Ricostruire rinascere risorgere

Parlando del futuro che verrà dopo il Coronavirus, si fanno riferimenti espliciti alla ricostruzione economica che l’Italia ebbe subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Un periodo in cui l’Italia usciva sconfitta, insieme alla Germania, e che provocò milioni di morti, con distruzioni di città e vari genocidi. Una ricostruzione prettamente socio-economica, di cui l’Italia seppe approntare e portare a termine in quasi vent’anni, dal 1945 al 1965, fino al boom economico degli anni Sessanta. Un boom che nasceva principalmente su base psicologica e quindi sociale, dove la fiducia nel domani e la speranza di una nuova vita crearono i presupposti per una Italia nuova e vitale. Una spinta di fiducia e di speranza che purtroppo oggi non abbiamo, specie in un momento di grave crisi economico-sanitaria, come quella provocata dal Coronavirus. Tuttavia, così come nel passato, oggi l’Italia, insieme ai paesi europei, come la Francia, la Germania, la Spagna, deve affrontare la difficile sfida di superare l’attuale crisi economica, attraverso un Piano di ricostruzione socio-economica, lo stesso che si ebbe subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Anzi, a tale proposito, si fa anche riferimento, come nel passato, ad un Piano Marshall, che coinvolga tutti i paesi occidentali, fra cui l’Europa e gli Stati Uniti, anche se in quest’ultimo anno, la politica americana è stata più isolazionistica e quindi non confacente al suo ruolo di potenza occidentale. Un Piano di investimenti, che coinvolga l’intero sistema economico-finanziario non solo degli Stati, ma anche dei privati. In questo senso si parla di ricostruzione globale delle economie degli Stati europei, fra cui anche l’Italia, sotto l’egida della Banca Europea. Un Piano economico che tenga presente innanzitutto le reali difficoltà del Paese, fra cui il settore sanitario, che avrebbe bisogno di un nuovo Piano di investimenti e di modernizzazione dei propri reparti, specie quelli riguardanti la lotta al Covid-19 e quindi alle varie epidemie che nel futuro possono ancora accadere. E poi i vari settori di attività riguardanti il turismo, lo spettacolo, il settore delle imprese e della produzione, il settore del commercio, la cultura, con un’ampia apertura dei luoghi d’arte, fra cui i Musei e i Siti archeologici. Tutto questo serve a riprendere la nostra vita normale, con uno spirito di fiducia e di speranza nel domani. Ma alla base di tutto ciò ci deve essere l’azione propositiva, non solo degli imprenditori, ma soprattutto dello Stato, attraverso il rilancio dei lavori pubblici, per creare nuovi posti di lavoro, attraverso le infrastrutture e i servizi. Il tutto nell’ambito di un Progetto che coinvolga direttamente il mondo economico, ma anche le comunità, le quali si devono sentire protagoniste e responsabili del loro futuro. In questo senso ricostruire significa rifondare e riprendere in mano una situazione messa in crisi dal Coronavirus, questo nemico invisibile, che non conosce confini e non rispetta nessuno, né ricchi, né poveri. In questo modo l’Italia può rinascere su nuovi parametri economici e su una nuova piattaforma sociale, in cui si tengano presenti, non tanto le forme burocratiche del lavoro e della produttività, quanto le reali esigenze della gente e quindi delle comunità locali, che in questi ultimi anni sono state abbandonate e messe da parte. Una rinascita è tale se incide direttamente nel tessuto sociale di una nazione, e precisamente nel modo di produrre e sviluppare ricchezza, non solo per i soliti capitalisti, ma per tutta la comunità.

Un nuovo modo, quindi, di fare economia, ma soprattutto politica, al fine di incidere profondamente nel tessuto sociale ed economico dei vari territori, da cui proviene ricchezza e benessere. Ed ecco, quindi, predisporre già da adesso nuove regole non solo di comportamento, ma di gestione della cosa pubblica, al fine di incidere soprattutto sul sistema economico, oggi basato soprattutto sulla globalizzazione e quindi sul libero mercato. Un sistema che, a dire la verità, sta presentando non pochi problemi di ordine economico-finanziario, come per esempio un eccessivo accentramento di poteri da parte delle grandi multinazionali, che determinano lo sviluppo economico di interi settori produttivi, con leggi e principi fondati soprattutto sul profitto e sul guadagno ad ogni costo. E questo lo vediamo specialmente in alcune parti del mondo, in cui a determinare lo sviluppo sono le grandi multinazionali, che spostano le loro fabbriche da un territorio all’altro, decretando la morte, insieme a quella della popolazione. Territori che vengono privati delle loro potenzialità, specie quelli del Sud a vantaggio solo di quelli del Nord o di quelli che offrono maggiori convenienze sul piano fiscale ed economico. In questo senso ne vanno di mezzo lo sviluppo di una regione e quindi l’impoverimento di essa, con gravi conseguenze di ordine lavorativo e occupazionale. A questo punto bisogna far si che una volta per tutti venga affrontata la questione del Sud Italia e quindi la questione meridionale, quale elemento basilare per la crescita omogenea dell’Italia. Non possiamo avere ancora una Italia a due velocità, il Nord che progredisce e il Sud che regredisce. E questo lo si può vedere oggi più che mai in campo economico e sanitario, per cui assistiamo da una parte ad una continua emigrazione di giovani che emigrano dal Sud al Nord, e dall’altra numerosi malati che si vanno a curarsi al Nord.

Se vogliamo ricostruire l’Italia e farla risorgere dobbiamo partire anche e soprattutto dalla risoluzione della questione meridionale, dando sia al Nord che al Sud le stesse opportunità e le stesse possibilità di sviluppo e di crescita. Questo è il momento per cercare di risolvere vecchi problemi legati sia alla politica che all’economia. La politica sia più vicina alla gente, attraverso l’erogazione di contributi e aiuti, specialmente alle imprese e ai cittadini in difficoltà economica. L’economia abbia un sistema più efficiente e non più legato ad un capitalismo o neoliberismo senza regole e senza morale. Forse è giunto il momento di ripensare il capitalismo e preparare la strada al post-capitalismo, come afferma l’inglese Paul Mason: “La grande novità ormai evidente è che le nostre economie non sono resilienti. Il 2008 ha rotto la globalizzazione e ha reso chiaro che il modello neoliberista è fallito. Ora tutto è messo in discussione non dal virus, ma dalla debolezza del modello economico e del sistema multilaterale” (La Lettura, 439, 20 Aprile 2020). Per questo dobbiamo muoverci verso un post-capitalismo più giusto, meno ineguale. Oggi la crisi del Coronavirus potrebbe aprire la strada verso un nuovo Rinascimento, come avvenne nel XIV secolo, quando la peste bubbonica contribuì a preparare, attraverso una nuova psicologia, la strada al Rinascimento. È tempo per uno Stato più solidale e più aperto ad un sistema economico che si basi soprattutto sulla cultura, sull’innovazione e sulla ricerca. Tre elementi base per un nuovo Rinascimento e quindi per un nuovo Risorgimento, che abbia come base lo sviluppo sostenibile, visto come uno dei primi obiettivi della nuova era post-Coronavirus. Quindi “un postcapitalismo sostenibile che permetta di raccogliere i pezzi di ciò che è rotto”. Purtroppo manca una “volontà generale” che possa creare le condizioni per questo Risorgimento. Una governance che possa mettere d’accordo gli Stati Uniti, l’Europa e la Cina, quali attori principali per un nuovo mondo, anche se non disponiamo ancora di strumenti adatti che ci consentano di gestire adeguatamente l’interdipendenza globale. Forse ci possono aiutare la Cultura, la Bellezza della Natura e le Civiltà dei popoli. Del resto solo la Cultura può unire i popoli e li può far incontrare superando ogni confine e ogni barriera ideologica e razziale. E in questo campo l’Italia è sinonimo di Cultura, Bellezza, Arte e Natura. Dopo il Coronavirus non può esserci ripresa dell’Italia senza il rilancio del settore Cultura e quindi della sua creatività. Un settore che produce direttamente quasi 96 miliardi di Euro e ne genera altri 170 miliardi, contribuendo alla ricchezza nazionale con 265 miliardi in totale. Con la Cultura si valorizzano le città, le campagne, i territori, tanto da sviluppare e promuovere l’economia, la vita di relazione, la qualità della vita, la creatività, ma soprattutto essa serve a rafforzare nell’uomo il senso della Bellezza e dell’Arte, due elementi essenziali del vivere civile. Del resto in questi giorni di quarantena, ciò che ci è mancato maggiormente è stato il contatto con la Cultura, con l’Arte, con il proprio territorio e le sue bellezze. Dobbiamo ripartire dalla Cultura, dalle città d’arte, dai territori, per iniziare un nuovo percorso di Ricostruzione, di Rinascita e di Risorgimento della nostra società. Solo così possiamo vincere il senso della nostra fragilità e della nostra paura, che nasce dalla perdita di contatto con la Bellezza. Investire nella Cultura, così come nell’ambiente, nella ricerca e nell’innovazione scientifica e tecnologica, vuol dire contribuire alla rinascita della nostra comunità. QQhhhhhhh

GIUSEPPE PIEMONTESE, Società di Storia Patria per la Puglia

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