9 maggio 1978 La Renault 4 con lo sportello posteriore aperto e quello posteriore ancora intatto. [foto ANSA]
Nuovi scenari sul Caso Moro. A riaprirli è la seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul Caso Moro in merito a due perizie che nei fatti ribalterebbero le tesi fino ad ora conosciute, nella sostanza, in quella ricostruita in modo maniacalmente certosina dalla Commissione, smentirebbero quanto detto e ricostruito dalle Brigate Rosse.
«Il libro “Morte di un Presidente”, scritto dal giornalista Paolo Cucchiarelli, contiene tra l’altro due perizie depositate in Commissione Moro/2 insieme a tante novità: quella balistica del perito Gianluca Bordin e quella medica del prof. Alberto Bellocco, relative al decesso di Aldo Moro. Contengono rivoluzionarie verità a suffragio di alcune tesi da noi pubblicamente sostenute nel tempo», è quanto ha affermato l’on. Gero Grassi, vicepresidente del Gruppo Pd alla Camera e componente della suddetta Commissione.
Difatti, nelle perizie svolte e depositate in Commissione il prof. Bellocco e il perito balistico Bordin provano che l’ora del decesso, differentemente da quanto sostenuto dalle BR e dalla perizia svolta successivamente il loro arresto, è riconducibile alle 04:35 del 9 maggio 1978. Mentre per la direzione dei proiettili che uccisero Moro, le perizie dimostrano che l’assassino era accanto al conducente dell’auto e che Aldo Moro era seduto dietro il conducente.
A ciò, Gero Grassi sostiene che: «È impossibile che il Presidente Moro sia sdraiato nel bagagliaio, come sostengo da oltre due anni, in quanto sono presenti tracce ematiche sul lato interno del finestrino laterale posteriore sinistro e sul tettuccio interno, a livello del sedile posteriore dell’autoveicolo. Analogamente è inspiegabile il ritrovamento sul corpo di Moro, tra la camicia ed il gilet, di fazzoletti di carta, atti a tamponare la fuoriuscita di sangue. Esiste una assoluta discrepanza tra i fori di ingresso e i proiettili usciti o ritenuti. Se ne deduce che i colpi non furono 11, come sostenuto da tutti sinora, ma 12 e che il dodicesimo colpo potrebbe trovarsi ancora nel corpo di Moro. Un accertamento che può essere effettuato semplicemente da un esame radiografico che al tempo fu realizzato, ma che non risulta agli atti».
Per quanto riguarda le armi utilizzate per assassinare Moro, sempre dalle attuali perizie, sarebbero state una pistola mitragliatrice cecoslovacca Skorpion ed una pistola Walther PPK/S.
«All’epoca non fu realizzata una perizia comparativa rigorosa fra i reperti rinvenuti sulla scena del crimine ed i test sparati dalle armi. Resta il dubbio che le armi individuate come reali siano state veramente quelle utilizzate per sparare», quanto ha sostenuto l’on Grassi.
Dalle perizie si evince che le sequenze di sparo sono state tre. Il Pres. Aldo Moro fu colpito da due distinte sequenze a colpo singolo: 4 colpi e poi ancora 4 colpi sparati con la mitraglietta. Dopo solo colpi singoli, tre con la Skorpion ed uno con la pistola Browning. Prove inconfutabili dai reperti balistici rinvenuti sulla scena del crimine e dopo l’autopsia, che provano i 9 bossoli ed 11 proiettili che colpirono Moro. Tuttavia, nei reperti mancano 3 bossoli ed un proiettile per completare il numero.
Sempre secondo l’on. Gero Grassi: «La piantina della vettura con la dislocazione dei reperti è errata. La perizia dell’epoca riporta in posizione errata 7 reperti su 10 e gli stessi periti parlano di depistaggio. La ubicazione nella parte anteriore dell’auto dei bossoli 7,65, sparati dalla Skorpion non è logica e provata. Il corpo di Moro non può, in base alle perizie, essere attinto dai colpi nella posizione in cui è ritrovato nel bagagliaio. Moro è in posizione diversa rispetto a quanto detto dalle perizie dell’epoca, il suo corpo è stato spostato almeno due volte. L’arma che uccide Moro ha il silenziatore ed i brigatisti non sanno dire il numero esatto dei colpi silenziati sparati. Moro dopo la sparatoria si accascia sul suo fianco destro. A questo punto, ancora vivo è tirato fuori dall’abitacolo e spostato nel cofano. Nello spostamento dal corpo cadono evidenti macchie di sangue, ancora oggi visibili sul paraurti della Renault 4. Moro vivo è disteso nel cofano della Renault ed avvolto in una coperta. Continuano i colpi: altri due, uno dalla mitraglietta Skorpion e l’altro dalla Browning. Il libro di Cucchiarelli racconta tante altre cose terribili ma possibili. Qui ci preme sottolineare ancora alcune osservazioni. Come mai in tanti si sforzano di spiegarci da tempo che sull’eccidio di via Fani e sull’omicidio Moro si sa tutto? Lo fanno molti dei protagonisti e quindi difendono la verità o le proprie inadempienze e le proprie complicità?».
È la ricostruzione fatta da Grassi in base alle perizie, di Bordin e Bellocco che, contestualmente al lavoro giornalistico svolto da Paolo Cucchiarelli, nei fatti e con prove smentiscono ciò che i brigatisti hanno confessato, ponendo in risalto ancora una volta le menzogne che hanno raccontato e, nella sostanza, tutto quello che realmente è accaduto sia durante il rapimento di Moro, dell’eccidio della sua scorta, dei 55 giorni di prigionia e sulla morte dello statista della DC.
«Bugie delle Brigate Rosse che non riescono nemmeno a raccontare la verità sull’omicidio. Vuoi vedere che ha ragione Ettore Bernabei, mitico presidente della Rai, quando pubblicamente afferma che “quei quattro straccioni delle brigate rosse non sono stati i protagonisti del caso Moro”. Oppure ha ragione il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro quando il 25 maggio 1998, all’Università di Bari e il 19 giugno 1998 alla Commissione Stragi, sostiene che “Gli uomini delle BR non furono altro che colonnelli e non strateghi dell’Antistato”» ha chiosato Grassi.
Comunque, per chi volesse approfondire l’attività della Commissione parlamentare sul Caso Moro può visitare il web site www.gerograssi.it, troverà documenti interessanti e inediti.
Ad Maiora!
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