Giovanni Melillo, detto Gianni
Una lettera che farà discutere e allo stesso tempo rimarrà negli annali storici della Repubblica Italiana e in particolare durante la gestione Meloni, non appagata della sberla referendaria ricevuta dagli italiani.
In sintesi c’è scritto che in Italia c’è «…obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo…» dove «…i nuovi limiti alle intercettazioni danneggiano le indagini…».
A scriverlo è il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo dott. Giovanni Melillo, conosciuto come Gianni, conterraneo foggiano, che il 20 aprile scorso ha inviato al governo e alle Camere.
Di seguito il testo completo dell’articolo pubblicato ieri, 04 maggio 2026, su “il Fatto Quotidiano”.
Una scelta che ha causato un “obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo“, con un effetto “oltremodo grave e allarmante“. E che quindi impone una “urgente necessità di riflessione sulle criticità riscontrate”. Come racconta il Corriere della sera, il procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo ha scritto il 20 aprile scorso a governo e Parlamento chiedendo una marcia indietro su una delle norme approvate negli ultimi anni per limitare le intercettazioni: il divieto di usare i nastri in un procedimento diverso da quello in cui sono stati acquisiti, “salvo che risultino indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza“, mentre prima bastava essere di fronte a un’ipotesi di reato per cui sono consentite le intercettazioni.
Nella lettera, indirizzata ai ministri della Giustizia Carlo Nordio, dell’Interno Matteo Piantedosi e alla presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo (FdI), Melillo denuncia come questa novità, introdotta nel 2023, abbia prodotto “un sostanziale arretramento dell’efficacia dell’azione di contrasto” ai rapporti tra mafia e colletti bianchi. Un vulnus che il magistrato sceglie di segnalare alle “competenti autorità politiche per le valutazioni a loro riservate, in ossequio ai doveri di leale collaborazione istituzionale”. A quanto riporta il Corriere, il procuratore fa un elenco sommario dei reati esclusi dalla nuova norma: “Si va dai più gravi delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, ivi compresi quelli di concussione e corruzione, a tutti i reati in tema di traffico di rifiuti, sino ai delitti di scambio elettorale-mafioso, a quelli di intestazione fittizia dei beni e altre utilità provenienti da delitto e autoriciclaggio, per giungere a tutti i reati finanziari, societari e fiscali che rivelano il loro valore strategico per l’espansione affaristica delle mafie”.
Nelle indagini per tutti questi reati, da quasi tre anni, non è più possibile utilizzare intercettazioni captate in altri fascicoli. Con una serie di paradossi: ad esempio, scrive Melillo, “risulta possibile utilizzare le intercettazioni di altro procedimento per perseguire il delitto di ricettazione di denaro o cose provenienti da rapina, estorsione e furto aggravato ma non per provare delitti di riciclaggio mafioso. Così come possono usarsi nei procedimenti per detenzione di un documento d’identificazione falso, ma non in quelli per scambio elettorale-mafioso”. A causa di questo stato di cose, segnala Melillo, le Procure “si ritrovano sovente costrette a disporre l’esecuzione delle medesime intercettazioni” in più indagini, “con conseguente lievitazione dei costi e dispersione di preziose risorse per lo svolgimento delle attività delegate alla polizia giudiziaria”: il che, sottolinea, contribuisce a causare un “complessivo e progressivamente sempre più grave indebolimento degli sforzi di contrasto dei più pericolosi fenomeni criminali”.
Il tema sollevato dal procuratore potrebbe essere discusso giovedì nella riunione dell’Ufficio di presidenza della Commissione Antimafia. I rappresentanti del M5s nell’organismo, infatti, accusano la presidente Colosimo di aver tenuto nascosta la comunicazione del magistrato, datata 20 aprile: “È gravissimo e inaccettabile che la presidente Colosimo non ne abbia dato notizia alla commissione Antimafia e non abbia affrontato il tema nell’Ufficio di presidenza, tenendosi la lettera nel cassetto. Non c’è da stupirsi, dal momento che è stata eletta proprio per fare da guardaspalle al governo Meloni, per fare il convitato di pietra dinanzi al profluvio di leggi che hanno debilitato gli strumenti di contrasto ai colletti bianchi delle mafie, per impedire qualsiasi indagine sui depistaggi e sui mandanti eccellenti delle stragi del 1992-93 e per dedicarsi a tempo pieno – tra una passerella e l’altra – a tentare in tutti i modi di delegittimare ex magistrati antimafia”, scrivono. Per la deputata Enza Rando, responsabile Legalità del Pd, “le parole di Melillo sono chiarissime”: “Il governo”, chiede, “si assuma la responsabilità di correggere una norma che rischia di compromettere anni di lavoro e di risultati nella lotta alla criminalità organizzata”.
A riportarlo, come anticipato, è “il Fatto Quotidiano“.