Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale

a cura del prof. Giuseppe Piemontese - Società di Storia Patria per la Puglia.

Fino  ad alcuni decenni il patrimonio culturale, nell’ambito dell’economia di un paese, aveva una scarsa valenza, in quanto privo di ogni considerazione socio-economica. Ciò era anche il frutto di una scarsa “coscienza” verso il nostro patrimonio culturale, visto quasi sempre  come patrimonio rivolto al passato, senza alcun legame con il presente. Da ciò scaturiva una poca considerazione del patrimonio cultura a fini economici e anche a fini sociali. Solo più recentemente, con l’elaborazione del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (2004), i Beni culturali, fra cui quelli archeologici, artistici e storici, i beni ambientali e  paesaggistici, costituiscono “espressioni di identità culturale collettiva (Art. 7 Bis), per cui vanno conservati (Art. 30 e seg), tutelati e valorizzati (Art. 111), nell’ambito delle politiche culturali da parte del Ministero, delle Regioni e degli Enti pubblici territoriali”. Uno degli studi che ha posto al centro della sua ricerca il patrimonio culturale, con riferimento allo sviluppo locale, è il volume intitolato:  Le radici del futuro. Il patrimonio culturale al servizio dello sviluppo locale di Hugues de Varine, pubblicato nel 2005 dalla Cooperativa  Libraria Universitaria Editrice (CLUEB) di Bologna. Hugues de Varine, è uno dei massimi esperti sulla Museologia internazionale, con ricerche all’attivo di diverse esperienze in campo culturale. De Varine, infatti,  è l’uomo che ha inventato gli Ecomusei ed ha legato il suo nome al rapporto fra patrimonio culturale e sviluppo locale. Certamente noi siamo stati abituati a considerare il patrimonio culturale di una città, di un territorio in funzione del suo valore storico ed estetico, mentre, afferma l’Autore, non si tiene presente l’incidenza economica che esso può avere nell’ambito dello sviluppo locale. Per questo l’attenzione dell’Autore è rivolta, non tanto al valore in sè del Bene culturale, quanto all’incidenza che esso può avere sullo sviluppo locale delle popolazioni, che in definitiva rimangono le sole beneficiarie e le sole destinatarie. Afferma H. de Varine: “Uno sviluppo urbano che ignori il patrimonio culturale materiale o immateriale degli abitanti ha poco futuro, come dimostra la deriva delle città e delle loro periferie da quarant’anni a questa parte. Lo sviluppo rurale progettato da cittadini è solo una finzione perché al suo interno il patrimonio è progettato solo in termini di riferimenti “colti” o ecologici. I veri attori sono i creatori del patrimonio culturale ben prima di essere utenti o fruitori di un patrimonio più o meno sacralizzato” (de Varine, 2005, p. 6). Da questo scaturisce che  “la gestione del patrimonio culturale deve essere fatta il più vicino possibile ai suoi creatori e detentori per non separarlo dalla vita. Il ruolo delle istituzioni specializzate è allora quello di sensibilizzare, facilitare, educare, mettere in contatto, pubblicizzare, gestire esternamente in funzione dell’interesse generale” (de Varine, 2005, p. 7). Da queste considerazioni l’Autore trae due definizioni riguardo lo sviluppo locale e il patrimonio culturale. “Lo sviluppo locale è un processo volontario di governo del cambiamento culturale, sociale ed economico, radicato in un patrimonio culturale vissuto, suscettibile di nutrirsene e di produrre a sua volta patrimonio culturale. Il patrimonio (naturale e culturale, vivo o sacralizzato) è una risorsa locale che trova ragion d’essere solo nell’integrazione all’interno delle dinamiche di sviluppo. È ereditato, trasformato, prodotto e trasmesso di generazione in generazione e, in quanto tale, appartiene al futuro” (de Varine, 2005, p. 8). Da tutto ciò ci si rende conto quanto una popolazione  si debba riconoscere nel suo patrimonio culturale, che rappresenta non solo un valore storico-culturale, quanto una risorsa economica immediata per la stessa popolazione. Patrimonio culturale che, essendo non rinnovabile, è una risorsa inalienabile di interesse generale, cioè una risorsa per lo sviluppo del territorio. In questo senso il patrimonio culturale è innanzitutto un’eredità comunitaria. Afferma H. de Varine: “Questo capitale è ereditato e ciò significa che gli eredi devono gestirlo: non basta conservarlo nel senso fisico del termine. Occorre farlo vivere e produrre, trasformarlo affinché resti utile. Ciò implica una profonda presa di coscienza, di generazione in generazione, non soltanto del contenuto del patrimonio culturale, ma anche delle esigenze della sua gestione. Molti vandalismi che giustamente denunciamo sono dovuti in gran parte alla nostra incapacità di comunicare il patrimonio culturale, di trasmettere non il semplice rispetto, ma la coscienza delle molteplici possibilità che esso apre e della doppia responsabilità che ciascuno di noi deve assumere nei confronti del patrimonio culturale privato e di quello della comunità a livello locale, nazionale, internazionale” (de Varine, 2005, p. 23). Per questo possiamo dire che il patrimonio culturale è un capitale reale, sostenibile, radicato nel territorio e nella comunità, che si rinnova e si ingrandisce, cioè un fattore di coscienza collettiva. Cioè il patrimonio culturale è il  DNA del territorio  e della comunità. Affinché questo patrimonio culturale venga preservato e valorizzato c’è bisogno che venga censito e catalogato in maniera tale che la gente possa venire a conoscenza di esso, in un processo di condivisione e nello stesso tempo se ne appropri al fine di diventare esso stesso  un elemento educativo all’interno di una “comunità di vita, di cultura, di interessi”.  Ormai quasi tutte le disposizioni riguardanti il patrimonio culturale fanno riferimento al concetto di responsabilità collettiva, non solo nel tutelare il bene quanto nel riconoscere il diritto e la responsabilità di gestire collettivamente il proprio patrimonio culturale, in cooperazione con l’amministrazione locale nel rispetto della legge. “Ciò significa, afferma H. de Varine, che la comunità ha un diritto morale di censimento e di uso del patrimonio dei propri membri, ma un diritto soltanto  virtuale che può trovare applicazione pratica solo nel quadro di un processo solidale cui partecipano volontariamente i proprietari stessi (de Varine, 2005, p. 53).  In materia di sviluppo locale, l’azione economica consiste nello sfruttare prima di tutto le risorse locali, la mano d’opera  locale, e precisamente i beni agricoli, forestali o minerari, le sorgenti e i corsi d’acqua, in generale il patrimonio culturale in tutte le sue forme. E tutto questo presuppone un buon censimento delle potenzialità del territorio e nello stesso tempo una efficace volontà politica. Inoltre tale assunto presuppone una permanente “educazione al patrimonio culturale”, che deve essere orientata chiaramente allo sviluppo locale, con l’intento di dare alla comunità la possibilità di conoscere, gestire e usare il patrimonio culturale comune, in funzione dei suoi bisogni. In questo compito essenziale è anche il ruolo della scuola: cioè essa deve insegnare a osservare, a interpretare i segni che caratterizzano il patrimonio culturale, a porre in una prospettiva storica ogni componente del paesaggio e del patrimonio edilizio, a collegare cultura orale e cultura scritta, a valorizzare i saperi antichi con i saperi moderni. In tutto ciò è basilare la formazione permanente non  solo degli insegnanti, ma soprattutto dei cittadini, per quanto riguarda il patrimonio culturale locale. Tutto questo dovrà avvenire attraverso: Progetti speciali, avendo come base la funzione e la conoscenza del patrimonio culturale; la creazione di un atlante del contesto ambientale della città; laboratori decentrati aperti per tutti; inchieste partecipate; mostre permanenti o itineranti; creazione di centri d interpreazione di un territorio o di un tema legato ad esso; creazione di musei o ecomuseo; pubblicazioni di documenti; concorsi a premio, ecc. In questo senso il patrimonio culturale viene visto come il risultato, materiale  e immateriale (cultura popolare, canti, balli, religiosità popolare,), dell’attività creativa continua e congiunta dell’uomo,  della natura, tale da legare concretamente il passato al presente e al futuro. In altri termini il patrimonio culturale viene ad essere un processo di sviluppo, un capitale da far fruttare. Afferma H. de Varine: “Il patrimonio culturale è innanzitutto locale, prima di essere nazionale o mondiale. Il suo uso principale è riservato a chi lo detiene, ai proprietari in senso giuridico, all’amministrazione pubblica in senso politico e alla comunità in senso morale e culturale. La gestione dovrà quindi essere il frutto della cooperazione di tutti gli attori presenti nel territorio, anche se ciò comporta a volte conflitti e rotture” (de Varine, 2005, p. 203). Quindi, il patrimonio culturale, come risorsa, deve servire a tutti, in special modo alla comunità locale, in maniera tale che incida sullo sviluppo socio-economico della comunità stessa. Tale concetto purtroppo in questi ultimi decenni,  con la globalizzazione e le conseguenze che arrecano al patrimonio culturale, è venuto meno, in quanto il fenomeno della globalizzazione ha annullato qualsiasi riferimento allo sviluppo locale, annullando  le identità locali in nome dell’omologazione globale. Fenomeno che per la verità è iniziato molto tempo fa, con le grandi conquiste e le invasioni, gli imperi mondiali, la colonizzazione dei popoli, anche se oggi tale processo omologante si fa sentire maggiormente. Purtroppo  bisogna ammettere che spesso il patrimonio culturale (per esempio i monumenti, le statue, i simboli del potere), è stato usato a scopo politico, basti pensare alla regia di Versailles, alle piramidi d’Egitto,  ai tanti musei nazionali dei paesi dell’Est. Per questo, quando si vuole distruggere una religione, dominare su un paese, soggiogare un popolo, si comincia a distruggere il patrimonio culturale. Tipico esempio la distruzione dei Buddha giganti di Bamiyan da parte dei talebani. Da tutto ciò ci si rende conto quanto una popolazione  si debba riconoscere nel suo patrimonio culturale, che rappresenta non solo un valore storico-culturale, quanto una risorsa economica immediata per la stessa popolazione. Patrimonio culturale che, essendo non rinnovabile, è una risorsa inalienabile di interesse generale, cioè una risorsa per lo sviluppo del territorio. In questo senso il patrimonio culturale è innanzitutto un’eredità comunitaria, cioè un capitale reale, sostenibile, radicato nel territorio e nella comunità, che si rinnova e si ingrandisce, cioè un fattore di coscienza collettiva In questo senso noi tutti dobbiamo tramandare la memoria storica del nostro Gargano, ognuno secondo le proprie competenze e attitudini, attraverso la riscoperta delle nostre identità storico-culturali, legate alle  nostre città, ricche di Cultura, Natura e Tradizioni. Elementi essenziali per il nostro sviluppo, inteso come binomio fra passato e presente, al fine di progettare il nostro futuro. 

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