Monte Sant'Angelo. Lo sviluppo locale come sviluppo sostenibile. Abitare la città

a cura del prof. Giuseppe Piemontese - Società di Storia Patria per la Puglia.

In questi giorni, a Monte Sant’Angelo, si sta svolgendo il Seminario di Studi sul tema  Lo sviluppo locale come sviluppo sostenibile, organizzato dalla Scuola di Alta Formazione Politica, fondata dal prof. Domenico di Iasio. Relatore dell’ultimo incontro è  stato il Prof. Antonio Lopes, dell’Università degli Studi L’Orientale di Napoli, che ha parlato dello sviluppo sostenibile nell’ambito delle politiche europee, con una visione geopolitica, dove al centro vi sia il Mediterraneo, con gli Stati Europei e dall’altra parte i paesi dell’estremo Oriente, fra cui Cina, India e Indocina.

Si è soffermato sul ruolo che oggi ha l’Europa, con il suo Piano nazionale legato ai finanziamenti del Recovery Fund, che ha come finalità il superamento delle disuguaglianze nel mondo. Disuguaglianze non solo a livello sociale, quanto a livello territoriale, con riferimento specifico al divario fra Centro Nord Italia e il Mezzogiorno, con una evidente disparità per quanto riguarda il reddito pro-capite e il sistema produttivo in generale. In questo grande Piano europeo, che vede assegnato sula carta alle regioni del Sud il 40% dei finanziamenti,  un ruolo fondamentale non sono tanto le Regioni, quanto i Comuni, che dovrebbero essere il volano per uno sviluppo locale sostenibile, anche se c’è molta perplessità che tanti miliardi possano essere concessi al Sud e possano essere spesi in maniera razionale ed efficiente. Anche perché, nel dibattito è emersa la questione del controllo della spesa e, quindi, della realizzazione dei progetti. Tuttavia si è ribadito che in tutto questo il ruolo dei Comuni è fondamentale, in quanto ciò presuppone un diretto coinvolgimento delle comunità,  a livello non solo politico-sociale, quanto territoriale. Questo discorso, secondo noi, ci porta a considerare  che la territorialità, legata alla vita delle città e delle comunità, è essenziale per uno sviluppo locale sostenibile. Del resto è sotto gli occhi di tutti che l’essenza stessa del vivere umano e, quindi, dell’essere nel mondo è l’abitare, che presuppone un connubio organico e identitario fra l’esistenza dell’uomo e l’esistenza del mondo. Un connubio che si realizza nel rapporto fra Uomo e Natura, attraverso l’acquisizione e la consapevolezza di possedere l’anima del mondo e, quindi, dei luoghi in cui si vive. Del resto, non c’è rapporto simbiotico se il tutto non viene esplicitato attraverso l’abitare che non è altro che il realizzare se stesso attraverso l’evolversi del mondo inteso come organismo vivente. E la città, con la sua architettura, la sua storia, le sue bellezze artistiche, il suo territorio,  è il pensiero che si fa realtà nel predisporre lo spazio per rendere abitabile i “luoghi dell’anima” attraverso cui la città si realizza. Architettura, intesa come evoluzione storico-culturale della stessa città,  è progettare la propria esistenza nell’ambito temporale e spaziale. È la costruzione di una temporalità permanente e nello stesso tempo fluttuante, di pensiero e azione, di desideri e di aspirazioni, verso ciò che è in funzione di ciò che si desidera. In ultima istanza l’architettura, intesa anche come sviluppo urbano e, quindi, come sviluppo locale sostenibile,  è la città che diventa realtà progettuale, spazio dell’abitare, costruzione di un modo di essere in un determinato luogo, tale da diventare memoria, anima del luogo, “documento unico della memoria di ogni uomo  che l’abita”. In questo senso capire il tessuto architettonico di un luogo, di una città, è immergersi nel suo daimon, nel suo genius loci, nella sua anima in quanto memoria antropica, ma soprattutto ambientale, in quanto unione fra l’uomo e la sua ricerca della felicità e, quindi, del proprio benessere. In questo senso abitare la città significa cogliere di essa l’essenza stessa dell’abitare, che è anche scoperta del proprio essere nel mondo.

Oggi abbiamo una lunga letteratura che si è interessata a cogliere l’essenza e lo spirito dell’uomo in rapporto alla sua città, o quanto meno in rapporto con il proprio territorio, inteso come memoria storica, ma anche come patrimonio culturale. Città e territorio sono da considerarsi, infatti,  come un’unica realtà, in cui l’uomo interagisce con la natura e di essa diventa interprete e nello stesso tempo custode. Spazio temporale di unità antropica e di unità naturale, da cui nasce il paesaggio, sia esso urbano che rurale e “prendersi cura dell’abitare e studiare l’architettura da un punto di vista antropologico, afferma G. Sogliano, si rivela dunque un’antica quanto contemporanea necessità utile a circoscrivere i confini di una nuova alleanza con la natura e con la natura dell’uomo”. E come se ritornassimo  sempre al pensiero di Heidegger, quando questi affermava che l’abitare è sinonimo di essere nel mondo e, quindi, il costruire è l’essenza stessa dell’essere uomo. Del resto le origini delle civiltà si ricollegano all’essenza stessa delle origini della città, intesa come polis e, quindi, come cultura dell’abitare. Non esisterebbe civiltà se  non la si rapportasse all’esistenza e alla costruzione della città, intesa come civitas, luogo di cittadinanza e quindi di relazione fra cives.  Tutto ciò ha significato solo se viene messo nel tempo in rapporto simbiotico fra uomo e città, fra spazio e territorio, fra uomo e natura. Infatti, il grande merito della civiltà greca, e quindi occidentale, è stato quello di realizzare per la prima volta l’unità fra l’uomo e la natura, fra la città, espressione dell’abitare e il proprio territorio, lo stesso che poi diventa civitas e nello stesso tempo patria, luogo di elezione della propria identità culturale e artistica. Infatti, l’arte sublima l’unicità dell’uomo costruttore e creatore di oggetti e di spazi, tanto che il pensiero diventa realtà attraverso l’arte. Molti scrittori, fra cui lo stesso Massimo Cacciari, hanno visto, nella città, l’essenza stessa dell’essere uomo, quasi un “arcipelago” costituito da un mare fecondo di isole, con un potente richiamo alla città, alla polis greca. Questo rapporto fra uomo e città, fra uomo e territorio ha caratterizzato quasi tutta l’urbanistica occidentale, dalla civiltà greca, a quella medievale, dalla civiltà rinascimentale a quella dell’Ottocento, fino a quando, cioè, non è subentrata la civiltà industriale, che ha creato per la prima volta una dicotomia fra l’uomo e la città, attraverso la separazione fra la città dell’uomo e la città industriale, con le sue immense e solitarie periferie. Se prima l’abitare si fondava su un concetto di città che rappresentava  in qualsiasi momento il centro, con la città industriale il centro diventa periferia e la periferia diventa il centro. Questa estraneazione di città dal suo centro è stata ben rappresentata da Italo Calvino nella sua opera Le città invisibili (1972), dove l’Autore, attraverso le parole di Marco Polo, ci descrive diverse tipologie di città, da quella del ricordo a quella della memoria, da quella del tempo a quella del desiderio, fino a quella della morte. In Calvino, infatti, la vasta res exstensa di sobborghi, periferie, circonvallazioni, capannoni e supermercati è un alveare d’inquieta stanzialità, in cui i processi di interiorizzazione del vissuto confliggono anche drammaticamente con il mutamento della temporalizzazione dell’esistenza.  Ma, se la città è ovunque, ormai non abitiamo più città ma occupiamo territori, più o meno metropolitani e globalizzati, la cui frammentazione è speculare alla crisi della natura e inesorabilmente vi si sovrappone. La solitudine dell’identità  dell’uomo si accompagna implacabilmente a quella degli edifici in cui abitano”. È ciò che M. Augé chiama la città dei “non luoghi”, dove tutto è subordinato al mercato, al consumismo, alle leggi del profitto, che porta ad annullare lo  spazio abitabile, in favore di uno spazio vuoto da riempire con la velocità del tempo. Ed, infatti, se il filosofo Martin Haidegger aveva parlato di “essere e tempo”, lo scrittore Diego Fusaro,  parla invece  di “essere senza tempo”, in una continua accelerazione della storia e della vita. E anche l’architettura, che si manifesta attraverso la costruzione di grandi centri commerciali, di grandi autostrade, di stazioni ferroviarie e aree portuali, è l’espressione del sistema economico e finanziario e, quindi, del processo della globalizzazione, che tende ad annullare il tempo e lo spazio dell’uomo a favore dello spazio e del tempo del luogo. Ormai, sia gli architetti che gli urbanisti, al pari degli artisti e degli scrittori, si trovano forse irrimediabilmente condannati a ricercare più che la bellezza estetica della città, intesa come organizzazione vivente di identità e cultura,  quanto il non senso dei “non-luoghi”, per soddisfare il tempo e le mode dell’attualità.  Così siamo passati dai luoghi dell’anima ai non-luoghi, in cui lo spazio ha perso la sua poetica, la stessa che lo scrittore G. Bachelard vede nei luoghi in cui si viveva un tempo, nell’amore per lo spazio che non è altro che amore per il luogo in cui ci si abita. La poetica dello spazio (1957) è un’opera altamente educativa da un punto di vista pedagogico, in quanto i luoghi della vita, come il mare, il cielo, ma soprattutto la casa, vengono visti come luoghi dell’anima, come luoghi dell’immensità intima, dove tutta la nostra esperienza trova dimora e dove i luoghi materiali e immateriali diventano simboli di una vita trascorsa accanto ai ricordi del passato e del presente. Ormai, con l’architettura moderna tutto è diventato “funzionale” a qualche cosa, fuorché all’uomo. Afferma a tale proposito Franco La Cecla in Mente locale. Per un’antropologia dell’abitare (1993): “Il ‘nostro spazio’ oggi è, infatti, sempre meno ‘nostro’. Per un processo storico di specializzazione delle funzioni, non è più così facile ‘muovere’, ‘mutare’ e ‘manipolare’ lo spazio intorno a noi. Dai marciapiedi alle strade, allo spazio dell’appartamento, al paesaggio urbano in generale, abbiamo a che fare con uno spazio rigido, predeterminato, con una serie di griglie, di incasellamento e di canali dentro cui, bene o male, si volge la nostra vita” (La Cecla, 2011, p. 16).  “Le città europee piene di vita di strada e di ‘coorti dei miracoli’ subiscono un processo di demolizione, sventramento e ricostruzione per diventare tutte permeabili ai controlli e alla ‘erogazione’ dei servizi pubblici” (La Cecla, 2011, p. 17).  Ormai le città hanno perso quella forma urbis che un tempo esse avevano, cioè quella costruzione  o identità culturale, che faceva capo ad una forma mentale che  solo gli abitanti del luogo sono in grado di esprimere e tenere in vita. Afferma sempre La Cecla: “La città moderna è un sistema in espansione indefinita per griglie e attrezzature. Questa espansione ne vanifica non solo i confini, ma anche il centro. Le periferie si ingrossano e mangiano i villaggi e le borgate vicine, e di queste spazzano via anche orientamenti e confini. Il nuovo paesaggio di suburbi diventa un elenco senza inizio né fine e lo spazio restante tra gli agglomerati perde il carattere di filtro e assume quello di terra di nessuno… La perdita di contatto tra abitare e costruito ha reso difficile quel processo culturale che consisteva nel rapporto reciproco tra identità e luoghi. I luoghi sono diventati ‘alienati’ proprio come gli abitanti. Ed è nato il senso desolato delle periferie, l’omologazione delle prospettive, il somigliarsi di tutti i quartieri suburbani del mondo e con essi il senso di anonimia” (La Cecla, 2011, pp. 33-34). Ed ecco allora la necessità di ritornare ad un “progetto locale” di cui parla Alberto Magnaghi, nel suo libro intitolato Il progetto locale (2000), in cui auspica un ritorno al locale, e quindi un ritorno al territorio inteso come patrimonio culturale, ma anche come riappropriazione del proprio habitat naturale, attraverso la conoscenza e la consapevolezza di far parte di un territorio che è lo specchio della propria identità culturale. Non vi può essere sviluppo se non si parte dal locale, per giungere al generale e, quindi, al globale. Abitare significa prendere coscienza della propria storia e del proprio essere nel mondo. Coscienza e conoscenza della propria città, come Monte Sant’Angelo, ricca di Storia, Cultura, Arte e Religiosità popolare.

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