Le compagnie dei pellegrini diretti alla Montagna Sacra

a cura del prof. Giuseppe Piemontese - Società di Storia Patria per la Puglia.

Mai avremmo potuto immaginare un mese di Maggio così silenzioso e privo di pellegrini diretti al santuario di San Michele. Un fenomeno che dura da diversi secoli e che mai è stato interrotto se non da eventi naturali come è  oggi  la pandemia, che ha colpito quasi tutta la popolazione del mondo, cambiando da un momento all’altro le abitudini della gente e fatto riflettere sul modo di vivere la nostra quotidianità, specie se il tutto è rapportato al nostro rapporto con la Natura e quindi con il mondo ch ci circonda, tanto da mettere in crisi la nostra stessa civiltà basata sul capitalismo e sullo sfruttamento dell’esistente. Un fenomeno che vede la nostra comunità, ma soprattutto la città di Monte Sant’Angelo deserta e priva di quei pellegrini che, specie nel mese di maggio, hanno da sempre caratterizzato la vita di una comunità, riversandosi numerosi sulla Montagna Sacra per onorare l’Arcangelo Michele. Una città deserta, con le sue strade un tempo pieno di pellegrini e gente devota, in cerca di un perché dell’esistenza; strade desolate, piazze prive di bancarelle e di giochi, un fenomeno mai visto, che ci riporta con la mente agli anni passati, allorquando la città era invasa da numerose compagnie di pellegrini che specie nei giorni di maggio, e precisamente l’8 Maggio, giorno della dedicazione della Sacra Grotta a San Michele, si riversavano festose lungo le strade della nostra città. Un fenomeno quello delle compagnie che ci richiama alle origini stesse del pellegrinaggio micaelico e che ha determinato la diffusione del culto in tutto il mondo. Un fenomeno  che, oggi, purtroppo, a causa della pandemia, viene a mancare, quasi come una città che ha perso la sua anima e la sua dimensione spirituale, un corpo senza anima e senza storia, priva della sua linfa vitale che è la presenza del sacro. Eppure in noi tutti è vivo il ricordo delle compagnie che in altri anni si riversavano sulla Montagna Sacra. Un fenomeno che affonda le sue radici alle origini stesse del culto micaelico e della città dell’Angelo, in cui, specie nel Medioevo, “il pellegrinaggio si poneva come simbolo viatorio della concezione della vita, come itinerario dell’uomo verso Dio”. Un  simbolismo, quello del pellegrinaggio, che diventava una concreta realizzazione, penetrando nella stessa vita quotidiana, senza separazione, nè lacerazione tra l’esperienza della realtà e l’intervento in essa del divino. Così, nella mentalità del mondo medievale, la via stessa era indissolubilmente associata alla concezione del “pellegrinaggio” quella della sua efficacia “salvifico-miracolistica”, cioè il sentimento del “meraviglioso” e quello del “quotidiano”.

Con l’età moderna, specie tra il Seicento e il Settecento, il pellegrinaggio acquistò nuove dimensioni storiche. Se nel mondo medievale il pellegrinaggio era ancora orientato ad una sorta di acquisizione del territorio alla sacralità, per cui esso era fortemente proiettato verso l’esteriorità, con l’ansia di attingere mete concrete nel mondo, in età moderna prevalse, per contro, il pellegrinaggio come fuga momentanea dal mondo, attraverso il compimento di un viaggio che si traduceva in itinerario nella propria “interiorità”. Inoltre, in età moderna, il pellegrinaggio si caratterizzò maggiormente entro ambiti“regionali”, privilegiando, non solo i  grandi itinerari storici di Santiago di Compostela, di Roma e di Gerusalemme, ma anche quella sacralità minore verso i centri urbani periferici. Nasceva così un pellegrinaggio più diffuso e capillare, con un maggior “particolarismo”, in contrapposizione all’“universalismo” medievale.

Questo fenomeno si manifestava attraverso una maggiore partecipazione “corale” dei pellegrini diretti ai luoghi sacri. Nascevano, così, le prime “compagnie” di pellegrini, organizzate secondo modelli strettamente più efficienti e meno “spontanei”. Inoltre, il pellegrinaggio si apriva a nuove terre che non erano più circoscritte all’Europa, ma interessava anche i territori “extraeuropei”, attraverso un nuovo impulso missionario e nuove esigenze di “socializzazione” in senso cristiano. Ne erano fede, specie nel Settecento, le successive diffusioni di attività apostoliche da parte di evangelizzatori, missionari, predicatori, santi, ecc. Il pellegrinaggio assumeva, così, una dimensione nuova che era quella di riscoprire le radici dell’evangelizzazione e quindi della “riconquista” a Cristo di nuove terre.

Se nel Medioevo nel pellegrinaggio prevaleva, per la sua valenza “spirituale”, il momento dell’arrivo, ora nell’età moderna in esso trovava più acuta valenza “spirituale” il momento del “viaggio”: si trattava, però, di un viaggio ridotto, molto spesso, ad un solo giorno, ma tradotto in un intensissimo succedersi di “stazioni” rituali, sorrette da apposite macchine teatrali, esaltate da riti processionali, che eccitavano la “trasfigurazione” del viaggio stesso. Nasceva così la cultura rituale delle “compagnie”, con tutta quella  ritualità simbolica che caratterizzerà la spiritualità del Settecento e che si sviluppò con accenti marcatamente “laici” nell’Ottocento e nel Novecento. Specie nell’Ottocento si ebbe un’identificazione fra pellegrinaggio e viaggio. Ciò si verificò principalmente verso quelle località che offrivano, insieme ad una tradizione religiosa, anche una storia culturale, fatta di momenti creativi dello spirito umano. L’arte, con le sue mirabili realizzazioni monumentali: chiese, monasteri, palazzi, ecc., costituiva uno degli elementi di propaganda e di promozione del luogo da visitare. Nasceva così, come giustamente ha affermato F. Cardini, la prima forma di “turismo religioso”, che ebbe ripercussioni, non solo nella cultura dell’Ottocento, ma nella stessa religiosità popolare contemporanea.

Il pellegrinaggio assumeva una trasvalutazione artificiosa, in cui il sacro diventava, anche, un momento “teatrante”, un “convegno artificiale”, uno “spettacolo mistico”, di esaltazione contemplativa, in chiave “barocca”. Oggi assistiamo, infatti, ai tanti pellegrinaggi “organizzati”, in gruppi o in compagnie, guidate da un capo che  rappresenta l’unità, il laeder carismatico, a cui affidare l’organizzazione stessa del viaggio.

Il Gargano, con il santuario di S. Michele Arcangelo, è stato al centro della spiritualità medievale cristiana, una delle tappe obbligate del pellegrinaggio mondiale. Lungo le sue vie si sono riversate migliaia di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Asse portante di due mondi, quello occidentale e quello orientale, il santuario garganico ha rappresentato, nel processo di cristianizzazione, un punto focale, un traguardo ambito di   predominio e di civilizzazione. Se un tempo l’importanza del culto si rilevava dalla grandezza più o meno dei suoi “pellegrini”, oggi essa si misura sulla portata del fenomeno, che acquista rilevanza nella presenza massiccia dei fedeli diretti al santuario. Questo fenomeno di partecipazione si esprime, oggi, come ieri, tramite le “compagnie”, che numerose si riversano lungo le pendici del Gargano. Affermava il Tancredi nella seconda metà del nostro secolo: “Nel mese di maggio la città sacra dell’Arcangelo assume un nuovo caratteristico aspetto per la venuta di migliaia di pellegrini che giungono in gruppi pittoreschi, in drappelli numerosi, in compagnie interminabili da tutte le regioni meridionali. Chi vuol avere la sensazione della vera fede, venga quassù ed osservi le strade carrozzabili, gli impervi sentieri, le coste dei monti dove giovani e vecchi, uomini e donne con grossi involti sul capo, con le scarpe e le uose in mano, sgranando il rosario, salgono in lunghe file serpeggianti, oppure dispersi per le diverse scorciatoie come branchi di pecore pascenti, cantando interminabili litanie”. Ma, al di là dell’aspetto pittoresco dei pellegrini, il vero significato del pellegrinaggio micaelico rimane quello di un vasto fenomeno di religiosità popolare, là dove la devozione per l’Arcangelo Michele, nel nostro caso, trova le sue radici in una perfetta unione fra fede e devozione, fra il sacro e il penitente, fra l’uomo e il divino. Una storia fatta, sì da uomini illustri, ma anche da tanti pellegrini anonimi, che hanno lasciato le loro testimonianze attraverso quei graffiti e quelle iscrizioni che a migliaia sono sparse su tutte le fabbriche del santuario, segni tangibili di una grande fede e di un grande attaccamento all’Arcangelo Michele: segni anche di un passato che nella fede cristiana poneva le sue stesse motivazioni di vita quotidiana, fondata su un rapporto di fede col sacro e col divino.

Oggi questa tradizione si rinnova attraverso il “cammino” delle varie compagnie che periodicamente, da maggio a settembre, si dirigono verso il sacro monte, per venerare l’Arcangelo Michele: compagnie di fede e di devozione, provenienti dalle varie regioni d’Italia, tutte con la loro particolare ritualità. Provengono dalla Ciociaria, dalle zone interne degli Abruzzi e del Molise, dalle provincie di Avellino e Benevento, dalla Lucania, dalle provincie di Bari e da tutta la Capitanata. Fra le più famose compagnie di pellegrini citiamo quelle di Boiano (Ch), Atina (Fr), Genzano (Pz), Motta Montecorvino (Fg), Bitonto (Ba), Terlizzi (Ba), San Marco in Lamis (Fg). Tutte adottano un loro rituale, legato alla loro terra di origine, ma anche alla loro storia e alla loro cultura religiosa (Bronzini-Azzarone-De Vita 1985). Purtroppo il fenomeno della religiosità popolare, con tutta la sua ritualità magico-sociale, non è stato ancora analizzato a fondo, nel suo significato e nella sua simbologia. Ancora, cioè, siamo rimasti a considerare il pellegrinaggio come espressione di eventi religiosi e storici, senza alcun rapporto con la ritualità gestuale del pellegrino. Ritualità che deve essere vista non solo, in rapporti al sacro e al religioso, ma alla stessa cultura agricolo-pastorale del Meridione.

Ogni compagnia ha una sua specifica ritualità, per esempio, quella di Boiano spesso è caratterizzata dalla presenza del miracolato che, a piedi nudi, con la croce in  mano, ascende insieme alla sua “compagnia” il sacro monte. Ai lati, generalmente, vi sono due devoti che portano dei lampioncini, simboli di luce e di speranza. Due ragazzi, con campanacci, annunziano il passaggio della compagnia. Essi ritmano, alternativamente, il tempo del canto che si snoda lungo la strada diretta al santuario, canto che si caratterizza attraverso l’assolo di un pellegrino e il coro della compagnia. La compagnia di Boiano, come quella di Potenza, ha il privilegio di essere ricevuta al suono di tutte le campane di S. Michele. Sia i boianesi che i torittesi più osservanti seguono ancora il rito delle pietre. I devoti compiono generalmente a piedi la salita della montagna e ad ogni curva raccolgono una pietra che si caricano sulle spalle. C’è poi il rito del lavaggio. La compagnia di Boiano, infatti, prima di arrivare a Monte, si ferma presso una fonte, a circa venti chilometri di distanza, e qui avviene il lavaggio dei peccati: una vera e propria cerimonia penitenziale che impone ai novizi la corona di spine in testa e l’ingresso nel tempio a piedi scalzi. Fino a qualche decennio addietro, molte compagnie, in prossimità del Monte Gargano, avevano l’usanza di mettere all’asta i propri stendardi e i propri simboli. Come rituale, l’asta è ancora bandita dalla sola compagnia di Bitonto.

C’è poi la compagnia di Potenza, detta anche della ferrizz, perché intorno alla ferulizza - una cassetta a forma di prisma quadrangolare, formata di ferule - si mettono centinaia di candele da varie dimensioni tenute ferme da nastri colorati. Sulla parte anteriore campeggia la figura dell’Arcangelo. Essa è una delle più antiche compagnie, che da tempi remoti, per le ricche offerte all’Arcangelo, ha il privilegio di essere accolta al suono festoso delle campane di S. Michele. La ferrizz sta a rappresentare la ritualità del dono. Vi è poi il gruppo di Atina, la più famosa delle compagnie, che una volta arrivava sul Gargano al suono della zampogna  e della ciaramella. Questa compagnia arriva generalmente il pomeriggio, prima che la Basilica chiuda, ed intona un canto all’Arcangelo Michele, in segno di devozione. Rimane la sera e la mattina partecipa alla S. Messa e poi riparte. Il gruppo si presenta nei tradizionali costumi locali, con mantelli e cappotti invernali, in quanto generalmente il pellegrinaggio si svolge d’inverno. Caratteristica è anche la compagnia di S. Marco in Lamis, il cui pellegrinaggio al santuario di S. Michele avviene ogni anno fra il 25 e il 27 maggio. Esso si snoda tutto a piedi da San Marco a Monte. La partenza avviene all’alba e dopo aver sentito la messa, la compagnia riceve la benedizione con l’olio santo presso il convento

di S. Matteo e poi si avvia verso il santuario di S. Michele. La prima sosta avviene a San Giovanni Rotondo, nel cui Duomo si assiste alla S. Messa. Una sosta avviene nel cimitero del paese per una preghiera ai defunti, poi pranzo a Campolato, una sosta nella valle di Carbonara e di qui inizia la salita del monte. Alcuni a piedi nudi, altri caricandosi delle pietre sulle spalle. Quest’ultimo è l’antico rito del perdono o della penitenza. La pietra sostituisce simbolicamente le grandi pietre che i penitenti solevano porsi sulle spalle per espiazione durante la salita a Monte Sant’Angelo. Una volta giunti alla sommità, ciascuno getta dietro di sè la pietra e con essa i propri peccati e prosegue purificato alla volta della grotta dell’Arcangelo. All’arrivo, le campane della Basilica suonano a distesa  per annunziare il sopraggiungere della compagnia. La discesa alla grotta si svolge cantando inni popolari in onore di S. Michele. Dopo la visita all’Arcangelo, ciascuno cerca una sistemazione per la notte. Il secondo giorno è tutto dedicato alla pratiche devozionali. Si scende nella grotta per la confessione e la comunione e si recitano preghiere; il pomeriggio ancora preghiere e la recita della Corona Angelica. Il terzo giorno, infine, si prende la strada del ritorno.

Il pellegrinaggio della compagnia di San Marco è l’immagine stessa del viaggio, con tutti i valori simbolici di cui esso si carica, visto come momento di rischio, espressione di trauma fisico e psicologico del distacco dalle cose e dalle persone conosciute e familiari. Afferma a tale proposito G. B. Bronzini: “La divisione in tappe, la fatica del viaggio, la scelta dei sentieri più angusti, il cammino penitenziale e la sosta, in cui continua il tempo devozionale, e perciò si canta, si mangia e si danza (che sono azioni sacre in sè, per cui non importa che i contenuti dei canti siano talvolta profani e degenerati), tutto ciò fa del pellegrinaggio un viaggio sofferto, compiuto come ripetizione di modelli mitici e però vissuto in tutta la sua reale dimensione terrena”.   

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