[I BR Alessio 'Camillo' Casimirri e Alvaro Lojacono]
Se ad oggi ci sono molte nubi intorno al sequestro del Pres. della DC Aldo Moro, l’eccidio della sua scorta, la sua prigionia e assassinio delle BR, un passo alla volta si schiariscono eventi ed azioni che sono stato oggetto di studio, revisione e riascolto di molti protagonisti di quegli anni da parte della seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul Caso Moro.
Difatti, la Camera dei Deputati, esaminata la Relazione della Commissione (Doc. XIII, n. 29), approvata il 6 dicembre 2017, ha riconosciuto che l’inchiesta parlamentare ha apportato nuovi e significativi elementi utili ai fini di una complessiva ricostruzione del delitto Moro, evidenziando anche i limiti delle precedenti ricostruzioni definitesi in sede giudiziaria e di inchiesta parlamentare, pertanto rendendo opportuno che la vicenda possa essere conosciuta e studiata nella maniera più approfondita e completa, anche attraverso documentazione precedentemente non disponibile o classificata.
È una vittoria per la verità, sperando che quella negata presto venga riconosciuta. Ma qui entrano in ballo “poteri” istituzionali, chi ancora in vita, chi no.
Tra le tante “verità negate” c’è quella sulle responsabilità del brigatista rosso Alessio Casimirri, detto con il nome di battaglia Camillo, romano di 68 anni, figlio di un notabile Vaticano. I fatti dichiarano che Casimirri fu condannato all’ergastolo per il rapimento e la morte dello statista DC e l’uccisione degli uomini della scorta nell’agguato di via Fani. L’ergastolo comprendeva anche altri fatti di sangue. Sempre i fatti affermano che il brigatista lasciò l’Italia poco tempo dopo il sequestro di Moro, stabilendosi in Nicaragua tra il 1982 e il 1983, proprio durante il regime sandinista, per poi diventare il 10 ottobre del 1988 cittadino del Paese centroamericano. Qui, assieme ad altri italiani, aprì un ristorante a Managua sotto il falso nome di Guido de Giambattista Alessio “Camillo” Casimirri assieme ad Alvaro Lojacono che partecipò alla strage di via Mario Fani, è l’unico brigatista a non essere stato assicurato alla giustizia per il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro.
Brigatisti “mordi e fuggi” o solo di supporto o lì proprio per far numero oltre a quello affollato da “altre persone”? Mordi e fuggi non proprio per la loro appartenenza più che comprovata, sicuramente rafforzante per il gruppo di fuoco solo per quel 16 marzo 1978.
Eppure, dagli atti della Commissione emerge che il Casimirri fu visto in Italia prima della latitanza in Nicaragua, riuscendo più volte ed in maniera rocambolesca a sfuggire alla cattura. A confermarlo è Mario Cherubini, ex gendarme del Vaticano, che durante in uno dei suoi servizi di gendarmeria riconobbe per strada, nei dintorni di San Pietro, il Casimirri, già latitante, dapprima cercando di fermarlo per poi corrergli dietro, senza riuscire a catturarlo ed arrestarlo. Ora, il cognome Cherubini fa sorgere curiosità per chi legge. Ed è così, perché Mario Cherubini è il papà di Lorenzo Cherubini, artisticamente conosciuto come Jovanotti. Ed è proprio il cantante a confermare la conoscenza del Casimirri, dichiarando che quando era piccolo, a metà degli anni ’70, la famiglia del brigatista, il padre Luciano Casimirri e la madre Maria Ermanzia Labella, erano soliti trascorrere serate in compagnia dei Cherubini nella casa di campagna a Monterotondo, raccontando al piccolo Jovanotti le avventure subacquee del figlio, mostrando finanche i trofei di pesca conservati nella loro abitazione.
Comunque, per chi volesse approfondire l’attività della Commissione parlamentare sul Caso Moro può visitare il web site www.gerograssi.it, troverà documenti interessanti e inediti.
Ad Maiora!
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