Gli ecomusei...

Gli ecomusei: una risorsa per il futuro il museo Etnografico “G. Tancredi” Gli Ecomusei appartengono a tutti, in quanto essi rappresentano la cultura di un popolo e quindi l’identità tradizionale di un territorio.  Tale consapevolezza, sorta specialmente negli anni Settanta, ha creato le premesse per una nuova museologia, come espressione di una vera e propria cittadinanza, che diventa attiva e protagonista nel campo culturale e identitario. E gli Ecomusei traducono in pratica il senso profondo di essere cittadini del proprio territorio e quindi di tutto ciò che esso rappresenta come patrimonio culturale. In questo senso, oggi, gli Ecomusei annullano le distanze e creano le premesse per un museo aperto al territorio e ai cittadini. Quindi un museo non più chiuso, gestito da pochi e per pochi. Del resto in ogni processo culturale ciò che conta non è l’oggetto da conservare o preservare, ma la persona che deve conoscere l’oggetto e lo deve apprezzare nel suo valore identitario e culturale. Un museo aperto alla città e quindi a tutti i cittadini. Quasi una nuova agorà, espressione della comunità locale. Purtroppo, ultimamente la maggior parte dei musei italiani è in crisi, sia sul piano della funzionalità che della ricezione.

Crisi che  si manifesta non tanto nei grandi musei nazionali, quanto nei numerosi musei regionali e comunali, fra cui i cosiddetti musei minori, sparsi un po’ dovunque sul territorio nazionale. Purtroppo, in questi ultimi anni  diverse iniziative per valutare la qualità dei musei italiani hanno messo in evidenza delle carenze del nostro sistema museale, evidenziando un  livello di gradimento mediamente più basso del 30% rispetto ai musei europei. Carenze di ordine strutturale, per quanto riguarda i finanziamenti dello Stato, che sempre più sono insufficienti a mantenere  il museo in maniera efficiente, ma soprattutto carenze funzionali, per la mancanza di personale qualificato, come le guide e i call center. Tutto questo lo si può vedere nei confronti dei grandi Musei nazionali, fra cui gli Uffizi, il Museo Egizio di Torino, il Museo Archeologico di Napoli, la Pinacoteca di Brera, la Galleria Borghese di Roma. La situazione diventa più drammatica nei confronti dei musei regionali e comunali, dove la carenza di personale è cronica e il budget è molto inferiore a quanto si avrebbe bisogno. Vi si parla di Musei archeologici, Pinacoteche, Musei civici, Musei della Scienza, Musei della tecnica, ecc. Ma quelli che fra tutti stanno male sono oggi i Musei Etnografici o della Civiltà contadina, legati alle tradizioni popolari delle singole regioni o territori. Prendiamo per esempio il nostro Museo Etnografico Tancredi in Monte Sant’Angelo, oggi denominato META. Un Museo in evidente crisi, anche dopo i recenti interventi di ristrutturazione multimediali.

Un Museo, quello del Tancredi, che non ha una sua propria indipendenza e funzionalità, affidato temporaneamente alla Pro Loco, il cui merito oggi è quello di tenerlo almeno aperto, senza alcuna  autorizzazione di  emettere il biglietto di entrata, né di predisporre un Piano di valorizzazione culturale e di immagine. Purtroppo  non sappiamo ancora se l’attuale Amministrazione comunale  sta predisponendo un bando di concorso per l’affidamento del Museo, correlato da  un serio  Piano di gestione e di finanziamento, visto nell’ambito di una integrazione fra il Museo e il suo territorio. Purtroppo in tutti questi anni  il nostro Museo è stato abbandonato a  se stesso, senza una programmazione di tutela e di valorizzazione dell’esistente e senza una dirigenza qualificata, che potesse creare le basi per immettere nel mercato culturale la sua presenza e la sua esistenza. Oggi, ormai, il Museo non è più un contenitore di solo oggetti, tale da considerarli fuori da ogni contesto culturale e territoriale.

Esso  non ha più ragione di esistere, se il tutto non viene rapportato allo sviluppo locale e quindi ad una maggiore fruibilità del suo essere come espressione culturale del territorio, anche se il nostro Museo ha, oggi, la facoltà di utilizzare in maniera multimediale la sua fruibilità, tuttavia manca, nella sua gestione, una mentalità aperta al mondo culturale, attraverso l’interattività, la multimedialità e l’ipergestualità nel  porre il nostro Museo all’attenzione del mondo. Specie, oggi, che il nostro Santuario, e di conseguenza la città,  sono iscritti nella lista dei Siti UNESCO. Da tutto ciò potrebbe scaturire un nuovo modo di gestire il Museo, attraverso una nuova metodologia o proposta, che è quella di far diventare il nostro Museo tradizionale un  Ecomuseo, di cui oggi se ne parla in termine ancora progettuale, ma che certamente è la strada che si dovrebbe intraprendere per far uscire all’aperto il suo potenziale culturale, visto nella sua prospettiva archeologica, antropologica, etnografica ed artistica.  Ormai oggi di Ecomuseo si discute a livello generale, in quanto presuppone  una nuova “pratica culturale di tutela  e lettura del sistema locale, partecipata dalla comunità per la valorizzazione del patrimonio territoriale”. Afferma a tale proposito Giuseppe Reina, uno dei massimi esperti di Ecomusei: “È uno strumento flessibile e in continua evoluzione, sviluppato da un soggetto organizzato, rivolto alla riterritorializzazione e alla riscoperta della memoria storica con l’obiettivo dell’autostenibilità locale: un percorso di educazione e di trasmissione culturale permanente, attraverso cui l’individuo impara a decifrare il patrimonio diventando attore consapevole e responsabile di una visione comunitaria dello sviluppo” (Reina, 2014, p. 20).

L’istituzione dell’Ecomuseo, oggetto di una crescente attenzione dagli anni Novanta, va di pari passo con lo sviluppo locale, e, quindi, nella sua attuazione, coinvolge a tutti i livelli diverse istituzioni del territorio, da quello comunale, a quello provinciale, regionale, il Parco Nazionale del Gargano, il GAL,  e gli altri Enti preposti alla salvaguardia della natura e del paesaggio. Nonché tutto il mondo della Scuola, dell’associazionismo (Italia Nostra, Archeoclub, Club Unesco, Fai, Legambiente) e del volontariato, allo scopo di tutelare e valorizzare il proprio territorio. E questo è emblematico specie se il tutto è rivolto ad un Museo etnografico, che in teoria dovrebbe rappresentare, nella sua vera identità, la cultura del territorio da un punto di vista  sociale, economico, antropologico e culturale. In questo senso un Ecomuseo è l’espressione più vera e genuina dell’identità di un territorio, “l’armatura culturale”, come afferma M. Carta. In altri termini l’Ecomuseo viene così a configurarsi come un’attività collegata alla pianificazione strategica e, al pari di questa, è descrivibile come un processo collettivo che presuppone la partecipazione e il coinvolgimento attivo della comunità locale nelle diverse fasi.

Quindi lo scopo di un Ecomuseo è quello di assicurare innanzitutto la tutela del territorio, la sua valorizzazione e la conoscenza e lo sviluppo dell’identità culturale, stimolando nel contempo la partecipazione e creare un rapporto fattivo e attivo fra patrimonio territoriale e lo sviluppo locale. Quindi lo scopo dell’Ecomuseo è quello di prendersi cura del territorio e di creare le opportunità di tutela e di valorizzazione di esso. In altre parole quello di creare le premesse per far sì che la popolazione abbia conoscenza e coscienza della propria storia e della propria realtà in cui opera. Solo così si crea una coscienza del luogo e quindi si ritorna ad acquisire di ogni luogo l’anima, il Genius Loci. In altri termini si creano le condizioni per aver su tutto il territorio un Museo a cielo aperto, o come oggi viene chiamato un Museo diffuso.

Del resto solo attraverso gli Ecomusei o i cosiddetti musei diffusi è possibile porre un freno alla deterritorializzazione, cioè all’abbandono di estese campagne ormai deserte e prive di vita. In altri termini l’Ecomuseo non è basato più sulla “collezione” di reperti, ma sulla “narrazione” di un determinato territorio secondo il tema specifico che si è progettato di realizzare. Cioè non basta più puntare solo su un “edificio museale”, ma  l’Ecomuseo abbraccia l’intera area di riferimento in un rapporto di interdipendenza con le attività umane. Percorsi ed itinerari da conoscere e  valorizzare, in una struttura espositiva aperta e interattiva con l’intero territorio. Tutto questo attraverso un rapporto paritetico fra istituzioni e cittadini, che hanno a cuore l’attuazione di precisi piani  territoriali. In questo senso l’Ecomuseo diviene un laboratorio di saperi e di conoscenze, al fine di migliorare l’esistente, attraverso progetti di tutela e di valorizzazione, basati sulla sperimentazione e sull’innovazione, secondo le esigenze della comunità. Solo così viene valorizzato non solo il capitale territoriale, ma soprattutto il capitale umano.

GIUSEPPE PIEMONTESE Società di Storia Patria per la Puglia  

 

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