“Le Pietre del Ritorno”, il libro di Andrea Matteo Pacilli sul mito di Diomede

a cura del prof. Giuseppe Piemontese - Società di Storia Patria per la Puglia.

Da Editore ad Autore, Andrea Matteo Pacilli ha pubblicato la sua prima opera di grande pregio e spessore storico, intitolata: Le Pietre del Ritorno. Diomede, la Grecità adriatica, i percorsi della critica e una proposta di interpretazione,  Vol. 1, Andrea Pacilli Editore, Manfredonia 2020.

Un’opera che nasce attraverso una rielaborazione di appunti di vita vissuta, che si delineano e si approfondiscono attraverso la figura dell’archeologo Silvio Ferri, scopritore delle Stele Daunie nell’anno 1962, per poi esporle nel Castello di Manfredonia, diventato la sede naturale del Museo Nazionale Archeologico del Gargano. Un Museo nato dalle scoperte delle antiche Stele Daunie e, oggi, esposte al pubblico per comprendere le origini dei Dauni, ma soprattutto lo sviluppo della civiltà garganica, la sua etnia, attraverso una elaborazione sistematica di segni e significati riconducibili alla vita quotidiana dei Dauni, con i loro culti e le loro credenze dell’aldilà. Culti e miti di cui è ricca la Daunia, una terra che ha assimilato nel tempo diverse culture e civiltà, dalla protostoria fino all’età moderna, attraverso la presenza di vari popoli, fra cui, in età protoclassica, gli Elleni, da cui sono nati diversi miti, da quello di Dauno a quello di Diomede,  dal culto di Atena Iliaca ai culti di Calcante e Podalirio, dal mito tutto ciò attraverso la descrizione  e le opere degli autori greci e latini, fra cui Licofrone, Timeo, Lico di Reggio, Strabone, Plinio il Vecchio, Orazio, Virgilio, Ovidio, Silio Italico. Per poi esaminare le opere degli autori moderni, da Silvio Ferri a Lorenzo Braccesi, da Jean Bérard a Carlo Ginsburg, da Albert  Brelichi a Giovanni Pugliese Carattelli, da Mario Luni ad Alessandra Coppola.  Ciò che emerge da questi autori, classici e moderni, è che la Daunia, di cui fa parte integrante e sostanziale il Gargano, già dall’antichità è stata una terra di grande transito e ricettacolo di civiltà greca ed ellenistica, tanto da caratterizzare la stessa cultura indigena e contribuire a formare l’ethnos italica, attraverso gli scambi commerciali e la presenza di numerose  testimonianze archeologiche e artistiche, tanto da creare le basi per la civiltà mediterranea e quindi italica.

Il mare Adriatico è stato il trade union fra l’Oriente e l’Occidente, fra le sponde greche e le sponde dell’Italia Meridionale, di cui il Gargano era l’elemento di unione e di rielaborazione dell’epos greco-ellenistico. Andrea Pacelli nel suo libro sottolinea tale unione e ne fa un elemento centrale e fondamentale attraverso lo studio e l’analisi del mito diomedeo, portato avanti anche attraverso gli studi e le ricerche soprattutto di Lorenzo Braccesi, in riferimento al suo libro  Grecità adriatica, un capitolo della colonizzazione greca in Occidente (Patron Editore, Bologna 1971). Andrea Pacilli parte proprio da questo studio per riaffermare “le vicende dei Pelasgi e delle popolazioni che sarebbero giunte in Italia dalla regione traco-illirica o comunque dalla regione achea in occasione della diaspora micenea (se non prima)” (Pacilli, 2020, p.26), ma soprattutto per riaffermare che la civiltà greca ebbe come humus la storia del Mare Adriatico e quindi l’incontro delle culture dei popoli che risiedevano sulle sponde dell’Adriatico in età protostorica e poi storica, quando i Greci incominciarono ad arrivare nella Daunia per fondare colonie e portare la loro civiltà, fra cui l’uso delle stele daunie. In altre parole, con la Daunia e le sue stele, databili presumibilmente fra l’VIII e il VI secolo a. C., ci troviamo in un nuovo capitolo dell’antica navigazione adriatica di età tardo micenea di Uria al mito di Cristalda e Pizzomunno, fino al mito di Archita, di Ercole e infine di Gargano.

Andrea Pacilli nel suo libro  Le Pietre del Ritorno si sofferma soprattutto sulle stele daunie e sul mito di Diomede, che troviamo, in maniera simbiotica e irrepetibile, in diverse parti del Promontorio del Gargano, dalla città di Siponto a Salapia, dal Lago di Varano a Carpino, da Vieste a Rodi Garganico, fino alle Isole Tremiti, dove Diomede ebbe degna sepoltura, con i suoi compagni di ventura trasformati in uccelli. Una narrazione alle origini del mito e dei culti del Gargano, di cui è emblematico il mito delle Pietre del Ritorno,  legato al racconto di Licofrone, il quale nella sua opera  Alessandra, chiamata anche Cassandra, figlia del re Priamo, narra della distruzione di Troia e delle avventure dei  nostoi,  fra cui Diomede, il quale, tradito e scacciato di casa dalla moglie, approda sulle spiagge della Daunia e qui fonda Argirippa e poco dopo viene tradito da Aleno e costretto a fuggire di nuovo sulle Isole Tremiti, dove venne seppellito.  In questo racconto vi è la leggenda delle stele daunie, che, in quanto segni tangibili delle sepolture dei Dauni, una volta asportati dalle proprie sedi, esse prenderanno immediatamente la via del ritorno per riportarsi presso la sede originaria.

Per questo il libro di Andrea Pacilli si chiama  Le Pietre del Ritorno. L’Autore descrive, attraverso la simbologia delle stele daunie, per primo studiate da Silvio Ferri, negli anni Sessanta, le origini della civiltà greca, che si diffuse sul mare Adriatico, per poi approdare, con la sua cultura, sul Gargano. E tutto ciò attraverso la descrizione  e le opere degli autori greci e latini, fra cui Licofrone, Timeo, Lico di Reggio, Strabone, Plinio il Vecchio, Orazio, Virgilio, Ovidio, Silio Italico. Per poi esaminare le opere degli autori moderni, da Silvio Ferri a Lorenzo Braccesi, da Jean Bérard a Carlo Ginsburg, da Albert  Brelichi a Giovanni Pugliese Carattelli, da Mario Luni ad Alessandra Coppola.  Ciò che emerge da questi autori, classici e moderni, è che la Daunia, di cui fa parte integrante e sostanziale il Gargano, già dall’antichità è stata una terra di grande transito e ricettacolo di civiltà greca ed ellenistica, tanto da caratterizzare la stessa cultura indigena e contribuire a formare l’ethnos italica, attraverso gli scambi commerciali e la presenza di numerose  testimonianze archeologiche e artistiche, tanto da creare le basi per la civiltà mediterranea e quindi italica. Il mare Adriatico è stato il trade union fra l’Oriente e l’Occidente, fra le sponde greche e le sponde dell’Italia Meridionale, di cui il Gargano era l’elemento di unione e di rielaborazione dell’epos greco-ellenistico. Andrea Pacelli nel suo libro sottolinea tale unione e ne fa un elemento centrale e fondamentale attraverso lo studio e l’analisi del mito diomedeo, portato avanti anche attraverso gli studi e le ricerche soprattutto di Lorenzo Braccesi, in riferimento al suo libro  Grecità adriatica, un capitolo della colonizzazione greca in Occidente (Patron Editore, Bologna 1971).

Andrea Pacilli parte proprio da questo studio per riaffermare “le vicende dei Pelasgi e delle popolazioni che sarebbero giunte in Italia dalla regione traco-illirica o comunque dalla regione achea in occasione della diaspora micenea (se non prima)” (Pacilli, 2020, p.26), ma soprattutto per riaffermare che la civiltà greca ebbe come humus la storia del Mare Adriatico e quindi l’incontro delle culture dei popoli che risiedevano sulle sponde dell’Adriatico in età protostorica e poi storica, quando i Greci incominciarono ad arrivare nella Daunia per fondare colonie e portare la loro civiltà, fra cui l’uso delle stele daunie. In altre parole, con la Daunia e le sue stele, databili presumibilmente fra l’VIII e il VI secolo a. C., ci troviamo in un nuovo capitolo dell’antica navigazione adriatica di età tardo micenea.

Andrea Pacilli continua, poi, analizzando il significato di mito e quindi mette in luce le componenti indigene dei popoli delle città magno-greche, riferendosi agli studi di Anna Maria Biraschi, fra cui L’orizzonte precoloniale tra mito e storia (Napoli 1998),  per poi parlarci dei  nostoi  o dei ritorni dei re achei da Troia verso le loro patrie lontane o in nuove sedi da trasmigrare, così come è avvenuto con il mito di Diomede, su cui si sofferma maggiormente Andrea Pacilli. Ma su tutto prevale la rotta comune fra le opposte sponde dell’Adriatico, con il  commercio

dell’ambra, che si svolge prevalentemente attraverso le cosiddette “vie carovaniere”;  così come il commercio della ceramica micenea fra la Grecia e l’Italia, tanto da caratterizzare la produzione della ceramica daunia fra l’VIII e il VI secolo a. C. Per non parlare, poi, delle origini dei Palasgi, un popolo protogreco e protoetrusco che ritroviamo in Puglia. Una koiné fluttuante e liquida, che rendeva la Puglia una vera cerniera fra l’Oriente e l’Occidente, fra l’Asia e l’Europa, mentre l’Adriatico veniva a costituire un’area di frontiera, ama anche un’area periferica fra le due opposte sponde. Mare Adriatico, nome che un tempo si riferiva alla parte settentrionale della Laguna di Venezia, mentre in basso vi era lo Ionios,  oggi Mare Jonio. Ma con il tempo la denominazione di  Adrìas divenne più estesa, raggiungendo le sponde dell’Apulia e quindi del Salento. Su questo mare vi navigavano gli Eubei, di origine greca, presenti già nell’VIII secolo a. C., mentre nella parte bassa vi erano gli Ioni, di origine ateniese. Gli Eubei li troviamo nell’Odissea, e precisamente quando Ulisse, di ritorno da Troia, raggiunge l’Isola di Eubea, una delle pochissime isole dell’Egeo. E poi abbiamo i Rodi, i Coi, gli Etoli, i Corinzi, i Focei, tutti popoli provenienti dall’Illyria e giunti sulle sponde della Puglia, tanto da dare origine alla colonizzazione greca in terra daunia. Popoli che avevano specifiche rotte adriatiche, di cui ci parla in maniera approfondita nel suo libro Andrea Pacilli.

Poi si prosegue, leggendo il libro, attraverso l’analisi approfondita della figura di Diomede, la diffusione della sua leggenda nell’Adriatico, la stratificazione del mito, nonchè la genealogia, i caratteri, la venerazione del mito sia nella sua terra di origine, la Grecia, e precisamente in Etolia e nella Tracia, e poi in terra daunia. Non solo,  ma anche in Lucania e nel Bruzio. Tutto questo visto attraverso la critica storica, fra cui Maurizio Giangiulio, Ornella Terrosi Zanco, Ettore Lepore, Domenico Musti, i quali hanno evidenziato i diversi elementi stratigrafici del mito di Diomede, da quello etnico delle origini, a quello di esportazione in terre lontane, come la Daunia e le regioni centro-meridionali dell’Italia, fino al Diomede di Frontiera di Domenico Musti. E, poi, in età romana, dove il mito di Diomede si fonda con le città romane di fondazione, come Sipontum, Salapia, Arpi, Herdonia, Uria, dove è ancora presente il mito di Diomede. Tutto questo nell’ambito di una evidente centralità del Gargano, terra di miti e culti pagani, ma anche terra di leggende ed eroi mitici, fra cui  Garganus,  signore del luogo ed eponimo del monte, da cui scaturirono i “dies festis” dell’Arcangelo Michele sul Monte Gargano (8 maggio e 29 Settembre). Due rimandi  Orion/monte Gargano  pieni “di tradizione euboica con il suo  portato mitico e funzionale, riverberante nell’equivalenza iconografica fra la figura di  Garganus  del  Liber de apparitione e la costellazione di Orione, e la connessione fra il ciclo di questa costellazione e i  dies festi  sacri a San Michele Arcangelo, ribadiscono ed evidenziano la forma di una cultualità legata ai cicli della terra e del cielo e delle acque e quindi della navigazione che rimane imperante sul promontorio” (Pacilli, 2020, p. 293). Quindi, “una centralità tutta da approfondire, afferma Pacilli, ma che denuncia la centralità del Gargano nel sistema cultuale e nautico adriatico e che può ben chiarire  il legame forte tra il mito diomedeo e la cultualità di promontorio con i tratti di  Gargano/Orione” (Pacilli, 2020, p. 293).  A tutto ciò si lega, poi, la leggenda delle Pietre del Ritorno, che anche se lontane dalla Daunia e quindi dal Gargano, segnano le rotte marine e fanno ritorno là dove esse sono state divelte. Quindi, ancora il Gargano, “una montagna che diventa essa stessa mito, un mito che è un “dio gigante”, che si erge ad essere punto di riferimento per chi arriva da lontano; sì irrequieto, tempestoso, una divinità delle tempeste e dei temporali, che scandisce le stagioni, sia quelle in terra legate ai tempi dell’agricoltura che quelle in mare legate ai tempi della navigazione, ma per questo salvifico, che “conduce in porto” (Pacilli, 2020, p, 298). Diomede, quindi, Dio del Mare, la cui morte viene ancora riecheggiata nelle Isole di Tremiti, attraverso il pianto dei suoi compagni trasformati in uccelli, i quali piangono il proprio signore, allontanando dalla sua tomba e dall’Isola gli stranieri, quasi a rendere immortale la sua immagine e il suo culto. Compagni trasformati in uccelli, chiamati appunto Diomedee. Così l’Isola diventa eterna, in quanto sede di una divinità e non più di un eroe.

A conclusione di tutto ciò, afferma Andrea Pacilli, “in Daunia l’elemento primigenio che ispira il mito di Diomede greco vi si ritrovi in forma originaria, depositatosi nei secoli attraverso l’irradiarsi delle migrazioni e dei trasferimenti che interessano l’intera area e che vede nell’Adriatico una epocale cerniera fra est e ovest e che, in quanto cerniera, unisce le due are da sempre” (Pacilli, 2020, p. 379). Una narrazione, quindi, quella di Andrea Pacilli, di grande spessore storico-etnografico, di cui solo chi ha vissuto dall’interno l’ethnos della sua terra d’origine, poteva esprimere e interpretare il vero significato del mito di Diomede, cogliendo in maniera assoluta “l’anima dei luoghi”, che solo un grande storico, come Andrea Pacilli, poteva saper cogliere e far proprio.

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