Era seduto fuori al bar “Elia” in via Fania, in compagnia di altri amici festeggiando il suo onomastico. Si parla di Matteo Di Candia, pensionato con moglie e figli, morto ammazzato in un raid armato contro esponenti della “società” foggiana. Una vittima innocente che 26 anni fa, il 21 settembre del 1999, morì crivellato dai proiettili dei kalashnikov impugnati da un commando di fuoco.
Lì, c’erano anche alcuni esponenti dalla mafia foggiana, la “società”, precisamente quelli della batteria legata ai Trisciuoglio. C’era anche il boss, Federico Trisciuoglio, soprannominato “Enrichett u zupp”, obiettivo principale dell’assalto omicida armato, in compagnia di alcuni suoi fedelissimi, il compare Salvatore Prencipe detto “pid veloc” e Leonardo Piserchia detto “Pastin”.
Ad oggi Foggia fa ancora i conti per quell’assassinio, rimasto impunito. Le indagini parlano di un commando di fuoco venuto da fuori, forse calabresi legati alla ‘ndrangheta, notoriamente efferati sicari, che non centrarono gli obiettivi. Difatti i tre che dovevano essere uccisi se la cavarono con piccole ferite. Gli anni, poi, secondo le dinamiche mafiose fecero il loro corso, consegnando alla morte omicida Piserchia e Prencipe, mentre il Triscuoglio perì per cause naturali.
Il ricordo di chi assistette a quel omicidio è vivido. La scena è ben impressa nelle menti. Chi si recò sul luogo subito dopo aver udito la sventagliata dei kalashnikov ha ben impressa la scena: il fuggi-fuggi di chi si trovava sul luogo, il sangue, i proiettili, un uomo ucciso e chi, spaventato pure, commentava di averla scampata. Poi le sirene e le luci blu di pattuglie che arrivavano. E poi un’ambulanza.
Matteo Di Candia fu una di quelle vittime che pochi ricordano, forse perché persona comune, un pensionato, una persona che non aveva nulla a che fare con la malavita organizzata. Eppure perse la vita per mano loro. Quel giorno era nel posto giusto perché serenamente festeggiava ma nel momento sbagliato. Una perdita che scosse lì per lì i foggiani ma che il tempo ha purtroppo e indecorosamente ha dimenticato.
Nel suo anniversario di morte, che anche il suo onomastico, l’associazione Libera lo ricorda come “un uomo buono e pacifico”, una vittima innocente “strappata alla vita da proiettili destinati ad altri”, mentre “era con gli amici, a vivere un momento di gioia”.
Conforta che Libera ricordi Matteo Di Candia, come del resto fa sempre con tutte le vittime innocenti di mafia. Il ricordo è far restare viva la memoria di chi è perito per mano della violenza omicida della mafia, segno tangibile di responsabilità e dovere civile della collettività affinché infranga l’omertà e si spezzi la violenza. Solo così, nel caso di Foggia, si otterrà una società migliore.