Il governo Meloni rilancia la riforma del sistema di voto. Cosa cambia, perché conta e chi protesta.
C’è una legge che vale più di tutte le altre. Non perché sia la più lunga o la più complicata, ma perché decide come i voti dei cittadini si trasformano in seggi in Parlamento — e quindi in potere. Si chiama legge elettorale, e non è un caso che, quasi ad ogni cambio di legislatura, i partiti al governo cerchino di modificarla. Chi governa ha tutto l’interesse a costruire regole che favoriscano sé stesso o la propria coalizione. È una dinamica vecchia quanto la democrazia.
Oggi, con il testo depositato alla Camera noto come Stabilicum, siamo di nuovo a quel bivio.
Prima di tutto: come funzionano i sistemi elettorali?
Per capire cosa cambia, occorre partire da una distinzione di base.
Sistema maggioritario: vince chi prende più voti nel proprio collegio, anche solo un voto in più dell’avversario. Favorisce la stabilità e i governi forti, ma penalizza le minoranze. Il caso classico è il Regno Unito.
Sistema proporzionale: ogni partito ottiene tanti seggi quanti sono proporzionali ai suoi voti. Se un partito prende il 20% dei voti, ottiene circa il 20% dei seggi. Rappresenta meglio la varietà politica, ma può rendere più difficile formare maggioranze stabili.
Sistema misto: combina i due. L’attuale Rosatellum — la legge in vigore dal 2017 — è un esempio: una quota di seggi viene assegnata con il maggioritario (in collegi dove vince chi arriva primo), un’altra quota con il proporzionale.
Lo Stabilicum abbandona il modello misto e torna a un sistema proporzionale, ma con un importante correttivo: un premio di maggioranza.
Cos’è lo Stabilicum e come funziona
Il testo depositato alla Camera dalla maggioranza di centrodestra prevede, in sintesi:
– Un sistema proporzionale di base, con soglia di sbarramento al 3% per le singole liste.
– Un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che supera il 40% dei voti a livello nazionale. Con questo meccanismo, la coalizione vincente potrebbe arrivare fino al 60% dei seggi — una quota che garantisce la maggioranza assoluta in modo solido.
– Se nessuno supera il 40%, ma almeno due coalizioni si attestano tra il 35% e il 40%, scatta un ballottaggio tra le prime due. È questa la clausola più identitaria della riforma, fortemente voluta da Fratelli d’Italia.
– Niente nome del candidato premier sulla scheda: ogni coalizione lo comunica al Viminale insieme al programma, ma la decisione finale spetta al Presidente della Repubblica, come prevede la Costituzione.
– Liste bloccate, senza preferenze.
– Eliminazione dei collegi uninominali presenti nel Rosatellum.
Il voto di preferenza: ce l’hai o non ce l’hai?
Questa è la questione che tocca più da vicino i cittadini, anche se spesso passa inosservata.
Quando si parla di voto di preferenza, si intende la possibilità, per l’elettore, di scrivere sulla scheda il nome di un candidato specifico all’interno della lista del partito prescelto. In questo modo, è il cittadino a scegliere chi mandare in Parlamento.
Con le liste bloccate — come nel Rosatellum attuale e come nello Stabilicum — l’ordine dei candidati viene stabilito dal partito prima delle elezioni. L’elettore vota il simbolo, ma non sceglie le persone. Chi è in cima alla lista viene eletto quasi certamente; chi è in fondo, quasi certamente no. In pratica, sono i vertici del partito a decidere chi entra in Parlamento.
Il dibattito su questo punto è aperto e legittimo: c’è chi sostiene che le preferenze favoriscano il clientelismo e la compravendita di voti; c’è chi replica che le liste bloccate svuotano il rapporto tra eletto ed elettore, trasformando i parlamentari in «yes men» dei leader di partito.
Una parte di Fratelli d’Italia spinge per reintrodurre le preferenze nello Stabilicum, ma il vicepremier Antonio Tajani ha dichiarato, interpellato alla Camera, che il testo della legge non le prevede, pur riconoscendo la sovranità dell’Assemblea di modificarlo durante l’iter parlamentare. La Lega si è opposta con fermezza alla reintroduzione delle preferenze.
Le fratture nella maggioranza e l’allarme dei costituzionalisti
L’11 maggio 2026, i leader della coalizione di governo — la premier Giorgia Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il presidente di Noi moderati Maurizio Lupi — si sono riuniti a Palazzo Chigi insieme ai rispettivi collaboratori tecnici per tentare di ricucire le divergenze interne. I nodi principali erano tre: le liste bloccate senza preferenze, l’entità del premio di maggioranza e l’abolizione degli uninominali.
Mentre la maggioranza cerca una linea comune, dal mondo accademico è arrivata una critica di peso. Centoventi professori di Diritto costituzionale — a cui si sono aggiunti magistrati e giornalisti — hanno firmato un appello pubblico, definendo lo Stabilicum «gravemente lesivo dei valori costituzionali». Secondo i firmatari, il testo presenta tre criticità principali: il rischio che il premio di maggioranza risulti eccessivo, arrivando fino al 60% dei seggi e incidendo sulle «maggioranze di garanzia» previste dalla Costituzione; l’incompatibilità del meccanismo con il bicameralismo; e l’indicazione preventiva del candidato premier, che secondo loro configurerebbe un «premierato di fatto» per via elettorale.
«È grave il fatto che ancora una volta si vogliano modificare le regole elettorali quasi alla vigilia del voto», si legge nell’appello, che denuncia anche il rischio che meccanismi come le liste bloccate e un premio «abnorme» possano aumentare l’astensionismo anziché contrastarlo.
Cosa succede adesso
Il testo è all’esame della commissione Affari costituzionali della Camera. L’iter parlamentare è aperto, e alcune correzioni — sulle dimensioni dei collegi, sulle modalità del listino premio, e potenzialmente sulle preferenze — potrebbero ancora essere introdotte in Aula. La parola finale spetterà ai parlamentari, e il percorso della riforma sarà probabilmente lungo e contrastato, anche alla luce del possibile vaglio della Corte costituzionale.
Ma c’è una domanda che vale la pena farsi, mentre seguiamo tutto questo. Maggioritario, proporzionale, misto, premi, ballottaggi, liste aperte o bloccate: di sistemi elettorali ne abbiamo cambiati tanti, in questi decenni. Eppure, qualunque sia il meccanismo con cui vengono eletti, molti di quelli che arrivano in Parlamento finiscono per guardare nella stessa direzione: quella dei grandi poteri finanziari, delle istituzioni sovranazionali, delle agende che vengono da lontano. Allora la domanda è lecita: se cambi le regole del gioco ma i giocatori continuano a giocare per lo stesso padrone, per il cittadino comune, in fondo, cosa cambia davvero?
fonte: byoblu.com