Il santuario di San Michele e i Longobardi (secc. VII-IX)

a cura del prof. Giuseppe Piemontese - Società di Storia Patria per la Puglia.

In ricorrenza del decimo anniversario del riconoscimento del Santuario di San Michele sul Gargano, quale Sito UNESCO (25 Giugno 2011), vogliamo ricordare il rapporto che intercorse fra il nostro Santuario e i Longobardi, per capirne la portata storica, oltre che religiosa dell’evento. Con la presenza longobarda sulla scena politica italiana il culto micaelico subì una radicale trasformazione. Esso, da una portata prettamente locale, passò a coinvolgere, già alla fine del VII secolo, tutta la cristianità europea, con forte conseguenza sulle successive vicende del culto e sulla geografia ecclesiastica del tempo, specie per quanto riguarda la religiosità popolare dell’Italia altomedievale. Infatti “a partire dalla metà circa del VII secolo, il santuario garganico divenne il più famoso luogo di culto micaelico dell’Occidente latino. Esso fu meta di numerosi pellegrinaggi di personaggi illustri e di gente di ogni condizione ed estrazione sociale, proveniente anche da terre molto lontane: un fenomeno interessantissimo di fede e religiosità popolare che si è perpetuato sino ai nostri giorni” (Otranto 1990, p. 37).

La notorietà del santuario e l’enorme sviluppo del culto micaelico del Gargano si devono alla comparsa dei Longobardi, che attraverso la fondazione del ducato di Benevento, si espansero verso il sud, allo scopo di avere sbocchi non solo nel Tirreno, ma anche nell’Adriatico. In questo progetto di espansionismo territoriale, i Longobardi si scontrarono con i Bizantini, che avevano il loro protettorato sulla Puglia settentrionale, specie a Siponto e sul santuario garganico.

Il primo contatto fra i Longobardi e il santuario garganico, secondo le fonti a nostra disposizione, avvenne intorno al 650, nel segno della lotta antibizantina condotta dal “bellicosissimo” Grimoaldo. Già precedentemente, però, i duchi beneventani, Aione e Radoaldo, nel 642, erano giunti in territorio sipontino per infliggere una dura sconfitta agli Slavi, che, secondo Paolo Diacono, erano sbarcati sulle coste adriatiche (Historia Langobardorum, in MGH,  Scriptores, cit., p. 135).

Con Grimoaldo I, duca di Benevento (647-671), il progetto di impadronirsi del santuario garganico, a danno dei Bizantini, divenne realtà, allorquando i Greci, desiderosi di riaffermare il loro dominio sul Gargano,  dopo la sconfitta degli Slavi ad opera dei duchi longobardi, tentarono di saccheggiare “oraculum sancti archangeli in monte Gargano situm”, ma questi vennero prontamente respinti da

Grimoaldo, che ne assunse la protezione. Questo episodio  (la vittoria dei Beneventani-Sipontini sui Napoletani-Greci) sarebbe stato successivamente oggetto di amplificazione politico-religiosa nel testo dell’Apparitio, che fu leggermente ritoccato in ambiente longobardo. E infatti dopo la vittoria di Grimoaldo entrerà nella tradizione micaelica la data dell’8 maggio, come dies festus della vittoria, in concomitanza con il 29 settembre, giorno della dedicazione della Basilica.

Con Grimoaldo ebbe inizio così quel rapporto duraturo e pieno di conseguenze tra il santuario garganico e la monarchia longobarda, che determinerà la diffusione del culto micaelico nell’Italia settentrionale, attraverso la fondazione di numerose chiese dedicate a S. Michele, fra cui la costruzione della chiesa palatina di S. Michele a Pavia e diverse altre chiese a Milano. Inoltre, sul piano politico-religioso, l’assunzione del culto micaelico divenne per i Longobardi un mezzo per diffondere e propagandare il cristianesimo fra la gente longobarda, ancora restia alla conversione. In un certo qual senso, afferma G. Otranto, il culto di S. Michele divenne un instrumentum regni per l’unità di tutti i sudditi longobardi. Altrettanta devozione ebbero i successori di Grimoaldo, dai duchi beneventani Romualdo I (662-687) e Romualdo II (706-73), ai re di Pavia, Perterito e Cuniperto. Romualdo I e sua moglie Teodorata si fecero promotori di un vasto programma di diffusione del culto micaelico nell’Italia meridionale

Teodorata venne chiamata la Teodolinda del Sud e contribuì in maniera determinante alla conversione del marito Romualdo che ancora praticava alcuni riti pagani, fra cui quello dell’adorazione del serpente. Sarà proprio sotto il loro regno, infatti,  che nel 663 il vescovo beneventano Barbato chiese ed ottenne di poter estendere la propria giurisdizione sul santuario micaelico e su tutti i possedimenti della diocesi di Siponto (Vita  Barbati episcopi Beneventani, in MGH,  Scriptores, cit.,  pp. 560-561). Inoltre con Romualdo I si ebbe una completa ristrutturazione del santuario che comportò l'abbattimento di alcune pareti rocciose di ostacolo alla circolazione, la sistemazione di due lunghe scale (una "diritta" e una "tortuosa") per il flusso e deflusso dei pellegrini e la creazione di posti di accoglienza e ricovero, tra i quali una lunga galleria,che doveva forse fungere da hospitium nella quale si accedeva, da ovest, da un ingresso riconosciuto, appunto, come longobardo per via delle tante iscrizioni graffite sui conci della facciata. Di tali modifiche strutturali, che conferivano al complesso un aspetto del tutto nuovo, rimane testimonianza in alcune epigrafi ancora oggi leggibili sulle strutture del santuario.

Il re Cuniperto (688-700), successore di Grimoaldo, fu il più devoto dell’Arcangelo e il più attivo nel diffondere il culto. Egli fece rappresentare il Santo guerriero sugli scudi, evidentemente per assicurare ai suoi successi. Inoltre fece coniare sulle monete l’effigie del Santo con gli attributi guerrieri della lancia e dello scudo. Tutto ciò, evidentemente, serviva a “trasformare una devozione tipicamente orientale e con caratteristiche puramente devozionali e taumaturgiche, quale era in origine quella micaelica, in un culto esasperatamente nazionalistico e guerriero, quale essa divenne a contatto con la cultura longobarda” (Petrucci 1971, p. 345).

I risultati degli scavi archeologici avvenuti nella basilica altomedievale hanno confermato sostanzialmente quanto fino a non molti anni addietro si poteva immaginare solo attraverso le fonti letterarie. Oggi invece si ha un vero e proprio corpus di iscrizioni altomedievali, unico in Europa, riguardante la storia di un unico complesso monumentale, quale fu quella inerente il culto micaelico in età longobarda. Le iscrizioni sono una preziosa documentazione  relativa alla gran massa di semplici pellegrini che singolarmente o in gruppo, si recavano in visita alla sacra grotta. Si tratta complessivamente di più di 200 iscrizioni tracciate a sgraffio o incise sulle strutture murarie interne ed esterne del santuario micaelico. Esse riportano nomi di sicura origine longobarda,  come Afridus, Ansipertus,  Arechis, Auderada, Cunualdus, Ildirisi, Rumildi, ecc.; e nomi di origine germanica, in caratteri runici, come Hereberecht, Wighus, Herraed, ecc. Di essi spesso è possibile conoscere anche la provenienza e lo stato sociale, come nel caso di un certo Arricus che si aggiunge al proprio nome de Marsica (Abruzzo), o di un Leo che si qualifica de Bergamo ed infine di un  Eadrhid, vir honestus. “Nessuna delle iscrizioni, afferma C. Carletti, come chiaramente indicano il formulaio l’onomastica, la paleografia, può considerarsi anteriore al VII sec.: in definitiva l’intera documentazione epigrafica, che peraltro si presenta come un insieme sostanzialmente omogeneo, si inquadra in piena età longobarda. Questi i limiti cronologici: da una parte l’età di Grimoaldo I (647-671) e di suo figlio Romualdo I (662-687), i quali come si vedrà sono esplicitamente ricordati in alcune delle iscrizioni, dall’altra l’869, anno in cui i Saraceni, stanziati a Bari, sotto la guida dell’emiro Sawdan ad ecclesiam sancti Michaelis in monte Gargano perrexerunt, et clericos eiusdem ecclesiae multosque alios qui ad orationem convenerant depredantes, cum multa spolia ad sua redierunt” (Carletti 1980, p. 11).

Tra le iscrizioni di apparato segnaliamo alcune di rilevante importanza per la storia del nostro santuario. Una si trova all’inizio della scala tortuosa, su un pulvino del pilastro, un punto di passaggio obbligato per i pellegrini che si accingevano a visitare il sacro speco. Vi si legge:

+ de donis dei et sancti archan

+ geli fiere iusse et donavit

+ Romouald dux agere pietate

+ Gaidemari fecit

(Spinto dalla devozione, per ringraziamento a Dio e al santo Arcangelo, il duca Romualdo volle che si realizzasse e ne fornì i mezzi. Gaidemari fece).

In questa iscrizione, da riferirsi certamente a Romualdo I, duca di Benevento fino al 687, viene messo in risalto la devozione della stirpe beneventana per l’Arcangelo Michele che si distinse anche per la realizzazione di opere all’interno del santuario.

Un’altra iscrizione richiama la figura di Romualdo I e della di lui moglie Gumperga in visita al santuario garganico:

+ Gabriel angelus qui bos protegad

+ Rumuualdu dux

+ Gumperga

+ deus  iudicium tuum regi da et iustitia tua

+ filiu regi

(L’Angelo Gabriele vi protegga, duca Romualdo, Gumperga. Dio dà al re il tuo giudizio e al figlio del re la tua giustizia).

Romualdo II fu duca di Benevento dal 706 al 731 e, succedendo al padre Gisulfo, sposò in prime nozze Gumperga, figlia di Aurora, sorella del re Liutprando. Le ultime due righe riportano testualmente i primi due versetti del Salmo 71, che si configura come una preghiera a Dio affinché conceda a Romualdo II la capacità di ben governare e al figlio, il futuro duca Gisulfo II (742-751), nato dal matrimonio con Gumperga, il senso della giustizia.

Di dubbia interpretazione è l’altra iscrizione che si trova sulle strutture murarie del santuario:

+ hic patri eius regni cumsortior

+ erector sic terrena sumtsit

+ celestia numquam relinquit

Secondo il Carletti l’iscrizione si riferirebbe al fervore di opere che si manifestò sotto il regno di Grimoaldo I (647-671), il quale, essendo re di Pavia, associò nel suo regno (cumsors) il figlio Romualdo I (663-687), duca di Benevento. Mentre, secondo G. Otranto, l’iscrizione sarebbe da riferirsi a Pertarito e al figlio Cuniperto.  Pertarito divenne re dei Longobardi nel 671 e dopo sette anni, secondo il racconto di Paolo Diacono, si associò al regno come co-reggente, il figlio Cuniperto, col quale condivise la responsabilità della reggenza per ben 10 anni. Secondo una tradizione locale, Cuniperto, dopo aver sconfitto, con la protezione dell’Arcangelo, il duca Alahis, nel 691 si sarebbe recato in pellegrinaggio al santuario garganico.

Lungo le pareti delle cripte, oltre alle iscrizioni, troviamo sovrapposto un intero ciclo di affreschi, di cui sono attualmente visibili solo rari frammenti, fra cui il Custos Eclesiae.

Questo fervore di opere religiose, nei confronti del santuario micaelico da parte dei Longobardi, sta a testimoniare che alla fine del IX secolo il santuario garganico aveva raggiunto una dimensione europea, verso il quale, come si evince dal ritrovamento di iscrizioni runiche, si dirigevano pellegrini provenienti non solo dal territorio italico, ma anche dall’area franca e dalle isole anglosassoni. Inoltre l’insediamento cultuale micaelico, d’altra parte, veniva a trovarsi nella grande direttrice del pellegrinaggio altomedievale europeo, che aveva come principali poli di attrazione  Roma e Gerusalemme, i due grandi centri della religiosità occidentale ed orientale. Un pellegrinaggio micaelico che avrà come percorso principale la cosiddetta Via Sacra Langobardorum, che univa in maniera sincretica l’Occidente all’Oriente, attraverso la Via Francigena, la Via Romea e la Strada di Gerusalemme. La Via Sacra Langobardorum o Via Micaelica, oggi denominata anche Via Francigena del Sud, faceva da cerniere o da trade union fra i grandi itinerari fede, secondo il trittico HOMO, ANGELUS, DEUS. In altre parole, afferma G. Otranto: “L'epoca longobarda si   può considerare un'epoca di rifondazione e di rilancio del santuario garganico dell'Angelo, il quale, con le sue strutture monumentali, con le diverse soluzioni architettoniche adottale nel corso dei secoli soprattutto da Longobardi, Normanni e Angioini, con le sue epigrafi, i segni e i simboli, nei quali si sono fissati immaginario popolare e tradizione letteraria colta, rappresenta uno di quei pochi loca sanctorum altomedievali ancora in grado di attestare una non usuale continuità storico-cultuale e una intensa frequentazione sino ai giorni nostri”.

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