Anima Mundi: oltre la globalizzazione di Giuseppe Piemontese

Con questa Introduzione alla Rubrica Anima Mundi: Oltre la globalizzazione, iniziamo un nuovo percorso che ci porterà ad affrontare i maggiori problemi legati alla contemporaneità, e quindi alla nostra attualità, in campo sociale, culturale, politico ed economico. Un precorso in cui affronteremo, in maniera diretta, varie questioni legati alla globalizzazione, allo sviluppo locale, al concetto di identità, al fenomeno dell’emigrazione, al disagio sociale, la violenza in generale, le guerre etniche, il ruolo della politica e della cultura in mondo globalizzato, la crisi delle città. il problema dello sradicamento sociale, il lavoro, e così via.

E tutto questo attraverso le analisi e le riflessioni di eminenti studiosi, fra cui Z. Bauman, J. E. Stiglitz, U. Beck, C. Geertz, J. D. Sachs, M. Castells, L. Gallino, D. Acemoglu e J. A. Robinson, A. Deaton, C.  Crouch,  F. Rampini, ecc. In altri termini bisogna andare Oltre la globalizzazione e capire il presente per costruire il futuro, tanto da diventare noi stessi  Anima Mundi,  in un processo di tutela e di salvaguardia della nostra Madre Terra. Solo così l’uomo potrà riacquistare la propria dignità e il senso di appartenenza, di cui ho tanto parlato e scritto nei miei articoli precedenti, pubblicati nella sezione  L’anima dei Luoghi. Inoltre la Rubrica sarà un mezzo per poter incominciare a creare le basi per una Scuola di Alta formazione politico-culturale, in collaborazione con l’Università di Foggia e gli Enti locali della Capitanata, e di ausilio per il mondo scolastico in generale. Certamente tutto quello che sta succedendo, all’inizio del Terzo Millennio, è la conseguenza della crisi della modernità. Una crisi che nasce da lontano, ma che ha ripercussioni nella vita quotidiana di tutti noi, tanto da creare un mondo alquanto problematico ed inquietante, sia sul piano socio-economico, quanto psicologico, specie se il tutto viene rapportato alla mancanza di fiducia nel domani, in un pianeta ormai privo di prospettive per quanto riguarda il rispetto dell’ambiente, la stabilizzazione della popolazione mondiale, la riduzione del divario fra ricchi e poveri e infine, oggi più che mai, l’aggravarsi dei flussi emigratori, che sta diventando sempre più drammatico e che coinvolge ormai buona parte del pianeta.

Un mondo senza frontiere Un mondo, quindi, instabile, non solo per quanto riguarda prevalentemente la salvaguardia della vita, ma soprattutto per quanto riguarda i fenomeni di instabilità sociali e politiche. Tutto ciò ci porta a rifletter sul destino dell’uomo e quindi della Terra, nell’ambito di una progressiva decadenza non solo economica e sociale, quanto morale, che coinvolge il destino stesso dell’uomo e la sua sopravvivenza. Un destino in cui l’uomo non è più padrone di se stesso e della sua capacità di condizionare il proprio futuro, specie se il tutto ormai viene collegato a forze distruttive, che non hanno alcun rispetto della vita, di sé e degli altri, oltre che dell’ambiente  in cui si vive. Né la tecnologia, anche se sta facendo passi da gigante verso l’atomizzazione, ci aiuta a difenderci da queste forze violente, che tendono a distruggere ogni cosa, fra cui quegli stessi valori su cui fino a ieri si è costruita la convivenza umana. Forze endogene all’uomo stesso, che tendono a scardinare l’idea stessa di progresso e quindi di civiltà. Purtroppo con la fine della modernità l’uomo non ha saputo creare una nuova modernità, da cui partire per costruire il proprio futuro. Né la postmodernità è stata di aiuto al superamento della stessa modernità. Anzi, oggi siamo convinti che in essa vi sono più disagi che certezze, più contraddizioni che verità da portare avanti e su cui costruire il futuro.

Ed ecco allora la grande sfida dell’uomo di oggi, quella di creare un mondo in cui non vi siano più frontiere da costruire, né muri da innalzare. Un mondo senza frontiere, in cui l’uomo si senta libero di affermare il proprio pensiero, ma soprattutto di vivere liberamente la propria vita, nel rispetto della sua e altrui cultura e civiltà. In altri termini un mondo condiviso, in cui ogni azione sia rapportata al significato vero del “bene comune”, che faccia superare ogni visione  in cui si privilegia di più il particolare e non il generale, l’egoismo al posto dell’alterità. Per una economia dal volto umano Del resto non c’è dubbio che oggi viviamo in un mondo in cui sentiamo prepotente, non solo la crisi della modernità, ma soprattutto il disaggio della postmodernità, determinato da un rapporto conflittuale fra mondo globale e mondi locali, a causa della crisi della razionalità neoliberista e del fallimento di quelle nazioni, che ormai sono fuori dalla globalizzazione e dalle sue leggi legate al profitto e al libero mercato.

Una globalizzazione che se da una parte ha provocato la “grande fuga” di alcune nazioni verso la ricchezza, dall’altra sta provocando una progressiva fuga di molti paesi verso la povertà e la disuguaglianza  sociale ed economica. E tutto ciò ad un caro prezzo della civiltà, come afferma J. D. Sachs, i cui costi dovrebbero essere a carico di quei paesi ricchi che hanno determinato uno sviluppo disuguale nel mondo. Un mondo disuguale che tende sempre più a differenziarsi tra paesi ricchi  e paesi poveri, annullando ciò che fino a ieri era l’elemento principale del progresso dei popoli: l’identità culturale e il senso di appartenenza a un popolo e a un territorio.

E oggi tutto questo viene annullato in nome della globalizzazione, ma soprattutto in nome del progresso che favorisce solo chi ha un sistema economico solido e invasivo, lasciando così indietro paesi che non hanno governi efficienti e strutture economiche sovranazionali, che possono determinare o meno lo sviluppo di un territorio o di una regione. E ciò delegittimando l’azione governativa degli Stati, che ormai non hanno più la possibilità e l’autorevolezza di intervenire sui processi economici. Del resto è sotto gli occhi di tutti la deterritorializzazione delle imprese che portano la ricerca e il lavoro verso nuovi tipi di profitto, sempre più intrecciato con le transazioni finanziarie, tendenzionalmente di carattere speculativo. Quindi crisi istituzionali e crisi politiche degli Stati, che ormai sono legati a organismi sovranazionali come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, e le Nazioni Unite, che tendono a ridimensionare il potere e le funzioni di ogni singolo Stato, producendo un loro indebolimento e una ulteriore perdita del senso di appartenenza e di identità nazionale e territoriale. In questa situazione i problemi da affrontare, quindi, perdono qualsiasi soluzione locale, ed acquistano, nel bene e nel male, una dimensione globale, tale da poter dire che ormai il mondo è senza frontiere e che qualsiasi erezione di muri e di confini fra Stati e Stati, fra regioni e regioni, fra popoli e popoli, è contro la logica della globalizzazione e quindi contro lo spirito di una Europa unita.

Questa è la grande sfida dell’uomo contemporaneo: quella di considerare il mondo non più diviso da muri e confini, ma come un mondo senza frontiere, in cui i popoli si sentono liberi di vivere la propria vita in nome della solidarietà universale e dello sviluppo sostenibile.  Tutto questo è alla base di Un mondo senza frontiere, in cui si cerca di mettere in evidenza il potere dell’identità, il superamento dell’homo aeconomicus, le origini della disuguaglianza, le fughe solitarie di alcune nazioni ricche, lasciando indietro i paesi poveri, l’annullamento di ogni forma di libertà e di democrazia, il superamento delle divisioni sociali e politiche, attraverso l’eliminazione dei muri e dei confini fra i popoli, la necessità di un’etica da costruire in una società più giusta e più umana all’interno di spazzi aperti, il rafforzamento del sentimento di cittadinanza, che superi la logica della globalizzazione e quindi del profitto ad ogni costo e infine la costruzione di un patrimonio  culturale proiettato verso il futuro. Un mondo, quindi, in cui prevalga la virtù dell’altruismo, contro ogni forma di egolatria, aperto verso l’altro, in nome dell’accoglienza e della reciproca solidarietà.

GIUSEPPE PIEMONTESE,  Società di Storia Patria per la Puglia  

 

 

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