Mostra d’arte contemporanea “Galleria d’Arte e Cultura”
Monte Sant’Angelo corso Vittorio Emanuele 148
Inaugurazione domenica 29 marzo 2026 dalla ore 19:00
Abbiamo già incominciato a raccontare il Gargano attraverso la Mostra “Il Gargano magico. I paesaggi dell’anima”.
Oggi vogliamo continuare questo discorso imperniato sulla pittura riguardante il nostro Gargano e precisamente attraverso alcuni artisti che ci sono stati più vicini e che hanno descritto il Gargano già dagli inizi degli anni Sessanta fino al Duemila. Un percorso lungo più di 50anni e che vede in primo piano soprattutto artisti garganici e non, che con le loro opere hanno fatto scoprire e conoscere per la prima volta le bellezze paesaggistiche ed artistiche del nostro Gargano. E mi riferisco soprattutto ai nostri pittori conterranei, fra cui Jean Annot e Matteo Accarrino, che insieme al suo maestro tedesco Herbert Voss, hanno descritto e fatto proprio il fascino magico e imponderabile del nostro Gargano all’inizio della seconda metà del Novecento, quando ancora il nostro Gargano era una entità segreta, del tutto sconosciuto, descritto solo in maniera magistrale dal nostro poeta e scrittore Pasquale Soccio, che con il suo libro Gargano segreto, pubblicato nel 1965, ha aperto per la prima volta le porte verso il nostro Gargano magico e misterioso. Un Gargano che fino ad allora era del tutto marginale e isolato tanto da essere descritto solo attraverso i diari e le relazioni di alcuni viaggiatori italiani e stranieri, come F. Gregorovius, F. Lenormant, J. Ross, E. Bertaux, G. Beltramelli, R. Bacchelli, G. Ungaretti, G. Alvaro, C. Brandi, A. Miller.
Matteo Accarrino è nato a Monte Sant’Angelo nel 1943 e morto a Ravenna nel 2017. È stato un pittore acquerellista, incisore e scultore. Docente di incisione presso l’Accademia delle Belle Arti di Ravenna, di cui è stato anche direttore. Determinante per Matteo Accarrino la frequentazione di Herbert Voss, pittore espressionista tedesco dalle forti inquietudini approdato nel centro garganico agli inizi degli anni Sessanta. Voss incoraggia la naturale inclinazione di Accarrino per la pittura dando un giudizio positivo della sua prima mostra personale (1962). L’artista tedesco svela ad Accarrino gli arcani e i percorsi suggestivi delle avanguardie, ma anche la necessità del lavoro costante e dell’esercizio continuo dell’occhio alle cose più importanti. “H. Voss ha dato ad Accarrino la capacità di rappresentare ciò che è nascosto nel grande mondo dell’animo umano, un mondo fatto non di figure ma di sensazioni. Con Voss il colore acquistò in Accarrino una più attenta corrispondenza lirica. Il sintetismo si concentrò maggiormente. L’orizzonte mentale acquistò una “sua” nuova dimensione e una “sua” apertura. Tutto diventava semplice ma nello stesso tempo difficile. Quell’oggetto che prima veniva rappresentato solo con un contrasto di colore, ora, con l’insegnamento di H. Voss, acquistava una sua poetica, una sua decantazione lirica”. Matteo Accarrino è nato con la pittura nel sangue. Se molti suoi colleghi l’hanno incontrato per caso nella loro vita, subendone il fascino, questi già da ragazzo si è immediatamente espresso conessa. Con Matteo Accarrino la natura comincia a dissolversi e a confondersi man mano che l’artista si esprimeva attraverso la bellezza cromatica del proprio sentimento. Fu da questo momento che il pubblico cominciò a non capire più la sua pittura. Una incomprensione assoluta lo circondò. Incomprensione che persiste tuttora e che colpì in modo violento anche Herbert Voss. Siamo agli inizi della fase espressionista e ai primi tentativi di un’arte astratta. L’astrattismo totale era il messaggio che Herbert Voss portava sul nostro Promontorio. Herbert Voss nacque l’11 maggio 1913 nella Germania centro-settentrionale, a Schöningen, nel land della Bassa Sassonia. Nel gennaio del 1960 venne incoraggiato a visitare il Mezzogiorno d’Italia da un’amica che faceva parte dell’Associazione “Amici della Germania” di Bari: grazie a questo sodalizio, nel settembre successivo, l’artista si trasferì sul Gargano e precisamente a Monte Sant’Angelo, dove rimase per quasi 6 anni, fino al 1966, quando ritornò in Germania, dove muore nel 1971. Allorquando Herbert Voss giunse per la prima volta a Monte Sant’Angelo rimase stupito dal nostro paesaggio, il quale, sotto i raggi del sole e del nostro cielo, tanto diverso da quello tedesco, acquistava ai suoi occhi vita e armonia di colori. Con passione si diede a dipingere ogni angolo della nostra terra: Rocce, Vallate, Paesaggi notturni, Campanili, Case. Gli piaceva l’aria tersa e limpida del Gargano, il cielo azzurro, le rocce color di prugna. L’ampio golfo di Manfredonia lo affascinava e lo inebriava. Soleva dire che le rocce del Gargano avevano un colore proprio, a seconda del colore del cielo e delle nuvole, che silenziose vi si adagiano sopra e le colorano. Sul Gargano conobbe per la prima volta la libertà di esistere, la gioia di dipingere e di essere se stesso. Chiamava il Gargano il suo Paradiso, l’ultima sua dimora. Durante gli ultimi anni trascorsi a Berlino, espresse il desiderio di voler morire fra i monti del Gargano. La sua personalità sensitiva lo portava a creare un’opera dove non vi fossero riflessioni né ripensamenti. Tutto doveva nascere nell’atto della sua intuizione. Si vedano: Sinfonie, Nordico, Essere irreale, Composizione n. 1, dove lo spazio viene annullato nell’aggrovigliata tessitura del colore e ogni movimento acquista valore nelle spire labirintiche dei suoi sviluppi di linee. Siamo di fronte a delle composizioni con contrapposti contorni pelvici curvati e a forme cromate spezzettate e liberamente descritte.
La vita è un viaggio verso l’ignoto. Lo stesso che ha fatto il nostro Jean Annot allorquando ha intrapreso il suo viaggio attraverso il mistero dell’arte e ne ha fatto un elemento importante ed essenziale della sua vita. Una vita alla ricerca dell’essenza e, quindi, dell’ignoto. Quell’ignoto che si scopre solo dopo la morte, tanto da portarlo verso nuovi orizzonti e nuove dimensioni, che solo l’arte e, quindi, l’artista può scoprire e può rendere visibile. Da giovane ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Bruxelles, per poi dedicarsi all’Arte. Invece del servizio militare ha preferito svolgere nel suo paese il servizio civile internazionale, tanto che, nel 1966, dopo l’alluvione del 1966 a Firenze, preferisce giungere qui per restaurare manoscritti, libri e mobili antichi danneggiati dall’alluvione. Successivamente, non so per qual motivo, oppure chiamato da qualcuno, lo troviamo presente sul Gargano nella primavera del 1968, girovagando all’inizio nei vari paesi, fra cui Monte Sant’Angelo, Vieste, Mattinata, Vico del Gargano, Manfredonia. A Monte Sant’Angelo lo abbiamo visto frequentemente alloggiare in varie case e mangiare in varie botteghe, scambiando la loro cortesia sempre con le sue opere e i suoi quadri. Insieme, con i miei amici, abbiamo fatto scoprire a Jean Annot i segreti, i misteri e il fascino della nostra città, tanto da trasmetterli, poi, nelle sue opere a olii, acrilici e, preferibilmente ad acquerelli. Un mondo che per l’artista era tutto da scoprire e da far suo, specie quando con la cartella sotto braccio si avventurava lungo le strade contorte del Rione Junno, estasiato davanti alla sua architettura spontanea, alle tante chiese in stile romanico-gotico, oltre che ai tanti palazzi signorili di età barocca. Il tutto visto con la sua sensibilità di uomo e di artista. Un mondo che era lo stesso di quello che gli altri artisti, operanti nello stesso tempo e luogo, rappresentavano il Gargano nelle loro opere. Un mondo che va al di là del reale e che ogni artista rappresenta con la propria sensibilità e il proprio stile, dove il sentimento e l’essenza spirituale del luogo diventano forma artistica, in base al daimon o spirito del luogo e che i Latini chiamavano Genius Loci. Un mondo che va alla ricerca di una dimensione dello spirito che solo l’artista può rappresentare e trasmettere.