Il dies festus del 29 settembre e dell’8  maggio

Priamo della Quercia,  Gargano e il toro, sec. XV, Lucca, Pinacoteca

La tradizione romana ha consacrato il dies festus  di S. Michele al 29 settembre, data indicata sia dal sacramentario Gelasiano che da quello Gregoriano, in rapporto alla dedicazione del santuario di San Michele sul Gargano, anche se la tradizione ritiene tale dedicazione riferita alla basilica di San Michele sulla Via Salaria  a Roma,  e non si fa alcun accenno alla tradizione micaelica del Gargano. Mentre la festività dell’8 maggio rientrerebbe, invece, nella tradizione garganica ed è da rapportarsi al giorno dell’apparizione di San Michele riferita alla vittoria di Grimoaldo I (647-671) sui Bizantini attorno al  650 d. C. All’inizio la Chiesa romana si astenne nel celebrare la festa dell’8 maggio, tanto che questa non è citata da nessun martirologo fino all’VIII secolo. Ma con lo sviluppo del pellegrinaggio sul Gargano e la diffusione del culto micaelico i due anniversari, 29 Settembre e l’8 Maggio,  ormai caduta in dimenticanza la Basilica della Salaria, furono attribuiti solo al Gargano. Quindi  8 maggio come data della Vittoria dei Longobardi, che ormai consideravano il santuario garganico come loro santuario nazionale e 29 settembre data della dedicazione della grotta.

La determinazione delle due date ha, tuttavia, secondo G. B. Bronzini, un significato antropologico. La variabilità degli episodi e delle feste a cui si collegano, si legge in Bronzini, conferma la natura agraria e la funzione ciclica delle due date annuali (29 settembre e 8 maggio), che coincidono con l’inizio e il termine dei grandi lavori agricoli: semina e mietitura. Più che calendariali, sono dunque cicliche (secondo la terminologia etnologica del Van Gennep) le due festività annuali di San Michele legate precisamente ai cicli di autunno e di primavera (Bronzini 1968; Otranto 1981).

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Musei Vaticano. Cesare Nebbia,  L’apparitione di San Michele sul monte Gargano (fine XV secolo).

Lo studio delle datazioni delle festività di S. Michele ci porta, inoltre, ad esaminare il grado di diffusione e di assimilazione che il culto micaelico ebbe specialmente fra le popolazioni garganiche, che videro proprio nella festività dell’8 maggio, più che nel 29 sett., quel carattere popolare che all’inizio il culto di S. Michele ebbe specie  presso i pastori e i contadini. Non è da sottovalutare, infatti, che all’inizio, specie in ambito orientale, S. Michele ebbe una funzione naturale e risanatrice che si esplicò attraverso i riferimenti ai miracoli operati da S. Michele con l’acqua che sgorgava dalla roccia all’interno della grotta. Successivamente l’Arcangelo venne venerato nelle sue funzioni di guerriero, in quanto capo delle milizie celesti. Tale lo considerò  il popolo longobardo che vedeva in Lui l’Angelo guerriero per eccellenza, diffondendo in tutto il Regno il suo culto e fondando numerose chiese e monasteri. Anzi i Longobardi fecero di S. Michele il loro Santo nazionale, facendolo rappresentare sugli scudi e sulle monete. Del resto anche i Bizantini ebbero una particolare devozione per l’Arcangelo e sin dalle origini lo venerarono, non solo per  i suoi attributi di guerriero, ma  anche di  taumaturgo e di psicopompo. La funzione di guerriero si diffuse specialmente in Occidente e precisamente in epoca carolingia ed ottoniana (sec, VIII-X). Quindi il culto micaelico si innestava spontaneamente, senza alcuna forzatura, su quella religiosità popolare che caratterizzerà fin dall’origine le popolazioni garganiche e che troverà larga accoglienza presso i Longobardi, tanto da considerarsi a ragione come originario del popolo longobardo.

GIUSEPPE PIEMONTESE, Società di Storia Patria per la Puglia

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