Le due Italie e la sfida dell'equita alla finanza globale

a cura di Michele Eugenio Di Carlo, Segreteria nazionale del M24A per l’Equità Territoriale

"Gli ultimi 30 anni di scellerate politiche economiche, prodotte indifferentemente da governi di destra e di centro-sinistra, depositarie delle pretese leghiste in riferimento ad una “questione settentrionale” inventata di sana pianta, hanno talmente ampliato il divario tra le “Due Italie” da produrre un devastante quadro socio-economico:

- desertificazione di intere aree interne del Mezzogiorno e dell’area appenninica delle regioni del centro Italia;
fuga di milioni di cittadini costretti ad emigrare con un esodo paragonabile a quelli di fine Ottocento e del secondo dopo guerra;
- disoccupazione giovanile nel Crotonese, in Capitanata, in parte della Sicilia con punte del 60%;
- carenze di infrastrutture stradali, autostradali, ferroviarie, aeroportuali, portuali tali da penalizzare pesantemente il commercio, il turismo, persino i - livelli di tecnologia applicata obsoleti e fatiscenti;
- totale sottomissione delle filiere agro-alimentari alle logiche nord-centriche della grande distribuzione organizzata.

Un Sud in definitiva da terzo mondo ad immagine di come lo pretendeva la Lega Nord di fine anni Ottanta del secolo passato, semplice mercato di prodotti, servizi, beni gestiti e fatturati nel triangolo industriale Genova-Torino-Milano con estenzione al Veneto e da cui estrarre capitale umano a costo zero. Un piano perfettamente riuscito con la complicità determinante degli altri partiti nazionali dal PD passando per Forza Italia e Fratelli d’Italia.
Eppure, nonostante i recenti dati dell’Eurispes, della Svimez e tutti gli altri indicatori economici indichino chiaramente che la ripartenza post covid non possa che avvenire dal Mezzogiorno, pena il crollo e la fine dell’Italia, nonostante le pressioni europee sul Governo italiano affinché il Sud - una delle aree più arretrate dell’intero continente - con precise politiche economiche di coesione recuperi il divario, assistiamo al siparietto di presidenti di regioni del Nord che imperterriti continuano ad insistere su un progetto di autonomia differenziata che dovrebbe lasciare al loro territorio il 90% delle tasse versate pur derivanti da prodotti, beni e servizi venduti al Sud, alimentando intenzionalmente e incostituzionalmente le disuguaglianze in diritti, servizi e opportunità tra i cittadini del nord e i cittadini del sud.
Come se non bastasse assistiamo al teatrino pietoso messo in scena dal ministro Paola De Micheli sulla ripartizione dei fondi del Recovery-fund, che vorrebbe far passare 70 miliardi da destinare al Mezzogiorno come un grande risultato, mentre il centro studi del Movimento per l’Equità Territoriale di Pino Aprile accerta che al Mezzogiorno ne toccano 145 secondo i parametri europei.
E come se ancora non bastasse la De Micheli viene sostenuta da Dario Stefano, candidato PD nel Salento alle regionali, e addirittura dal responsabile economico del PD, l’infelice Emanuele Felice, storico dell’economia, noto per aver cercato vanamente di osteggiare i dati sul divario economico nord-sud dall’unità d’Italia prodotti degli eccelsi studiosi dell’Università di Calabria Vittorio Daniele e Paolo Malanima, riproponendo tesi vecchie e superate da 160 anni che attestavano un grave ritardo economico del Sud antecedente al 1861. Una tesi, simile a tante altre, a sostegno di una storiografia liberale sabauda finalizzata ad affrancare i Savoia da precise responsabilità per scelte di politica economica totalmente discriminatorie nei riguardi di un Sud considerato semplice colonia conquistata a mano armata.
Come sia stato possibile che un partito come la Lega Nord, fortemente territoriale, secessionista, estremo nella sua avversione al Sud, portasse sulle sue posizioni gli altri partiti nazionali è una domanda alla quale non basta rispondere con la scontata tesi della paura di perdere consenso elettorale. E’ una domanda che necessita di un’analisi seria e di una risposta compiuta, con la consapevolezza che occorre lanciare la sfida ai veri centri di potere, capitalistici e finanziari, che oggi gestiscono le produzioni e i mercati al di là dell’economia reale, creando disuguaglianze e povertà, attaccando alla radice le conquiste del Welfare, i diritti e le ormai labili forme di partecipazione democratiche alla vita pubblica e politica.
Pino Aprile, in due dei suoi recenti testi, ha illustrato fin troppo bene la sfida che il nuovo meridionalismo deve essere capace di sostenere nel complesso passaggio in atto dal Neoliberalismo al capitalismo finanziario globale. Lo ha spiegato bene anche lo storico garganico Giuseppe Piemontese nell’appena pubblicato “Le sfide dell’uomo contemporaneo nell’era della globalizzazione”.
L’equità proposta come valore universale è una risposta concreta, nazionale e costituzionale, che respinge qualsiasi tentazione populista, leghista e sovranista. Una proposta che affronta la Questione meridionale e il divario nord-sud, riguardante il nostro diviso paese, inquadrandoli in un contesto più ampio e generalizzato, che dagli anni Ottanta del Novecento in poi si è mondializzato. Dal capitalismo del Settecento, nato a seguito della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, siamo passati al Neoliberismo del Novecento che attraverso il progresso della scienza e la mediazione della politica e dei sindacati aveva permesso alla condizione umana di acquisire diritti e dignità. Ora siamo entrati nella postmodernità, una fase in cui capitale e finanza senza etica guardano razionalmente solo all’accumulo di ricchezze, detenendo un potere enorme e sproporzionato che permette loro di gestire totalmente non solo l’economia e la finanza ma persino la politica, determinando così lo sfruttamento dell’uomo e la distruzione dell’ambiente naturale.
In definitiva, la finanza globale è diventata talmente potente da aver sottomesso la politica alle sue esigenze, portando al potere di governi importantissimi personaggi che in altri tempi non sarebbero stati ammessi neppure ad un concorso da impiegato pubblico. Da qui la crisi dei partiti e dei sindacati, annullati nelle loro finalità, la perdita di diritti conquistati in secoli di lotte, l’annientamento del Welfare, la concentrazione della ricchezza in poche mani, l’informazione che conta totalmente asservita, i flussi migratori incontrollati, la distruzione delle filiere agro-alimentari locali a vantaggio della grande distribuzione organizzata, l’attacco indiscriminato all’ambiente da cui estrarre ricchezza in maniera selvaggia e sconsiderata.
Una risposta chiara la offre il neonato Movimento per l’equità territoriale come valore universale, contro le frontiere, i confini, i limiti che stanno rendendo l’uomo estraneo nella propria terra; un monito e un messaggio chiaro anche a chi nello stesso Mezzogiorno continua a sventolare bandiere e simboli solo con intenti folcloristici e strumentali, alimentando divisioni, chiudendosi a riccio nella propria miseria localistica, ignorando del tutto che le problematiche non riguardano solo il sud Italia ma tutti i sud del mondo. Uno mondo finto, quello della finanziarizzazione del capitalismo globale, che ci sta portando nell’ “età del caos” e contro il quale le “voci scomode” devono lanciare la propria sfida nel tentativo di recuperare diritti, democrazia, sentimenti di solidarietà e, soprattutto, l’umanità perduta. Prima che sia troppo tardi".

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