L’articolo che segue è a firma di Daniele Manacorda e racconta il carattere umanistico e politico dello scavo cui l’archeologo s’immerge interamente nel far venir alla luce ciò che era, da ciò che veniamo, ciò che nei secoli ha caratterizzato la nostra società, modellandola e mutandone anche abitudini e valori. Ma il collega Manacorda, nella sua intervista, delinea anche l’umore del prof, Giuliano Volpe, ciò che ha provato durante gli scavi, in particolare la felicità nel ridare alla società contemporanea ciò che il tempo, e a volte l’oblio istituzionale, sotterra. Lo fa alla presentazione dell’ultimo libro del prof. Volpe “Archeologia. Storia e metodi, paesaggi e persone” Edizioni Laterza 2026, del 10 giugno 2026 svolta a Roma, nella Curia Julia, nel Foro Romano, Parco Archeologico del Colosseo.
L’articolo è stato pubblicato sul blog del prof. Giuliano Volpe, cui è tratta la seguente pubblicato, ed è stato anche pubblicato sul mensile L’Indice dei libri del mese – ed. Laterza, cui sono le fonti [ndr.]
A cura di Daniele Manacorda
Sono molto felice di parlare qui oggi dell’ultimo libro di Giulio. La nostra amicizia dura da mezzo secolo. Conosco bene la persona e quindi, da archeologo, posso provare a date un contesto a quello che scrive.
E infatti la prima cosa che mi viene da dire è che questo libro è stato per lui una occasione per fare il punto sulla sua lunga esperienza nel mondo dell’archeologia. Non ha nulla di autobiografico nella struttura, ma molto nei concetti che esprime e anche nella passione con cui li enuncia.
A cominciare dalla domanda delle domande: perché si sceglie di fare l’archeologo? Ma vedo che sbaglio a porla in termini impersonali. Diciamo meglio: perché fai l’archeologo? Ogni riposta può essere diversa, ma una accomuna tutti: perché ho scelto di farlo! Nessuno ci ha costretto. E’ stata una scelta libera e consapevole, per questo o quest’altro motivo…
Per alcuni – penso a Roberto Sirigu – l’indagine archeologica, rilevando le tracce materiali sepolte, «è una risposta della psiche umana all’angoscia della morte […], l’illusione di poter ripercorrere il tempo a ritroso per tornare a dare vita, a ‘reidratare’ (la metafora è di Andrea Carandini) il ‘fiore essiccato’ della realtà materiale».
Non dobbiamo necessariamente riconoscerci in questa considerazione, che ha certo il suo fascino. Ma il richiamo ad ascoltare la voce dei morti «ogni volta che mettiamo piede in un cantiere, o in un museo», è un modo per riaffermare il carattere umanistico dell’archeologia, una pratica che richiede una predisposizione all’ascolto: anche dei vivi.
Questo non vuol dire che l’archeologo debba periodicamente riflettere sulla sua umana mortalità; ma che non debba perdere il gusto di interrogarsi sui motivi della sua scelta professionale, be’, questo sì, quale che possa essere la risposta che ciascuno si senta di dare. E’ questa infatti la domanda che indirizzerà la sua attività, il suo modo di lavorare e di relazionarsi con il mondo. E quindi, in fondo, una parte della sua felicità. E non trovo affatto contraddittorio mescolare il tema della felicità a quello della morte.
Trovo invece un po’ disarmante dover constatare che questa domanda così banale, e così basilare circa il motivo, apparente o profondo, della scelta professionale di noi archeologi non sia mai stata posta se non individualmente: per un mal riposto rispetto della privacy? per una visione sfocata delle nostre esperienze? perché ciascuno di noi ha una visione dell’archeologia tutta sua? Non lo so. Ma sarebbe bello poterlo fare un giorno in modo condiviso… Magari l’iniziativa potrebbe partire dall’associazionismo professionale degli archeologi, o magari dal basso, dagli studenti … non lo so.
Non sto divagando, perché è lo stesso Giulio che ci dà la sua risposta alla domanda: “il vero piacere – scrive – è nel meccanismo di ricerca… nella visione contestuale… nell’integrazione fra lavoro manuale e intellettuale che questo mestiere ci permette”. E potremmo anche aggiungere: nel piacere che emana – in un mondo ubriacato dalla banalizzazione della parola bellezza – da quella che noi archeologi chiamiamo “estetica del contesto”. Il piacere di cogliere la relazione tra le cose e, tramite queste, tra noi stessi umani, o Sapiens come oggi si usa dire.
Ma Giulio ci confessa che la sua vocazione si collegava anche al desiderio di dare a questa professione un ruolo culturale, politico nel senso più alto del termine, nato in lui da una mai negata “passione politica studentesca”. Altro che torri d’avorio!
Giulio e io siamo molto diversi, ma un po’ ci compensiamo a vicenda e le esperienze comuni, che sono state tante, ci hanno affratellato. Lui ricorda il nostro incontro al granaio di Settefinestre [era la fine degli anni Settanta], quando (cito) “l’archeologia gli parve il modo migliore per coniugare conoscenza del passato e impegno nel presente”: un atteggiamento che ha testimoniato sempre nella ricerca, nell’insegnamento, nelle tante funzioni pubbliche di rilievo che si è trovato a svolgere con grande senso delle istituzioni.
Ma veniamo più direttamente al libro, se no finisco a fare la parte non desiderata del panegirista. Al libro dunque che – lo si voglia chiamare manuale o no, poco conta – colma, questo sì, un vuoto nella manualistica universitaria. E io sono tra quelli che pensano che la proliferazione di manuali, in ogni disciplina, possa essere il termometro di una buona salute: è sempre un bene se si aggiungono altri punti di vista, che magari non contraddicano, facendo confusione, ma innovino la struttura dei saperi condivisi.
Un vuoto questo libro lo colma perché si rivolge innanzitutto agli studenti universitari del triennio, a quei diciotto-ventenni che arrivano all’università senza sapere un’acca, ma davvero un’acca di che cosa sia l’archeologia. Se non quella appresa dalle opinabili rappresentazioni dei media, ottime quando ne illuminano la funzione di ricerca storica e antropologica affascinante, pessima quando giocano sull’equivalenza archeologia/mistero: diciamo che forse non si rendono conto del fatto che il presente e il futuro del globo terracqueo e dei miliardi di Sapiens che lo abitano sono ben più misteriosi di quelli di chi il pianeta l’ha abitato cento, mille o diecimila anni fa….
Insomma, uno dei meriti del libro è quello di essere un testo molto agile, di carattere volutamente introduttivo, e al tempo stesso esauriente per l’arco molto ampio dei temi che affronta, che sono poi quelli ricordati nel sottotitolo: Storia e metodi, paesaggi e persone.
Docenti e studenti sanno che ci sono ancora in circolazione ottimi testi di riferimento, per aspetti più o meno particolari della disciplina. A partire dall’imperituro manuale di Andrea Carandini, Storie dalla terra, che ci insegnò 50 anni fa che lo scavo stratigrafico può e deve essere insegnato e non si improvvisa camminando pensierosi sul ciglio di un sondaggio; dall’ormai classico testo di Edward Harris sulla teoria della stratificazione a quello di Alessandro Guidi sui Metodi dell’archeologia (merito sempre dell’editore Laterza) ai più recenti e (anche per la mole) impegnativi volumi di Massimo Vidale e del nostro Paolo Carafa, che sin dal titolo, Storie dai contesti, si rifà al manuale di Carandini, e pone l’accento sulle distinte fasi della ricerca, “che richiedono regole certe”, tali da garantire “la necessaria qualità scientifica e un’efficace condivisione culturale delle conoscenze acquisite”.
Io stesso ne avevo preparato uno una ventina di anni fa, sempre grazie alla disponibilità della Laterza, e devo dire che non mi sento affatto in concorrenza con questo bel testo di Giulio per tre motivi molto semplici, che provo così a sintetizzare.
Il primo è che vedo una continuità tra di noi, per me molto confortante, per quanto riguarda i concetti fondamentali dell’archeologia, il suo impianto disciplinare, il suo senso nella cultura contemporanea: non un cambio di rotta quindi, ma piuttosto una tradizione e un aggiornamento. Con un riferimento chiaro ad un dibattito recente che mi ha condotto due o tre anni fa a scrivere un libricino dedicato ai tre pilastri dell’archeologia (a me piace chiamarlo Triangolo virtuoso), che sono l’approccio tecnologico, quello tipologico e quello stratigrafico, tutti convergenti verso un campo di indagine, che ha un nome: paesaggio.
Guardate, non stiamo parlando di lana caprina: riconoscere quali sono i motori metodologici della disciplina significa programmare gli strumenti della formazione dei futuri archeologi, che dovrebbero sentirsi capaci di interrogarsi sulla natura stessa della materia di cui sono composti i reperti, sul rapporto forma/funzione che è alla base della classificazione di qualsiasi prodotto del lavoro umano, e sul rapporto spazio/tempo. E’ quest’ultimo che regola l’approccio stratigrafico alla realtà, che sia sepolta nel sottosuolo, oppure presente nella vita quotidiana che ci circonda.
Il paesaggio (e quindi i metodi della topografia che riuniscono in sé le procedure per indagarlo) è il luogo dove tutto accade, il contenitore “contesto dei contesti”, come Giulio lo definisce. E il luogo della sperimentazione del triangolo: non è il suo quarto vertice, perché è piuttosto la sua stessa superficie.
Il secondo motivo di apprezzamento riguarda il fatto che il volume di Giulio viene incontro alla esigenza da parte degli studenti di avere a disposizione “uno strumento completo ma facilmente accessibile, semplice e chiaro”. La scrittura di Giulio è piana, è comprensibile, senza mai concedere una piuma alla semplificazione o – non ne parliamo proprio – alla banalizzazione di concetti a volte anche complessi. Sono quindi convinto che il libro colpirà il bersaglio e potrà essere messo in mano agli studenti del primo anno con buoni frutti. Ma mi sembra anche uno strumento che può offrire una conoscenza di base anche a altre professionalità di primissimo piano, quali gli insegnanti delle scuole, o le guide turistiche, per non parlare del mondo della comunicazione, dove l’archeologia compare ancora spesso per quello che non è. Mi permetterei di consigliare l’editore perché ari quel campo.
C’è poi un terzo motivo, ed è il fatto che il libro sintetizza certamente quanto è presente in altri manuali in circolazione, ma al tempo stesso allarga molto il raggio d’azione (ricordavo prima il suo sottotitolo). Ci sono quindi informazioni basilari sulla storia della disciplina e di alcuni dei suoi più celebri protagonisti; è dato il giusto spazio ai concetti fondamentali e alle metodologie, ma molto anche all’archeologia dei paesaggi (della sua centralità ho già detto) e alle persone: non solo però in termini di storia degli archeologi, ma – questo è un punto decisivo che arricchisce il volume – alle persone con cui gli archeologi hanno a che fare, per le quali lavorano, alle quali restituiscono il senso delle loro fatiche.
Si parla in altri termini di quella che oggi chiamiamo “archeologia pubblica”, un termine che venti anni fa era solamente in nuce. L’archeologia pubblica – scrive Giulio – “è partecipazione dal basso, apertura e curiosità, condivisione e inclusione, libero accesso ai dati e alla conoscenza, pensiero critico e visione dinamica, continua rimessa in discussione, contributo fattivo a forme di sviluppo sostenibile, alla crescita culturale e socioeconomica, al miglioramento della qualità della vita”. Ma – scrive anche – “non è una nuova disciplina…, è semmai un nuovo modo di intendere l’archeologia, lontana da ogni tentazione autoreferenziale, elitaria e anche proprietaria: il patrimonio archeologico non è proprietà degli archeologi, siano essi professori, funzionari dello Stato o liberi professionisti, ma è di tutti. Gli archeologi hanno solo la responsabilità e il privilegio di indagarlo, analizzarlo, interpretarlo, conservarlo e comunicarlo. Insomma: l’archeologia o è pubblica o semplicemente non è.”
Per questo Giulio spiega ai giovani futuri archeologi quanto sia importante la ricerca di un giusto equilibrio, evitando – scrive – “sia le pseudopartecipazioni di facciata sia la retorica della partecipazione”. Quello che serve è “un ripensamento del rapporto fra cittadini e patrimonio e anche del ruolo dello Stato… un cambiamento di mentalità”, che parta dalla risposta alla domanda che chiede “perché conservare? “.
Vedete che torna la centralità delle domande, alle quali un buon manuale cerca di offrire risposte possibili. E capite che qui si apre un mondo, quello della valorizzazione e quindi degli stessi musei, dei quali Giulio mette in luce non da oggi il paradosso di parlare spesso “a chi già sa e di non farsi capire da chi ancora non sa”. Un’archeologia consapevole del suo ruolo sociale dovrebbe stare attenta (penso che Giulio concordi con questa mia semplificazione) a non cadere negli opposti estremismi di un atteggiamento che ora può sembrare snobistico e ora populistico. Uscita dalla torre d’avorio, deve saper evitare di chiudersi nella confortevole dimensione della competenza tecnica, che non si assume responsabilità progettuali e quindi sociali. E’ un tema sul quale l’Italia e gli italiani hanno fatto grandi passi in avanti nell’ultimo decennio., almeno dalle riforme Franceschini, ottime – a mio modo di vedere – negli assunti culturali che le hanno ispirate; insufficienti e deludenti nel momento in cui non sono state accompagnate da una continua attenzione ai loro sviluppi, specie sul versante della tutela (ma questo è un altro discorso).
Questi grandi passi in avanti li ritroviamo nelle pagine del libro, che veicolano alcuni concetti basilari e sollevano una quantità di interrogativi, cui posso soltanto accennare per non farla troppo lunga:
– la curiosità è il motore centrale della disciplina e della sua professione;
– l’archeologia non è fuori dal suo tempo, non vive nel passato, e sa di correre il rischio di venire usata per battaglie del presente, nel bene e spesso nel male;
– ma sa di essere una forma di conoscenza intrinsecamente non-violenta [l’uso violento che ne viene fatto ancora ogni giorno non è archeologia];
– l’archeologo è un mediatore tra passato e presente;
– il suo sforzo e il suo obiettivo saranno quindi anche quelli di confrontarci con il passato senza perdere di vista la sua alterità, ma sapendo che continua a vivere dentro di noi nelle forme a volte più insospettabili;
– il passato è un concetto ormai dilatato alle sue estreme conseguenze: dai primordi dell’ominazione raggiunge il presente, l’oggi che ad ogni attimo si fa ieri;
– solo una persistente visione classicistica impedisce a volte di vedere che il tempo dell’archeologia non finisce mai, semplicemente perché è un modo di vedere la realtà attraverso le cose. E dietro queste cose ci sono le persone: per questo l’archeologia è una disciplina umanistica, pur usando sempre di più le scienze, specialmente nel momento della costruzione del dato, più che della sua interpretazione storica;
– la ricerca archeologica non può e non deve prescindere dalla teoria; e non può non trarre il massimo beneficio dalle discipline contermini solo apparentemente lontane: dalla storia e dall’antropologia, certo, ma ha bisogno di geografia, economia, sociologia, psicologia… per non parlare delle scienze della natura;
– cambiano epoche e contesti, ma i metodi per indagarli non cambiano: la cassetta degli attrezzi è comune a tutti noi.
La lettura stratigrafica della realtà (non solo di quella sepolta) è una componente strutturale della mentalità dell’archeologo. Forse, grazie anche a questo manuale, riusciremo a superare l’annosa confusione fra stratificazione e stratigrafia… e forse – scusate la pedanteria – quella tanto in voga nel parlare attuale tra tipo e tipologia.
– L’archeologia è come una bottega artigiana che integra lavoro manuale e lavoro intellettuale, dall’uso sapiente degli strumenti da lavoro alla redazione di classificazioni ordinate, ma in vista di traguardi più vasti.
– L’eccesso di analisi e l’eccesso di sintesi sono due mali da tenere sotto controllo: di qui il richiamo alla assunzione di responsabilità nel nostro lavoro che è l’opposto della semplificazione
– L’Archeologia dei paesaggi fa sentire l’archeologo componente di una comunità locale e la conoscenza del paesaggio favorisce la maturazione di una coscienza di luogo… Ma attenzione, perché non esiste identità locale senza un senso di appartenenza universale. Teniamoci stretto l’universalismo che l’archeologia ci insegna.
E’ questa l’eredità non caduca del Novecento. L’antidoto ai mostri che ci circondano in questo primo quarto di secolo (dalla distruzione dei Buddha di Bamiyan allo sterminio di Gaza e della sua storia); mostri che abbiamo coltivato anche dentro di noi in questi ultimi trenta anni: che vadano dalla notte buia dello scavo etnico della necropoli degli schiavi di New York [manifesto degli estremismi ideologici della cultura woke] ai proclami oscurantisti circa la esposizione dei resti umani nei musei dettati da un ostentato rispetto delle sensibilità altrui, dietro il quale si nasconde l’ennesimo attacco alla scienza e al suo potere liberatorio.
Ma qui mi fermo. Spero solo di avervi dato un barlume almeno della ricchezza concettuale che si cela in questo– si fa per dire – ‘semplice’ manuale
Volpe ci ricorda che l’emergere della figura professionale dell’archeologo è un fatto tutto sommato recente. Una valutazione attendibile dice che gli archeologi al lavoro oggi in Italia sono circa 5000. Sono molti? Sono pochi? non lo so. So che la maggior parte di loro non sono ben pagati, anzi sono piuttosto mal pagati nel pubblico e nel privato, come la grande maggioranza di chi lavora in Italia oggi e non ha alcuna voglia di andarsene all’estero.
Eppure non si contano i nostri allievi che hanno trovato altrove in Europa collocazioni di lavoro più degne di quelle che gli sarebbero state proposte in Italia. E questo è davvero un paradosso in un paese che si fregia di un patrimonio archeologico unico al mondo. Ma uno dei pregi di questa categoria, che lavora spesso coscienziosamente in silenzio, è quello di saper stare con i piedi per terra (la terra è la nostra casa) ma con lo sguardo fiducioso in avanti. Qualche volta proviamo anche ad imparare qualcosa da loro. Hanno molto da dirci. Per questo, anche a nome loro, mi sento di dirti: Grazie Giulio.