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Published: October 17, 2020 Category: Cronaca Gargano e Capitanata
“La Piana di Terranova prima e dopo il terremoto del 1783. Vita sociale, economica e religiosa”, il libro di Giosofatto Pangallo

di Giuseppe Piemontese, Società di Storia Patria per la Puglia

Mi ha fatto molto piacere ricevere in dono dal Prof. Giosofatto Pangallo l’ultima sua pubblicazione La Piana di Terranova prima e dopo il terremoto del 1783. Vita sociale, economica e religiosa, edita dall’Associazione Culturale “L’Alba” di Maropati (RC), 2020, pp. 465. Un testo completo e organico nella sua trattazione e nella sua veste editoriale, dove l’amico Giosofatto Pangallo dimostra tutto il suo valore di storico e di letterato, in quanto già autore di pregevoli volumi sulla storia di Terranova: I casali di Terranova, Forgraphic, Taurianova (RC), 1993; Terranova. Una città feudale calabrese distrutta nel 1783, Centro Studi Medmei, Rosarno (RC), 2010, e diversi studi letterari, fra cui Narrativa dell’Utopia (I. Silone, E. Vittorini, C. Pavese), Periferia, Cosenza 1999; Ondina dai capelli fluenti e le allegre amiche. Profili di donne seducenti, Calabria Letteraria Editrice, Soveria Mannelli (CZ) 2013. Con La Piana di Terranova prima e dopo il terremoto del 1783 Giosofatto Pangallo dimostra tutto il suo amore per la sua città, dove è nato e cresciuto, quasi a carpirne il senso della vita, quell’Amor Loci, che ha riferito nella sua Introduzione, allorquando scrive dell’anima dei luoghi, specie dopo la catastrofe del 1783, a seguito di un forte terremoto, che ha distrutto l’intera sua città, tanto da costringere i cittadini a ricostruirla nello stesso luogo, affinchè “non si cancelli totalmente la loro specifica e simbiotica identità con il territorio di appartenenza, luogo dell’anima e coscienza della memoria, cui si rimane, tuttavia, profondamente legati, consapevoli che l’entità geografica sparita continua a sopravvivere in tutti gli elementi circostanti che la ricordano: ruderi, reperti, toponimi, antichi tracciati di strade” (Pangallo, 2020, p. 12). L’anima dei luoghi (G. Piemontese, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2013) di cui parlo nel mio libro omonimo. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente del libro di Giosofatto Pangallo è la sua meticolosa ricerca riguardante la vita di una città, come Terranova, vista e analizzata prima e dopo il terremoto de 1783, attraverso i vari aspetti socio-economici, fra cui: la vita quotidiana della gente, lo spirito di appartenenza, il generoso altruismo, come generalmente si manifesta fra la gente meridionale, la presenza dei Monti di Pietà e dei Monti Frumentari, essenziali per portare soccorso ai più bisognosi, le attività e gli usi locali, le dinamiche locali, l’affrancazione degli usi civici, i matrimoni, i testamenti, le donazioni, le malattie e così via. Inoltre la religiosità popolare, la cultura, gli usi correnti. Per poi passare ad analizzare l’economia della città e del suo territorio, fra cui l’agricoltura, con i suoi prodotti locali e le sue culture, l’edilizia urbana, con i vari tipi di abitazioni, le innovazioni tecniche e lavorative, l’arresto di ogni attività e l’improvviso sconvolgimento della vita quotidiana e del territorio. Per poi passare, nella seconda parte del libro, alla descrizione del terremoto e dei suoi effetti devastanti, per l’intera città e i suoi casali, la verifica delle rovine, delle distruzioni e dello scompiglio, la solidarietà privata e i provvedimenti statali con gli interventi e i programmi per il risanamento, in vista della ricostruzione. E tutto questo con la consapevolezza che si deve ricostruire la città là dove essa è esistita, con spirito di sacrificio e di abnegazione, consapevoli che solo così le proprie radici non si perdano, non si recidono, rimanendo fedeli alla propria memoria storica e alla propria identità culturale.
Tutto questo Giosofatto Pangallo lo mette ben in evidenza, quasi come se lui stesso fosse partecipe alla ricostruzione della sua città distrutta, in un grande afflato corale, ma soprattutto attraverso una sentita partecipazione del dolore diffuso fra la sua gente. Un dolore sommesso, ma dignitoso nel voler fare in modo che la città nuova divenga degna del suo passato. Quel passato che la città di Terranova ha visto fregiarsi del titolo di ducato, il ducato di Tarranova, acquistato nel 1574, per 20.000 ducati, da Giovanni Battista Grimaldi, signore del feudo di Monte Sant’Angelo, il quale ebbe in eredità il feudo da Girolamo Grimaldi, che nel 1552 lo aveva acquistato da Consalvo Ferrante di Cordova, duca di Sessa, per soli 30.000 ducati. Una storia feudale di cui ne ho parlato nel mio libro I Grimaldi. Monte Sant’Angelo e il Gargano dalla feudalità all’Unità d’Italia, Bastogi Editrice Italiana, Foggia 2006. Una ricostruzione storica della famiglia Grimaldi e quindi dell’ultima duchessa di Gerace, Maria Antonietta Grimaldi, figlia di Maria Teresa Grimaldi, morta sotto le macerie del suo palazzo in Casalnuovo il 5 febbraio 1783. Successivamente Maria Antonietta Grimaldi, per i contenziosi legali e i contrasti con gli enti locali e per i debiti accumulati, dovette vendere il 20 settembre 1802 il feudo al Comune di Monte Sant’Angelo, per il prezzo di 234.000. Di questo periodo storico a Monte Sant’Angelo rimane l’ultima residenza dei Grimaldi, dopo aver dimorati per secoli nel Castello, il Palazzo dei Grimaldi, proprio di fronte il Santuario di San Michele. Una costruzione quadrangolare, in stile barocco del Settecento, che rispecchia la pianta di una vera e propria fortezza feudale. Giosofatto Pangallo ne fa ampio riferimento, tanto da terminare il suo libro con una ricca documentazione riguardante la volontà dei cittadini di Terranova, in contrapposizione a quella di donna Maria Antonietta Grimaldi, che con lettera aveva invitato i superstiti a cambiare sito per la ricostruzione della città, di ricostruire la città là dove esisteva. Infatti tutti i cittadini di Terranova, riuniti pubblicamente, rispondevano alla duchessa Grimaldi, con una motivazione contraria, specificando che “la loro volontà sarebbe di restarsi in detto luogo, sia per cagione dell’ aere magiore assai di quella di Canoro, il comodo di vivere”. E questo nel rispetto dell’identità di un popolo che in ogni età ed epoca si è sempre riconosciuto nella sua città d’origine e nella sua memoria storica.

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