Per una nuova cultura del territorio di Giuseppe Piemontese

Uno dei problemi che oggi la politica si deve porre è come mai tanti giovani del Sud lasciano le loro case e si trasferiscono, per studio o per lavoro, verso le regioni del Nord, tale da privare per sempre i territori di origine delle loro energie e competenze. A tale proposito, secondo il Rapporto Svimez  2019, all’inizio del nuovo secolo hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila residenti, la metà giovane fino a 34 anni, quasi un quinto laureato. Un problema che, purtroppo, ci richiama a quella realtà legata al fenomeno emigratorio che già a fine Ottocento, subito dopo l’Unità d’Italia, ma soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, ha visto milioni di italiani, specie quelli del Meridione, emigrare verso le regioni del Nord e i paesi europei ed extraeuropei. Di questi emigranti buona parte ha raggiunto le regioni del Nord, che ha svolto fin dall’Unità d’Italia una politica a loro favore, tale da discriminare il sud e creare le condizioni per avere due italie, e quindi due differenti velocità di crescita,  il Nord verso un progressivo sviluppo socio-economico, e il Sud molto a rilento, tale da dare origine a quella che viene chiamata tuttora la “questione meridionale”, le cui conseguenze ancora oggi le subiamo e ne siamo condizionati. Basti valutare le differenti condizioni socio-economiche fra le regioni del Nord, fra cui il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, e le regioni del Sud, come la Sicilia, la Calabria, la Basilicata, la Puglia, la Campania. Due Italie differenti soggette a diverse condizioni economiche, ma soprattutto a un diverso processo di sviluppo, che vede le regioni del Nord correre speditamente verso la cosiddetta “autonomia differenziata” e l’altra Italia quella del sud, verso un pseudo “federalismo”, che penalizzerebbe di più le regioni meridionali.

Tutto questo discorso ci porta a dare un giudizio  su quella che è la situazione attuale della nostra regione, la Puglia, ma in special modo la Capitanata, di cui, a mio parere, sta soffrendo maggiormente l’attuale crisi occupazionale e sociale, in quanto priva di progettualità socio-economica, ma soprattutto di una classe politica che sia all’altezza di costruire un futuro più equo e solidale, basato sullo sviluppo territoriale, ma soprattutto sulle grandi potenzialità che oggi un territorio, come quello dauno e quindi quello garganico, offre. Un territorio che purtroppo è soffocato, non solo da una politica priva di grandi “utopie” e di grandi “idee”, ma da una politica che è stata soggiogata e condizionata da forze esterne di dubbia moralità e di dubbia correttezza politica. E in questo mi riferisco alle cause che hanno determinato lo scioglimento, per “condizionamenti mafiosi”, diversi Comuni della Capitanata, da quello di Monte Sant’Angelo a quello di Mattinata, Cerignola e Manfredonia. Tutto ciò, pone seri interrogativi sul ruolo che oggi la politica deve avere, nell’ambito del   proprio sviluppo territoriale. Ma soprattutto del ruolo che oggi la cultura deve assumere, nell’ambito di un processo rigeneratore non solo della politica, ma soprattutto della comunità. E mi riferisco alle tante realtà culturali dei centri della Capitanata, fra cui Foggia, Cerignola, Manfredonia, Monte Sant’Angelo,  soggetti a dure prove per creare le basi per uno sviluppo territoriale, equo e sostenibile, di cui oggi abbiamo bisogno. Uno sviluppo che sia legato principalmente al proprio territorio, ma soprattutto a quelle forze sane e indipendenti che fanno capo a intellettuali e uomini giusti, che purtroppo si mantengono fuori da ogni contesto politico, in un momento di grave crisi, non solo economica, ma soprattutto di valori e di giustizia sociale. In altri termini, manca, oggi, nelle comunità locali, una visione utopica della realtà, che possa dare una spinta nel creare un nuovo mondo più giusto ed equo, con la consapevolezza che tutti siamo uguali, sul piano dei diritti e dei doveri, e partecipi di un comune destino, nei confronti di una comunità che si identifica in una città o in una regione. Per questo abbiamo bisogno di una nuova visione della realtà, che venga legata principalmente a dei “movimenti” culturali che abbiano in loro stessi   nuove visioni della vita e della realtà, non più condizionate dal potere politico, ma soprattutto dal potere “intellettuale”, capace di prefigurare un nuovo mondo e quindi una nuova realtà, legata, da una parte allo sviluppo locale, e dall’altra a quello globale. Non vi può essere sviluppo e, quindi, progresso, se non si creano le condizioni di un nuovo “movimento” che venga direttamente dalla cultura del proprio territorio, per poi allargarsi verso l’esterno; ma soprattutto un nuovo movimento che venga dall’essere cosciente di appartenere ad una comunità che abbia come fine non solo il bene individuale, ma soprattutto il “bene comune”.  E questo, oggi, non può avvenire attraverso la politica, ma attraverso una nuova presa di coscienza da parte della cultura, legata al proprio territorio e, quindi, come afferma Heidegger, all’essere parte integrante del mondo.

            

GIUSEPPE PIEMONTESE, Società di Storia Patria per la Puglia

 

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