La prima foto scattata dalle Brigate Rosse il 19 marzo 1978 [fonte: www.fabioruini.eu]
Il 29 maggio 1979 si parlò tanto di una lista segreta contenente molti nomi di brigatisti. Ne erano elencati più di 90, tra cui spiccavano due nomi, quello di Faranda Adriana e Morucci Valerio.
Oggi l’ANSA riporta alcuni particolari, che riportiamo di seguito, e che sono alcuni stralci dell’audizione che la Faranda ha rilasciato alla Commissione parlamentare sul Caso Moro.
Comunicato ANSA (Roma, 11 lug2017)
Nessuna lista segreta o suscettibile di letture diverse: quella trovata a viale Giulio Cesare il 29 maggio del 1979 e che conteneva i nomi di oltre 90 Br con anche il nome di battaglia non era una schedatura che Adriana FARANDA e Valerio Morucci avevano realizzato dopo la rottura con le Br e la loro fuoriuscita traumatica dopo una sorta di “confino” in una base della organizzazione in Umbria. Il chiarimento, dopo che la questione era stata posta, senza una risposta adeguata a Valerio Morucci alcune settimane fa, è arrivato oggi durante la prima tranche della audizione di Adriana FARANDA, una delle poche ex Br che ha accettato di rispondere alle domande della Commissione Moro. “Era un elenco che era arrivato a me da qualcuno e che mi si disse provenire da un commissariato da cui era stato sottratto. Serviva a capire cosa la polizia sapesse della struttura per avvertire eventualmente dei rischi che stavano correndo i compagni che erano stati individuati”. La questione non ha tuttavia convinto oltremodo il Presidente della Commissione Moro, Giuseppe Fioroni, che ha fatto notare che è inconsueta un elenco con anche i nomi di copertura in un semplice commissariato di polizia poco dopo l’uccisione di Aldo Moro quando ancora delle Br, della sua struttura, articolazione e composizione non si sapeva moltissimo”. Per il resto Adriana FARANDA ha riproposto la linea ben conosciuta di un omicidio arrivato perché’ la Br non credevano più a nessuna possibile svolta che concedesse loro, implicitamente o ancor meglio, esplicitamente, un riconoscimento.” Fino all’ultimo si è sperato che lo stesso Moro potesse spostare, spaccare il fronte della fermezza. Noi non eravamo dei gran politici ma dei ragazzi, mediamente intelligenti, e un po’ sprovveduti che hanno fatto una cosa di cui non avevano valutato in pieno la valenza e le conseguenze. Il segnale decisivo che fece propendere per la scelta di procedere nella uccisione, già decisa con il nono comunicato delle Br il 5 maggio, fu la “deludente” dichiarazione di Bartolomei che doveva spianare la strada alla apertura di Fanfani alla direzione Dc del 9 di maggio. Dipendevano da quelle parole la possibilità di liberare Moro. E non bastarono”. Una novità è stata la notizia che il “via libera”, oltre che da tutti i componenti regolari e irregolari delle Br, arrivò anche dai “compagni in carcere. A noi fecero sapere che si doveva andare avanti tranquilli. ‘Fate quello che dovete fare, noi, in carcere, ce la caveremo”.
FARANDA, ossessione per verità, “non finirà mai” (Roma, 19 lug. Adnkronos)
“L’ossessione della verità che dobbiamo raggiungere non finirà mai, sia chiaro, come è successo per il quarto uomo, per Germano Maccari”. Dopo aver risposto, per circa un’ora, alle domande della Commissione Moro, guidata dal presidente Fioroni, Adriana FARANDA, nel sequel della sua audizione a San Macuto, si ferma un momento, chiarendo il suo pensiero. Prima proprio su Maccari aveva detto, rispondendo alla prima domanda sul brigatista identificato nel ’93: “Confermo di aver sentito che anche lui sparò a Moro”, ma non dai diretti protagonisti dell’omicidio, “forse da Morucci”. Sul 9 maggio, il giorno della morte di Moro e della R4 a via Caetani FARANDA risponde con difficoltà. “Di quei momenti – dice – ricordo le emozioni forti, non i tempi, Valerio, che era contrario all’uccisione di Moro dovette fare quella telefonata, una telefonata straziante” a Franco Tritto, per dare la notizia della morte di Moro e del corpo abbandonato al centro di Roma. “Valerio uscì presto, il 9 maggio, intorno alle 7.30, per spostare la macchina che era stata lasciata a via Caetani, messa lì per poter ‘parcheggiare’ poi la R4 con il corpo di Moro”, ricorda la donna, ai tempi compagna del brigatista romano, poi lo rividi “intorno alle 10.30-11.00, nei pressi della Piramide”. FARANDA viene sollecitata a parlare del memoriale ‘Morucci-FARANDA’, che ricostruisce la vicenda dei 55 giorni. “Il nostro memoriale noi non lo demmo ai magistrati, nell”86, per non divenire, di fatto, collaboratori di giustizia, lo elaborammo per suor Teresilla, forse fu una furbata, ma con Valerio, alla fine, decidemmo che era un rischio da correre”, ricorda parlando di un testo che chiamava in causa anche altri Br. Quel memoriale arrivò a Cossiga, con tanto di dedica da parte di Morucci “solo per te, presidente”. “Poi uscì la legge sui dissociati, ma era frutto di mille cose, non solo del memoriale che avevamo fatto noi”, conclude FARANDA.
GRASSI (PD): «A settembre proseguirà audizione di Adriana Faranda (Roma, 19 lug. OmniRoma)
“Oggi abbiamo ascoltato la seconda testimonianza dell’ex Br Adriana FARANDA, la ‘postina’ del caso Moro insieme a Valerio Morucci. A settembre ci sarà una nuova audizione. Fino ad ora è emersa la conferma del ruolo di fiancheggiatori svolto dai gestori dell’AUTOCIA, emerso per la prima volta nell’istruttoria della nostra Commissione. Secondo le nostre ricerche, i gestori dell’AUTOCIA, che non avevano i conti in ordine con la giustizia, hanno collaborato con la Digos alla cattura di Morucci e FARANDA, in cambio dell’alleggerimento della loro posizione. Parallelamente la Mobile aveva aperto con i due una trattativa per la loro consegna. Prova ne è il documento sequestrato nell’appartamento che li ospitava in via Giulio Cesare e che conteneva i nomi e gli indirizzi di 90 terroristi. Adriana FARANDA sostiene che si tratta semplicemente di un elenco rubato da qualcuno in un commissariato. Ma non è credibile che un semplice commissariato potesse avere una carta così importante. Per noi, dunque, questo aspetto resta da chiarire”. Lo afferma in una nota Gero Grassi, componente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro, il quale aggiunge: “Adriana FARANDA ci ha detto che due funzionari di Mobile e Digos litigarono in auto, subito dopo il suo arrestato, perché uno di loro non voleva portarla in Questura ma in un luogo meno esposto: questo conferma la nostra analisi sull’azione non coordinata dei due gruppi”
Comunque, per chi volesse approfondire l’attività della Commissione parlamentare sul Caso Moro può visitare il web site www.gerograssi.it, troverà documenti interessanti e inediti.
Ad Maiora!
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