Il turismo a Monte Sant’Angelo, ovvero il grande assente

#contrappunti

«Perché il turismo, a Monte Sant’Angelo, è in crisi?

Ci sono località nel mondo che, per molteplici circostanze storiche, geografiche, religiose, culturali, economiche, sono centri attrattivi per il turismo.

In virtù delle “posizioni di vantaggio” che li caratterizzano, fungono da potente calamita capace di invogliare masse sempre più numerose di persone a raggiungerli, fino a diventare mete preferite di vacanza.

Potrebbe essere il caso di Monte Sant’Angelo. Purtroppo, così non è. Il suo progressivo declino ha registrato una decisa e forte accelerazione nel corso degli ultimi decenni.

Il colpo di grazia le è stato inferto negli ultimi anni. Prova ne è un calo demografico tale da determinarne un impoverimento complessivo e difficile da recuperare per un paese di montagna, privo (o quasi) di attività economiche.

Non rimaneva che il turismo, appunto. Anche questo settore, strategico per lo sviluppo del territorio garganico, ha visto il disimpegno di chi aveva ed ha l’obbligo istituzionale di curarne la crescita.

Forse per incapacità e impreparazione, forse per poca lungimiranza, non sono state adottate misure per invertire il trend involutivo, optando per l’immobilismo, che ha pesato negativamente su intere generazioni.

A proposito del dolce far niente, Matsuo Basho, poeta giapponese del periodo Edo, scriveva: «Sedendo quieto, senza far nulla, la primavera arriva e l’erba cresce da sé».

Gli amministratori pubblici di Monte S. Angelo l’avranno pensata alla maniera del compositore nipponico. Ne è conseguito l’annullamento dei sacrifici di chi nel secondo dopoguerra è stato costretto ad emigrare e, da città lontane, inviava rimesse ai propri familiari rimasti in paese.

Stavolta l’esodo di montanari per andare a vivere fuori provincia o fuori regione o, magari, all’estero, si è contraddistinto rispetto ad alcuni periodi passati per la partenza di interi nuclei familiari.

Wikipedia (l’enciclopedia della rete internet), a proposito dell’evoluzione demografica del centro garganico, così riporta: «Negli anni settanta del secolo scorso migliaia di cittadini di Monte Sant’Angelo si sono trasferiti nella vicina città di Manfredonia, altri invece sono emigrati all’estero. Dal 1990 al 2000, invece, c’è stato un vero e proprio boom di emigrazione dei montanari verso il nord Italia, a causa della forte depressione economica che ha vissuto in questo decennio la città. Questo fattore, ovviamente, ha influenzato l’andamento demografico del paese che peraltro continua ad essere negativo. Infatti, secondo i dati ISTAT dal 2017 a gennaio 2022, quindi in meno di cinque anni, sono emigrate circa 2000 persone e ciò sempre a causa di una forte depressione economica».

Oggi il comune conta 11.418 abitanti, con un indice dell’età media molto elevato. Si direbbe un paese “anziano”.

Il turismo poteva davvero rappresentare il volano per una robusta crescita economica ed arrestare l’emorragia di abitanti.

L’insensibilità mostrata a più riprese dall’ente locale, invece, non lascia ben sperare. Da sempre meta dei pellegrinaggi dei fedeli cristiani fin dal VI secolo, il turismo religioso “disporrebbe” anche dei preziosi eremi situati in località Pulsano di Monte Sant’Angelo, nei pressi dell’abbazia Santa Maria di Pulsano, incastonati su di un anfratto roccioso sul versante meridionale del Gargano.

Le grotte naturali fungevano da abitazioni e luoghi di preghiera per i monaci. Gli eremi di Pulsano, risalenti al X secolo, sono stati eletti “Luogo del Cuore” FAI 2010 e molti di essi accolgono preziosi affreschi a tema religioso.

Eppure questi ambienti, di dimensioni solitamente esigue, giacciono lì, in stato di abbandono e, in quanto esposti alle intemperie, soggetti a deterioramento e crolli, come già accaduto.

I riconoscimenti dell’Unesco e/o del Fai (di cui il territorio di Monte Sant’Angelo non difetta) non sono sufficienti a garantirne la piena utilizzazione e tutela.

Così, il patrimonio storico-culturale diviene “oro buttato”, riprendendo il nome di una inchiesta televisiva italiana del 2010, che allora mostrava lo stato di abbandono di alcune zone del sito archeologico di Pompei.

A differenza degli eremi di Pulsano, a Pompei vi è stata la svolta e la rinascita, con la valorizzazione dei suoi tesori.

Gli eremi, lasciati in pessimo stato di conservazione, senza la necessaria manutenzione e restauro, non compaiono nei “percorsi” culturali nazionali e internazionali: restano, appunto, eremi, lontani dal mondo.

Beni storico–culturali, destinati “all’estinzione” e che rientrano a pieno titolo nell’architettura rurale, sono anche i cosiddetti “pagliai” (al singolare lu pagghiére, in dialetto).

Sono le tipiche capanne in pietra a secco: fungevano da ricovero d’emergenza per le persone e soprattutto da deposito degli attrezzi e da luoghi di conservazione del fieno.

Una volta, si contava la presenza di numerosi pagliai: ora ne sono rimasti pochissimi, ridotti a ruderi fatiscenti, completamente abbandonati a sé stessi.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sta offrendo, soprattutto ai piccoli Comuni, un’opportunità storica.

Le amministrazioni locali, quelle attente al proprio territorio, hanno già messo in moto da tempo le macchine comunali che, con un lavoro di squadra, potranno beneficiare delle risorse economiche dell’Unione Europea.

Sarebbe sufficiente conoscere la Costituzione italiana, per cogliere l’importanza della cultura: «Elemento costitutivo dell’identità italiana», come dichiarato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 3 marzo 2022, nel giorno del giuramento. L’articolo 9 della Costituzione prescrive, tra i principi fondamentali, quello della promozione della cultura e della ricerca, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Si tratta cioè di difendere e valorizzare il patrimonio storico, artistico, monumentale, antropologico, archeologico, archivistico e librario che costituisce testimonianza di civiltà.

Nel 2005 gli Stati membri del Consiglio d’Europa hanno sottoscritto il trattato sul valore del patrimonio culturale per la società, meglio nota come Convenzione di Faro.

Purtroppo, nel territorio garganico i principi costituzionali e gli obiettivi della Convenzione restano spesso solo sulla carta».

[Matteo Pio Impagnatiello,membro Unidolomiti e Matteo Notarangelo sociologo e Consigliere comunale]

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