Valorizzazione delle zone periurbane

Alberto Magnaghi è il fondatore della Scuola territorialista, che considera il territorio, sia esso urbano che rurale, come un organismo vivente che ha bisogno di  continua cura e di assistenza. In questo senso ogni Piano di Valorizzazione, fra cui il PUG, ossia il Piano Urbanistico Generale,  non può prescindere dal considerare anche il territorio periurbano, che con le sue specificità completa l’insieme storico-culturale del tessuto urbano e quindi dell’identità storico-culturale di una città.

Infatti, oggi, in  qualsiasi Piano Urbanistico Generale (PUG), il periurbano è di fondamentale importanza, in quanto, a differenza dei precedenti Piani Regolatori Generali (PRG), che intervenivano solo sul tessuto urbano della città, con i nuovi PUG,  il territorio è parte integrante del tessuto urbano, sia di quello storico che della città in espansione. Nel caso del Centro storico di Monte Sant’Angelo il periurbano è essenziale in quanto serve a integrare e a completare la fascia territoriale che lo circonda, un’area territoriale molto vasta, che un tempo serviva per creare quell’economia di sussistenza della popolazione locale, tanto che, a differenza del 2011, che conta 13. 098 abitanti, nel 1951 contava 22.578 abitanti.

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Il che ci fa pensare che il periurbano, composto un tempo dalle terre coltivate lungo la Piana di Macchia,  la Vallata di Carbonara, la zona di Pulsano e il territorio circostante Mattinata, con la zona detta il “Gentile”, costituiva un elemento di fondamentale importanza nell’economia del paese, ma soprattutto come completamento della vita socio-culturale della popolazione di Monte Sant’Angelo, come parte integrante della sua identità storica. Basti pensare all’esistenza dei pagliai, dei terrazzamenti in pietra, che avevano lo scopo di contenere il terreno da mettere a coltura con funzione di divisione delle singole proprietà, nonché le numerose case rurali, simboli di un tempo trascorso, testimonianze di una economia di sussistenza ormai abbandonata dalla popolazione, che, con la nascita e lo sviluppo dell’industrializzazione degli anni Cinquanta e Sessanta,  ha dovuto emigrare verso i paesi europei ed extraeuropei, con una prospettiva di una vita migliore e quindi di un benessere più consone alla società moderna che si stava sviluppando nelle zone industriali del Nord.

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Oggi tutte queste testimonianze hanno bisogno di essere recuperate, conservate e valorizzate attraverso Progetti di riqualificazione ambientale, tale da garantire la loro esistenza e nello stesso tempo la loro valorizzazione. Nel nostro caso il periurbano può essere recuperato attraverso la formazione e la costruzione di “orti urbani”, tale da recuperare la funzione delle aree agricole ormai abbandonate, che circondano il centro storico e il centro urbano in ogni sua parte. Non è possibile vedere centinaia di ettari di terreno abbandonati e incolti, mentre la gente del posto è costretta a lasciare le loro case per trovare lavoro in altri luoghi. Per questo il periurbano deve essere messo a cultura e quindi dare ad esso una funzione produttiva e quindi una funzione economica, tale da creare una filiera di prodotti locali, trattati in maniera biologica e biosostenibile. In questo senso, anche e soprattutto con un'accurata Rigenerazione Urbana e Rurale Sostenibile,  si creano le condizioni per riallacciare i rapporti fra la città e la campagna, con la propria economia agro-pastorale legata al recupero e  alla valorizzazione delle aree periurbane.

Del resto quest’ultima attività era ben fiorente nel territorio garganico, dove l’economia agro-pastorale ha fatto da padrone per secoli e  ha determinato lo sviluppo delle popolazioni e la fortuna anche dei centri urbani, prima che si sviluppasse la rivoluzione industriale. Infatti, un tempo l’80 per cento degli spazi aperti del territorio italiano era mediamente occupato da attività agricole, per cui oggi si sente la necessità, nell’ambito del contesto territoriale di vaste urbanizzazioni contemporanee, che si sono avute negli ultimi decenni, dagli anni Ottanta  ad oggi, di una nuova forma di “ruralità urbana”, vista nell’ambito di una nuova governance e di una nuova pianificazione territoriale. In questo senso si dà anche una funzione e una nuova vitalità ai centri storici, che possono beneficiare del contesto rurale su cui poter agire e far proprio. In altri termini si devono creare le condizioni di un’alleanza fra città e campagna, fra nuovi agricoltori, possibilmente giovani, e la città, creando così le start ap, cioè le piccole imprese giovanili. In questo senso si ritorna al territorio e quindi all’acquisizione di possedere veramente l’anima dei luoghi, quello spirito nuovo che deve sovrintendere alla difesa dell’ambiente e quindi della natura in senso ampio, come espressione del mondo urbano e del mondo rurale.

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Afferma a tale proposito A. Magnaghi: “Il recupero del valore e del senso del territorio rurale e dei suoi soggetti, gli agricoltori, diviene presupposto della ricomposizione di un nuovo equilibrio e di una nuova alleanza multidimensionale fra città e campagna come soggetti vitali e dialoganti” (Magnaghi, 2010, p. 198). In altri termini porre le basi per uno “sviluppo locale autosostenibile”, i cui artefici divengano nello stesso tempo produttori e  consumatori, superando così la logica dell’economia globale e instaurando in maniera graduale, anche con soggetti provenienti dal di fuori  del contesto urbano,  una economia locale. L’attuale crisi è anche il risultato dall’abbandono della coscienza e conoscenza del luogo, crisi di identità, ma soprattutto di sradicamento dal proprio territorio e dalle sue reali

potenzialità economiche e culturali. In questo senso bisogna riacquistare la coscienza di luogo e la consapevolezza di far parte di un contesto urbano quanto mai ricco di prospettive, ma soprattutto di un territorio che si è formato nel tempo e che è l’espressione, come afferma A. Magnaghi, di “processi di co-evoluzione fra insediamento umano e ambiente”.

La sfida delle fasce periurbane è quella di salvaguardare l’ambiente e renderlo fruibile, consentendo, oltre che la coltivazione, anche  la possibilità di camminare, correre in bicicletta, fare pic-nic, compiere “percorsi di vita”, raccogliere, sia pure con le dovute restrizioni, i frutti della terra, ecc. Ma per fare questo e rendere fruibile le zone periurbane c’è bisogno di facilitare l’accessibilità dei terreni al pubblico sul piano giuridico; dotare le zone  di strade e sentieri sul piano fisico; creare la disponibilità di punti di ristoro e favorire un sistema efficiente di informazioni sul piano organizzativo, oltre, si intende, facilitare, con esenzioni fiscali, la messa a coltura dei terreni ormai abbandonati.

La crisi dei centri storici, come del resto anche quello di Monte Sant’Angelo,  ha incominciato ad esistere allorquando  si è avuta la crisi dell’agricoltura  a vantaggio dell’industria, ma soprattutto quando ha avuto inizio il processo di urbanizzazione diffuso, tanto da consumare in maniera indiscriminata il suolo rurale, facendo così perdere ai centri storici qualsiasi loro funzione nei riguardi della città consolidata e della città in espansione, mettendo in evidenza così l’abbandono e la cura dei luoghi da parte degli abitanti, ma soprattutto la perdita dei saperi,   come quelli legati all’artigianato, ai prodotti locali, alla cultura gastronomica, alla cultura contadina, all’arte del costruire, a tutto quel mondo fatto di creatività e di spiritualità, legato al turismo religioso e culturale, di cui oggi Monte Sant’Angelo, con il suo Santuario e le sue Faggete della Foresta Umbra, diventati, rispettivamente dal 2011 e dal 2017, Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, è una delle realtà più importanti a livello nazionale ed internazionale.

GIUSEPPE PIEMONTESE, Società di Storia Patria per la Puglia

 

Last modified on Martedì, 04 Settembre 2018 10:00
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