Il dato percentuale, anche assoluto, da quest’ultimo referendum è indiscusso: gli italiani con il NO vogliono un cambio della politica italiana, forsanche al governo. Il 53,75%, pari a 14.462.758 votanti su 27.076.846 che si son recati alle 61.533 urne, su 45.946.906 elettori aventi diritto, hanno tracciato quel che probabilmente avverrà verso la metà della stagione 2027, quando si dovrà scegliere il nuovo parlamento. E il dato più confortante è che alle urne si son recati molti giovani, desiderosi di cambiamento e maturità politica, senza contare quelli fuori sede “costretti non democraticamente” da questo governo al non voto.
Per la cronaca, per restituire dovutamente il dato complessivo a chi non ce l’ha fatta, il Si è fermato al 46,25%, pari a 12.447.077 votanti, mentre chi ha preferito astenersi son stati 59.875 con la scheda bianca, le contestate 263, le nulle 106.873 (tutti dati Eligendo per evitar equivoci).
Come ha ben scritto Travaglio nel suo editoriale “A saperlo prima”, dopo l’esito referendario, questa tornata ai seggi si poteva tranquillamente etichettarla “chi volete al governo?”.
L’uscita di scena della Bartolozzi prima, di Delmastro poi, a seguire della Santanchè (in transatlantico voci di corridoio bisbigliano che sia stato Delmastro a volerlo), codazzo ultimo Gasparri, sono solo i nomi dell’élite della Meloni fino ad ora caduti, dopo numerosi inciampi, sempre soccorsi e sorretti dalla attuale Primo Ministra. Forse non saranno gli ultimi con un Tajani ringalluzzito che avverte di lasciar tutto se cambierà anche il capogruppo alla Camera. Certo è che chi sperava l’uscita di scena di “Miss Bau Bau” rimarrà deluso: chi la sposta dalla sua cuccia, anche perché le scartine di tempi definiti non se le fila nessuno. Piuttosto sarebbe responsabile (termine improprio a questi Fratelli-serpenti d’Italia) rivedere la leadership piemontese per affari non chiari.
Tuttavia, se la politica è trasparenza, e molte volte non lo è, a rimetterci le penne doveva essere in primis Nordio, co-artefice della riforma insieme alla Meloni e vertice di quel dicastero che riguardava il referendum. Sta di fatto che la sua permanenza confuterebbe altre manovre sul tema giustizia, lo può fare, è il ministro, presentando, sempre con la “Giorgia destra nazionale”, decreti leggi che passerebbero approvati da una maggioranza parlamentare che ancora c’è: il premierato è uno di questi, come pure una legge elettorale che nei numeri esautorerebbe la territorialità di chi ci rappresenta in Parlamento.
Intanto la sberla europea l’ha incassata, con la bocciatura sulla legge che annulla l’abuso d’ufficio, una “Caporetto”; entro due anni si dovrà rimediare, ripristinando quell’abuso e sicuramente, si spera, sarà compito di un governo lontano mille miglia da questo nazionalista e sovranista di cartapesta esposto alle variazioni d’umore trumpiane.
Ancora un anno, e la Meloni regge, e le urne ci rivedranno. Questa volta, però, non per difendere la nostra Costituzione Italiana e i suoi padri costituenti, non per portare alla luce la polvere nascosta sotto il tappeto della destra, uno zerbino per esser precisi, bensì per riportare la barra dritta di un’Italia che tra proclami economici ed energetici mai mantenuti, confini che dovevano esser protetti, maggiore sicurezza interna che ad oggi ha prodotto solo più crimini, vorrà essere governata da chi ha davvero la testa sulle spalle proprie e non su quelle a stelle e strisce.
Sarà anche la volta per capire chi da saltimbanco ritenterà di salire, anche nuovamente, sul carro vincente. Un test per tanti affaristi della politica, perché chiamarli politici disonora chi lo è e chi lo è stato davvero. Personaggi che cercano quel salvagente griffato maggioranza che li manterrebbero a galla, come Di Pietro sempre in controtendenza con la sua storia ideologica. O come l’eterno cercatore di pirite Calenda pur di avere una poltrona a Montecitorio. O il solito Renzi, un po’ di qua, un po’ di la, purché se campa, sulle spalle degli italiani ovviamente. Tutta zavorra che va lasciata nel suo infinitesimale orticello.
Sarà anche la volta per ridare credibilità ai nostri apparati di sicurezza, quei Servizi Segreti sempre più uffici di collocamento che di reclutamento sul campo almeno per la parte tattica e operativa, che da quattro anni sembrano “sprovveduti” e al servizio di chi indebitamente crede di farli e disfarli, di assegnarli compiti più di spionaggio alla libera informazione che alla sicurezza nazionale. In altre parole e senza girarci attorno, il 2027 dev’essere l’anno della quiescenza di sottosegretari dallo “sguardo occhialuto e capello bianco” fuori dalla democrazia, di colui che tra cavilli e informative secretate ha permesso ad Almasri di ritornare a casa in pompa magna, ridicolizzando un intero Paese che da sempre ha combattuto, giudicato e condannato assassini, stupratori, criminali.
E chissà sia anche la primavera per la libertà di stampa, ovviamente nei confini legali e deontologici, oggi assediata da giornalisti servi alla Meloni, un esercito di “obbedisco” e “me ne frego” molti dei quali ex parlamentari voltagabbana che hanno invaso spazi un tempo democratici.
Ciononostante sotto quel tappeto, meglio ricordarlo come zerbino, è rispuntata polvere vecchia, mai rimossa, che oggi tenta di spargersi per il Paese. Quella forzista che ha ristabilito reminiscenze di un’Italia che vuol dimenticare ma che il potere, cespuglioso e con fronde piduiste mal tagliate per il “Piano di Rinascita Democratica”, rimette in gioco. Il tentativo di riformare la giustizia è la conferma di sogni, segni e progetti che questo governo avrebbe voluto trasformare in leggi.
È andata male. Il Popolo Italiano s’è destato. E quel “Si” alla fine dell’Inno andrebbe ricantato, inneggiato.
Berlusconi-Craxi il binomio ristabilito, non con Silvio e Bettino, con Marina e Stefania. E dire che Di Pietro lo aveva sgretolato per poi oggi crociare un SI per ridargli vigore, seppur perdente sul piano riformista.
A volte ritornano, sperando di riprendersi quella scena che da tempo è declassata da chi oggi ci governa. Rimarrà tale perché, checché se ne dica, i numeri le danno ragione, per la parte politica che le riguarda, non per l’intero Stivale.
Polvere, non di stelle (quelle che con altri del campo largo dovrebbero risplendere), che il tappeto rimosso non potrà più nascondere e che gli italiani preferiscono buttarla a mare, come le ceneri di un defunto.
E il mare, alla fine, restituisce tutto, ma putrefatto.
Ad Maiora!
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