Questa appena terminata sul piano operativo, non processuale, è stata un’operazione antimafia di quella che lasciano il segno, di quelle che se ne parlerà a lungo, sia per i nomi degli indagati ed il loro modus operandi e delitti contestati, sia per gli intrecci tra batterie e clan e affari interconnessi, sia per come investigatori e magistratura hanno operato e come procederanno per porre termine, almeno per i reati temporali commessi, ad una piaga che affligge la Capitanata.
Durante la conferenza stampa in Procura, a Foggia, dov’erano presenti le massime cariche nazionali antimafia, è emerso che la mafia della Capitanata, ribattezzata “quarta mafia” che comprende verticisticamente ed in ordine la “società” foggiana divisa in batterie, quella garganica e sipontina, dell’Alto Tavoliere, dell’area Ofantina, tutte divise in clan, come espresso dal procuratore nazionale Antimafia dott. Giovanni Melillo, foggiano, che la situazione a Foggia è «…persino più grave di quella che si rivela nella Sicilia occidentale o in Calabria… Qui non è ancora avvenuta in maniera aperta, definitiva, la rottura del patto di omertà che regge i rapporti tra mafiosi e vittime dei reati prettamente mafiosi. La situazione criminale in questa regione è molto più grave di quella che appare, perché l’espansione affaristica, l’espansione economica, i processi di accumulazione della ricchezza delle mafie foggiane vanno ben oltre i confini della provincia di Foggia, hanno letteralmente invaso le regioni circostanti, Molise, Abruzzo, una parte significativa anche della Campania. Le mafie foggiane partecipano a pieno titolo a processi di riciclaggio e investimento speculativo che arrivano molto lontano. Quando tutto ciò sarà chiaro, probabilmente si farà un passo avanti importante nella comprensione di un fenomeno che è in grado di strozzare letteralmente la vita, non semplicemente la vita economica, la vita sociale, la vita democratica di un’intera comunità».
Un quadro che impone Stato e governo a focalizzarsi sulla Capitanata e metter a punto strategie ancor più stingenti per la criminalità organizzata e sicure per il territorio che da decenni paga tributi non dovuti che inginocchiano letteralmente l’economia locale e la sua crescita, in un limbo torbido tra illegalità e omertà.
Un argomento, peraltro, trattato ogni qual volta nelle sedi istituzionali si parla di legalità ma che nei fatti, sulla carne viva dei cittadini, diventa quella ferita mai cicatrizzata che relega i cittadini nel buio della paura, di parlare, di denunciare, di vivere la città senza guardarsi le spalle. C’è omertà, è vero. Ma c’è anche un’azione poco incisiva sul fronte sicurezza, certificata dalla percezione, seppur le azioni messe in campo dalle Forze dell’ordine sono continue, assicurando criminali alle galere, soggetti che purtroppo si riciclano sfidando e superando, anche anticipando, i tempi dello Stato.
A tal proposito, in conferenza, è intervenuto il dott. Giuseppe Gatti, magistrato della DDA di Bari e grande esperto di mafia foggiana e garganica, affermando, anche a malincuore, che in Capitanata regna la «…tassa di sovranità. Il pizzo -ha proseguito- come certificato di agibilità e tassa di sovranità per permettere agli operatori economici di lavorare. Pizzo che diventa sistema per sostenere cassa comune e finanziare stipendi. Pizzo che tiene viva la lista delle estorsioni. Alcuni nomi di quelle liste sono ancora oggi vittime di estorsioni».
C’è un problema, è evidente. E c’è da decenni. Seppur lo Stato ha “rinchiuso” capi mafia, molti al 41bis, i loro bracci destri hanno proseguito l’azione criminale. E se tra questi c’è chi oggi è in galera, quei soggetti citati prima che purtroppo si riciclano sfidando e superando e anticipando i tempi dello Stato, proseguono i loro affari illeciti, oggi giovani senza criteri, senza regole, sempre più imbarbariti e crudelmente attivi.