Dal distretto industriale al distretto culturale

Il Golfo di Manfredonia

Fino agli anni Ottanta l’economia italiana si è sviluppata soprattutto attraverso i distretti industriali, sorti nell’Italia Centro-settentrionale, con una forte identità storico-culturale, che ha costituito  come  collante tra le imprese gli attori sociali e il territorio. Giacomo Becattini, uno dei maggiori economisti e propugnatori dei distretti industriali, li ha definiti  “un'entità socio-territoriale caratterizzata dalla compresenza attiva, in un'area territoriale circoscritta, naturalisticamente e storicamente determinata, di una comunità di persone e di una popolazione di imprese industriali”. Ciò ha dato origine a quella comunanza di intenti fra territorio e impresa, tanto da coinvolgere non solo la popolazione locale, quanto le città e il territorio su cui hanno operato eda cui hanno attinto le loro energie. Imprese, quindi, prettamente legate al territorio e soprattutto alle potenzialità che esso ha offerto.

 

Da ciò ne è derivato un impulso determinante a far si che ogni Piano economico di una impresa fosse il frutto di ciò che il territorio offre, tale da creare un connubio fra impresa e lo sviluppo locale, all’insegna della integrazione fra economia e territorio. Ciò che caratterizza un distretto industriale non è tanto l’aspetto economico, quanto le diverse  componenti di natura sociale, storico-culturale, che attengono  alla comunità di persone, ai valori, alla cultura, ai saperi accumulati localmente. Quindi “aspetti economici, quali la specializzazione flessibile e la divisione interaziendale del lavoro, s'intrecciano con la forte integrazione sociale e culturale all'interno della comunità di imprese e di persone che popolano il distretto. Le due dimensioni sono strettamente collegate, giacché la condivisione di valori storicamente consolidati, nonché i rapporti di amicizia e parentela spiegano la capacità dei distretti di abbattere i costi di transazione e, in generale, i problemi legati all'incertezza e al rischio di comportamenti opportunistici che caratterizzano il ricorso al mercato quale meccanismo di governante”(Williamson, 1975). “Il distretto, quindi, non è soltanto una popolazione di imprese, ma un ambiente sociale, una comunità di persone che condividono cultura, storia, linguaggio e saperi, valori e regole di comportamento, che determinano fiducia e coesione sociale. Intense relazioni sociali, di natura informale, regole condivise consolidate e consuetudini fanno sì che il coordinamento tra le imprese si realizzi in modo ‘automatico', senza costi legati al ricorso al mercato e al tempo stesso facilitano la condivisione e lo scambio di informazioni” (Dei Ottati, 1986).In quest'ottica, il distretto industriale rappresenta una rete in primo luogo fiduciaria, che si alimenta attraverso il capitale sociale formatosi in un dato territorio. Giocano un ruolo chiave nella formazione della peculiare “atmosfera industriale” del distretto non solo le imprese, ma anche le istituzioni locali, quali centri di formazione e di servizi per le imprese, università, pubblica amministrazione locale, agenzie per lo sviluppo, banche e, in generale, enti e strutture espressione dell'associazionismo territoriale e imprenditoriale. Di volta in volta, in modo diverso a seconda dei contesti, questi attori locali hanno contribuito all'emergere del distretto e al rafforzamento della sua identità. Tutto questo discorso ci porta a considerare che ogni sviluppo economico è legato soprattutto al territorio e quindi alla capacità dell’uomo di sfruttare le sue potenzialità. Inoltre una sana economia non si basa solo su determinati prodotti che ne derivano dal territorio, ma l’intero ciclo produttivo deve avere come base la cultura del territorio e il legame  stretto fra la popolazione e il territorio, in un connubio fra identità, cultura e produttività.  Da ciò nasce la cultura d’impresa e quindi la concezione che un distretto industriale è anche un distretto culturale, inteso non solo come valore patrimoniale delle imprese, ma soprattutto come valore patrimoniale legato al territorio. Tutto questo, in un certo qual modo per combattere l’omologazione che in questi ultimi anni, dagli anni Ottanta in poi, sta producendo la globalizzazione, che tende ad annullare qualsiasi riferimento alle economie locale, a vantaggio del mercato unico e quindi del mercato globale. Infatti bisogna sapere che oggi i distretti industriali sono considerati uno dei pilastri dell'economia italiana, tanto che si contano più di 48.100 imprese manifatturiere e agricole, con un fatturato complessivo pari a circa 560 miliardi di euro,  con una elevata capacità  di creare occupazione.

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Monte Sant’Angelo

Oggi c’è una nuova consapevolezza per quanto riguarda i distretti industriali, che dovrebbero essere trasformati ormai in distretti culturali, come espressione del proprio territorio, inteso nella sua complessità sociale, economica e culturale. In questo senso i nuovi distretti culturali, dovrebbero  avere un elevato potenziale di  innovazione e di tecnologia, legato soprattutto all’istruzione e al patrimonio storico-economico. In questo senso  possiamo definire  il distretto culturale come un insieme organizzato di istituzioni, reti associative e imprese che producono un'offerta integrata di beni e servizi culturali di qualità, legati a un territorio circoscritto, caratterizzato da un'identità ben definita, da un'alta densità di risorse ambientali e culturali di pregio, e abitato da una comunità locale coesa rispetto alle proprie tradizioni culturali. Del resto in un mondo sempre più caratterizzato da consumi massimizzati, in cui le identità e le diversità si fondono spesso in un indistinto universo mediatico, l'unico elemento capace di segnare la differenza è la cultura, quel complesso di beni e saperi che contraddistingue popoli e aree geografiche. Inoltre, “la costituzione di un distretto culturale implica la presenza di un sistema culturale locale, cioè di un ricco tessuto socio-culturale e ambientale preesistente, a partire dal quale sia possibile avviare quei processi di valorizzazione (ma anche di reinvenzione) dell'identità locale e di sostegno alla produzione culturale in grado di promuovere sia lo sviluppo economico e la sua sostenibilità, sia la riqualificazione e il miglioramento della vivibilità complessiva di un dato territorio”. La disponibilità di beni storici, artistici, architettonici, infrastrutturali e ambientali, è, infatti,  “una condizione necessaria ma non sufficiente per l'avvio di processi virtuosi di valorizzazione delle identità e delle tipicità culturali e di promozione dello sviluppo territoriale. Si richiede, piuttosto, uno sforzo progettuale e ideativo per accompagnare la comunità nell'elaborazione di obiettivi di sviluppo culturalmente sostenibili e condivisi, al di là della spinta alla mera commercializzazione dei contesti e delle tradizioni locali”.

Per quanto riguarda la realtà del Gargano, ma in speciale modo quella della città di Monte Sant’Angelo, è possibile oggi parlare di un vero e  proprio Distretto Culturale, in quanto ci troviamo di fronte ad una realtà molto complessa, da un punto di vista culturale ed  economica, che si manifesta attraverso il suo ricco patrimonio storico-artistico e storico-ambientale. Infatti da una parte abbiamo il settore dei Beni culturali e quindi la “cittadella micaelica”, con i suoi tesori artistici che si manifestano attraverso la prese senza del Santuario, diventato nel 2011 Patrimonio Universale dell’Umanità, ma soprattutto per la presenza di numerosi insediamenti culturali, fra cui chiese, monasteri, musei, biblioteca, insediamenti rupestri, il castello, i palazzi storici e i numerosi siti preistorici, fra cui l’importante sito dei dolmen e dei menhir  nella Valle di Pulsano, scoperto dall’Arch. Raffaele Renzulli. Dall’altra parte abbiamo un ricco patrimonio ambientale, che si manifesta attraverso un ricco patrimonio  agro-forestale, fra cui l’imponente Foresta Umbra, le cui faggete fanno parte del Patrimonio Mondiale dell’Umanità (2017), i numerosi boschi comunali, fra cui il Bosco Quarto, Spigno, Jacotenente, Umbricchio, Marguara, Lama di Nilo, Vota e Casiglia, per non parlare poi della Piana di Macchia, con prosecuzione verso Manfredonia-Siponto,  della  Valle di Carbonara, che collega Monte Sant’Angelo con San Giovanni Rotondo,  di Pulsano, della zona soprastante il territorio di Mattinata, che continua verso Vieste e quindi la Foresta Umbra,  ecc. A tutto ciò bisogna aggiungere il settore delle tradizioni popolari e quello riguardante il settore enogastronomico, con i suoi prodotti tipici locali, il tutto legato ai numerosi luoghi in cui la bellezza della natura rende i luoghi  stessi  un elemento di attrazione turistico-culturale, proprio per la loro unicità.

La realizzazione del Distretto Culturale, nel nostro caso il Distretto dell’Angelo, che comprende vari territori, fra cui Monte Sant’Angelo, Manfredonia-Mattinata, San Giovanni Rotondo, fondato e portato avanti dal nostro concittadino dott. Gaetano Rinaldi, Vice Presidente della Direzione Nazionale di Italia Nostra,  ha lo scopo di utilizzare nel miglior modo possibile le risorse culturali dei tradizionali distretti economici, che hanno favorito l’industrializzazione e la competitività di ampie zone del nostro paese.

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Mattinata

 In questo senso alcune delle tappe fondamentali per giungere ad un autentico Distretto Culturale sono: 1) lo studio delle caratteristiche e delle potenzialità del territorio per arrivare alla fase di progettazione del Distretto;
2) la creazione di una filiera dei settori produttivi, in grado di favorire la tutela, la valorizzazione e la fruizione delle risorse culturali di Monte Sant’Angelo e del suo territorio: settori della formazione, del recupero urbano ed ambientale, dell’artigianato, dell’agroalimentare e dell’enogastronomia, della promozione e del marketing, dell’informazione, dell’informatica, dell’organizzazione di eventi, della creazione di strutture per la produzione di servizi culturali; 3) tener presente che l’opzione del distretto culturale presuppone una scelta di campo, che si fondi essenzialmente sulla identità culturale del territorio, che è caratterizzata prioritariamente dall’attività di tutela delle risorse esistenti per arrivare poi alla fase della valorizzazione e della fruizione. La realizzazione del Distretto Culturale nella nostra città avrebbe favorito, con un buon margine di certezza, anche il riconoscimento del centro storico di Monte Sant’Angelo, oltre alla Basilica dell’Arcangelo, quale Patrimonio Mondiale dell’Umanità, così come è già accaduto per la Val di Noto; 4) un progetto di questo genere determinerebbe finalmente per Monte Sant’Angelo e il suo territorio uno sviluppo inimmaginabile del turismo di qualità, con reali effetti benefici sul livello dell’occupazione, specie giovanile; 5) la possibile attivazione di corsi professionalizzanti che coinvolgano le istituzioni scolastiche, organici e complementari a questa ipotesi di tutela e valorizzazione del territorio, in grado di creare figure professionali da impegnare nelle opportunità derivanti dal Distretto Culturale.

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San Giovanni Rotondo

In questo senso un Distretto Culturale è realizzabile, quando in un territorio sussistono elementi (storici, geografici e produttivi) tali da costituire tipicità, un marchio territoriale preciso e integrabile in un sistema sinergico in cui siano presenti anche fattori quali: altre risorse del territorio (beni ambientali, manifestazioni culturali, prodotti della cultura materiale e immateriale del territorio); infrastrutture territoriali (servizi di trasporto e per il tempo libero); servizi di accoglienza e imprese, la cui attività sia direttamente collegata al processo di valorizzazione dei beni culturali. In questo modo la cultura diventa uno dei principali prodotti da vendere e da esportare, con lo scopo di far conoscere ed apprezzare il prodotto culturale di un territorio. Cultura non solo materiale, come monumenti, palazzi, chiese, centri storici, musei, biblioteche, siti archeologici, ecc., ma anche immateriale, con riferimento alle tradizioni locali,  e ai grandi eventi legati al territorio. Valorizzare il patrimonio culturale esistente, non deve pertanto intendersi solo come il recupero del passato, ma significa piuttosto ampliare l'offerta culturale e ricreativa con nuove iniziative e nuovi poli di attrazione. Pertanto “i beni culturali possono, dunque, rappresentare la leva per promuovere uno sviluppo duraturo e sostenibile che investa settori come il sociale, che eserciti benefiche influenze sul welfare e promuova i processi economici attraverso non solo il tradizionale settore del turismo, ma caratterizzando la produzione di beni e servizi in senso culturale”. Tutto questo ci porta da un lato alla riscoperta del proprio territorio, e dall’altro a considerare prioritario lo sviluppo locale, in stretto rapporto con le potenzialità dei luoghi.

GIUSEPPE PIEMONTESE, Società di Storia Patria per la Puglia

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