Vieste, Peschici, Rodi, Ischitella, Lesina e Poggio Imperiale, Sannicandro Garganico, con riferimento al mio testo riguardante  Feudi e Feudatari in Capitanata. Storia del potere baronale dai Normanni all’Unità d’Italia (Bastogi, Foggia 2011), per poi passare, nella seconda parte del libro, ad analizzare la cultura

napoletana del Settecento, attraverso i vari esponenti del mondo intellettuale, fra cui Domenico Maria  Cimaglia, originario di Foggia, Celestino Galiani, nativo di San Giovanni Rotondo, Pietro Giannone, nato a Ischitella,  Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri, Giuseppe Palmieri, Francesco Longano, Giuseppe Maria Galanti, Giuseppe Rosati, Nicola Vivenzio, Michelangelo Manicone. Personaggi che si contrapposero, attraverso le loro opere e le loro azioni, alla Dogana della Mena, e quindi a tutto quel sistema feudale che ancora alla fine del Settecento perdurava in Capitanata e nell’Italia Meridionale.  Il Di Carlo descrive, in maniera dettagliata ed approfondita, le lotte di questi uomini che, anche attraverso le loro opere, ma anche attraverso il sacrificio della loro vita, vedi  per esempio Pietro Giannone con la sua opposizione alla Chiesa,  si batterono contro i soprusi e le angherie del potere feudale e quindi dei cosiddetti “baroni” che nel tempo diventarono, anche dopo l’abolizione della feudalità (1806), veri e propri padroni delle terre demaniali, assumendo la denominazione di “Galantuomini”. 

Della famiglia Cimaglia, dobbiamo ricordare Domenico Maria Cimaglia, nato a Foggia nel 1739, il quale rappresenta,  nella prima metà del Settecento pugliese, la punta di diamante del riformismo illuministico napoletano, facendosi promotore dell’abolizione della feudalità e dell’Istituzione della Dogana della Mena, un regime fiscale, che, secondo il Cimaglia, non trovava alcuna giustificazione storica, in quanto privava i cittadini e quindi le città della Capitanata, di un eventuale sviluppo sociale ed economico, tanto da aggravare le stesse condizioni dei contadini e dei Comuni attraverso l’imposizione fiscale. Anzi  Michele Eugenio Di Carlo parla 

di “proposte eversive” del Cimaglia, contro la Dogana  della Mena,  con riferimento all’interesse  della popolazione e quindi della nazione, nonché delle condizioni misere dell’agricoltura. Anzi il Cimaglia, nei suoi Ragionamenti,  parla di “rovina” di molti poveri locati (pugliesi e abruzzesi). In tutto ciò, da perfetto illuminista del tardo ‘700, allevato alla scuola del Genovesi  e di Gaetano Filangieri.  E sarà proprio da questa critica radicale al sistema economico imposto dalla Regia Dogana di Foggia che nasce la proposta di riforma di Cimaglia.

Così come anche molto interessante è la figura di Celestino Galiani, nato nel 1681a San Giovanni Rotondo, il quale si appose attraverso i suoi scritti e la sua azione riformatrice, al sistema feudale dell’epoca e quindi alla cosiddetta Dogana della Mena, rifacendosi alle idee progressiste e rivoluzionarie di Isacco Newton e di Cartesio, tanto da attirarsi le critiche del Santo Ufficio, lui che era un Celestiniano. Un binomio, quindi, Galiani e Cimaglia, che si  ripercuote nell’ambito della cultura illuministica del Settecento, tanto da creare i presupposti per la nascita a Vico del Gargano, nel 1759, dell’Accademia degli Eccitati, di cui fece parte Domenico Arcaroli e Michelangelo Manicone. 

E ancora la figura rivoluzionaria per l’epoca di Pietro Giannone, nato a Ischitella nel 1676, formatosi alle idee progressiste di Malebranche, Gassendi e Locke, artefici del pensiero liberale, che condannava ogni forma di autoritarismo, sia laico che ecclesiastico, tanto che il Giannone, per le sue idee anticlericali, fu condannato per eresia. Per questo Pietro Giannone dovette fuggire in esilio, prima a Vienna e poi a Ginevra, dove si convertì al calvinismo. Attirato con un inganno in territorio piemontese, venne arrestato e messo in prigione a Torino dove morì nel 1748. 

Da questi grandi riformatori, Cimaglia, Galiani, Giannone, Genovesi, Filangieri, Palmieri, Galanti  e altri, nasceranno le riforme illuministiche che porteranno, nel 1806, al tempo di Murat, all’abolizione della feudalità e quindi della Regia Dogana di Foggia. Una storia, quindi, quella descritta dal Di Carlo, che completa o anticipa l’altro suo lavoro riguardante  Contadini e Braccianti nel Gargano dei Briganti (2015).  Fatti e avvenimenti che trovano le loro radici e le loro motivazioni nella situazione politico-economica descritta   in La Capitanata al crepuscolo del Settecento, anche se, conclude il Di Carlo: “L’eversione  della feudalità e la rimozione del sistema fiscale della Regia Dogana non erano provvedimenti di poco conto, ma non ebbero l’effetto sperato da braccianti, terrazzani, piccoli coloni e contadini, nonostante gli indubbi sforzi dei legislatori francesi. La proprietà fondiaria rimase concentrata nelle mani di poche famiglie e i latifondi assolati privi di vegetazione arborea continuarono a dominare le vaste estensioni del Tavoliere delle Puglie”.   

GIUSEPPE PIEMONTESE, Società di Storia Patria per la Puglia

 

Last modified on Martedì, 22 Gennaio 2019 09:53
Share this article

About author

Super User
Top
Этот шаблон Joomla был скачан с сайта ДжуМикс.