16 marzo 1978, Via Mario Fani, Roma. Rapimento dell'on. Aldo Moro e uccisione della sua scorta [foto: ANSA]
Dopo le testimonianze fatte alla seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul Caso Moro sulla presenza in via Mario Fani di una Fiat 128 familiare bianca con targa CD, e dopo accurate analisi di riscontri dei verbali in possesso della stessa Commissione, vien naturale ricostruire la storia dell’auto e della targa CD. Un dato è stato accertato: sia l’auto che la targa utilizzate sono state rubate.
Sarà un racconto lungo, ma val la pena leggerlo tutto.
La targa, ricostruiamo i fatti
La Fiat 128 familiare bianca, la cui vera targa è in realtà Roma R71888, è stata sottratta tra le ore 19:00 e 19:30 dell’8 marzo1978 al sig. Nando Miconi che l’ha momentaneamente lasciata in sosta in doppia fila, con le chiavi inserite, davanti al suo negozio “di carta da involgere”, ubicato in via degli Scipioni n° 48 a Roma. Dato che emerge dai riscontri dalle forze dell’ordine, previa denuncia.
Mentre la targa “CD – Corpo Diplomatico” montata sulla Fiat 128 familiare bianca, era per esteso CD 19707 ed è stata rubata l’11 aprile 1973 dalla Opel Kadett, di proprietà di Arquimedes Alcalà Guevara, addetto militare dell’Ambasciata del Venezuela a Roma.
Dopo tre anni, il 3 maggio 1976, il Ministero dei Trasporti, a seguito di un’attività di riordino ed ammodernamento delle targhe, ha riemesso la stessa targa (CD 19707) però di nuovo tipo, in plastica e formato rettangolare, non più quadrato e consegnato la stessa al personale dell’ambasciata del Venezuela. La nuova targa è quindi stata associata ad una FIAT 124 Berlina intestata al dr. Heliodoro Claverie Rodriguez, addetto agricolo dell’ambasciata.
Nella comunicazione inviata il giorno stesso alla Questura, al Ministero dell’Interno, al Ministero della Difesa e a quello degli Affari Esteri, il Ministero dei Trasporti segnala che “…la targa CD19707 di vecchio tipo in metallo dovrà ritenersi abusiva”.
Dopo quasi due anni, il 26 gennaio 1978, l’ambasciata del Venezuela, restituisce le targhe CD19707 (modello nuovo rettangolare in plastica) e la carta di circolazione dell’autovettura al Ministero dei Trasporti che pertanto provvede “ad annullare detto numero di targa” e nello stesso giorno a darne comunicazione al Ministero degli Affari Esteri, della Difesa e dell’Interno.
Poi le targhe (modello nuovo rettangolare in plastica) furono ritirate e conservate in un armadio presso il Ministero dei Trasporti e dopo l’agguato furono esibite agli inquirenti e tenute a disposizione dell’autorità giudiziaria.
Dubbi e domande
Per quale motivo i terroristi decisero di utilizzare una targa così inusuale, come quella del corpo diplomatico, che senza ombra di dubbio da nell’occhio rispetto ad una targa normale?
Come fecero i terroristi a muoversi tranquillamente. In auto per giorni e giorni per tutta Italia, compiendo manovre azzardate ed anche parcheggiare in divieto (si legga il paragrafo successivo), senza essere fermati o intercettati? Un dato balza all’occhio ed è quello che la targa di vecchio tipo è rubata e abusiva, mentre quella di nuovo tipo è stata annullata. Pertanto, avrebbero goduto di qualche immunità o lasciapassare?
Alcune testimonianze nei giorni precedenti il rapimento di Moro e l’assassinio della scorta
Proviamo a metterci nei panni del gruppo delle BR che rapirono il presidente Aldo Moro e assassinarono la sua scorta. Senza ombra di dubbio, per come intendevano l’agguato, le BR stavano preparando il colpo del secolo. Loro possiedono l’auto rubata, pronta per l’attentato con una targa rubata (dal 3 maggio 1976 da ritenersi abusiva e dal 26 gennaio 1978 pure tolta dagli archivi delle auto regolarmente circolanti, non dimentichiamo mai questo particolare). Con quell’auto potrebbero essere stati fermati per un controllo e, perciò, arrestati seduta stante. Oppure circolando avrebbero potuto fare un semplice incidente e far saltare tutto il piano. La logica vorrebbe che l’auto utilizzata doveva sostare in un garage e poi utilizzarla solo il giorno dell’attentato. Non fu così!
Testimonianza 1. Il 23 febbraio 1978 i coniugi Candido Fortuni e Giuseppa Bentivoglio videro che: «Mentre percorrevamo Via Mario Fani, una macchina 128 Fiat targata CD, fece una manovra spericolata di frenata ponendosi per traverso a poca distanza dalla nostra macchina, tanto che mio marito per poco riuscì ad evitare l’impatto. Mio marito si adirò per questo fatto e malgrado le mie esortazioni a lasciar perdere inseguì quella macchina, la quale ripeté la stessa manovra qualche centinaio di metri dopo. L’auto aveva a bordo un uomo ed una donna. Quando, attraverso la stampa e la televisione, venni a sapere dell’attentato di via Mario Fani e della macchina 128 Fiat, collegai subito tale macchina con quella da noi vista e commentai con mio marito: stavano facendo le prove già da un mese prima». A questa te3stimonianza si aggiunge quella del marito, il sig. Candido, precisando che «la targa iniziava con CD19… (non ricorda il seguito della targa, nda.), aveva sull’occhiello del numero 9 una scrostatura, tanto che vidi il fondo metallico della stessa».
Testimonianza 2. In un giorno di marzo, prima della strage di via Mario Fani, il sig. Roberto Tersigni ricorda che: «Per recarmi al Policlinico, ove lavoro quale medico, verso le ore 8, percorrevo a bordo della mia macchina Corso Italia proveniente da Piazza del Popolo. All’altezza di Porta Pia, nel tratto scoperto del sottopassaggio, sorpassai un’autovettura di media cilindrata la cui targa era CD. La vettura in questione poteva essere una Fiat 128 ovvero una Fiat 130. Il colore era chiaro. In detta autovettura ci erano 4-5 persone di cui una era donna. Due o tre di queste erano vestite in bleu e pensai che fossero dei piloti dell’Aeronautica civile».
Testimonianza 3. Tra il 6 e l’8 marzo 1978, l’avvocato Pasquale Cippone, ricorda che a «Roma verso le ore 12 due individui uscivano dall’ingresso di una sede diplomatica dell’Ambasciata che poi in seguito ho appreso essere quella dell’Iraq, e salivano su una Fiat 128 bianca familiare targa CD1… (anche qui non ricorda il seguito della targa, nda.). Ciò che mi colpì fu l’aspetto poco diplomatico dei due individui».
Le tre testimonianze appena riportate sono datate precedenti il furto dell’auto poi utilizzata nell’agguato di via Mario Fani (si ricorda che il furto avvenne tra le ore 19:00 e 19:30 dell’8 marzo 1978). Due sono le ipotesi che sorgono spontanee: la prima che potrebbe essere un errore dei testimoni nel ricordare la data dell’avvistamento, la seconda che la targa CD potrebbe essere stata montata su altra Fiat 128 bianca, anch’essa del tipo familiare.
Testimonianza 4. Il sig. Roberto Farsetti riferisce che o il 9 o il 10 marzo 1978, non ricorda bene il giorno, vide che: «Verso le ore 17 ha notato in Siena un’auto Fiat 128 bianca tipo familiare targata CD19707. Non avendo mai visto una targa simile l’avevo annotata su una scatola di fiammiferi Minerva. A bordo del mezzo c’era un giovane sui trent’anni».
Testimonianza 5. È l’11 marzo del 1978 e il sig. Vincenzo Mannino, amico del Farsetti, ricorda che a: «Siena… ricordo che allorquando il Farsetti me ne parlò la prima volta, io dissi a costui che anche a me era parso di vedere una Fiat 128 Familiare, di colore bianco sporco, con targa Corpo Diplomatico, verso le ore 19 in via Fiorentina. L’auto marciava in direzione Siena centro».
Testimonianza 6. Due giorni dopo, il 13 marzo 1978, i sigg. Luigi Botticelli e Lorenzo Ferragamo (militari in servizio di leva presso il 10° Battaglione Trasmissione Lanciano di stanza in Via Trionfale), videro che a: «Roma, verso le ore 17, ci stavamo recando verso il centro provenienti da Monte Mario quando giunti all’altezza di Via Mario Fani con incrocio di Via Stresa abbiamo notato una Fiat 128 bianca modello familiare con due giovani a bordo che ci precedeva di poco e che rallentando la marcia si accostava sulla sua destra in cerca di qualcosa come uno che non è del luogo e quindi ha difficoltà ad orientarsi. Ci ha colpito inizialmente la targa che era applicata sul lato posteriore di detta automobile cioè una targa del Corpo Diplomatico, in latta, con fondo sul nero opaco e con le scritte in argento».
Testimonianza 7. Non ricorda con precisone il giorno ma doveva essere o il 13 o il14 marzo 1978, quando il sig. Luigi Vitali vide che: «Verso le ore 8.40/8.45 si trovava alla guida della sua autovettura sulla strada che da Trezzano porta a Milano e 200 metri circa, prima di giungere alla tangenziale ovest, notava una autovettura Fiat 128 familiare bianca targata CD19707 con due uomini a bordo, diretta verso Milano».
Testimonianza 8. Il sig. Mauro Tomei il 14 marzo 1978 ricorda che a: «Roma…verso le ore 17.15, alla guida della mia macchina, percorrevo via Cassia Antica e stavo per imboccare piazza Dei Giochi Delfici, diedi la precedenza ad una Fiat 128 di colore bianco con a bordo tre individui di giovane età. Notai che la targa della macchina era CD. Non feci caso al numero di targa. La Fiat 128 bianca, non ho fatto caso se era tipo familiare, continuando il percorso imboccò Via Cassia Antica, direzione vivai Sgaravatti».
Testimonianza 9. Il 15 marzo 1978 il sacerdote don Celeste Perlini, asserisce: «Mi trovavo in Piazza del Popolo di Roma. Verso le ore 11.00 circa notavo parcheggiare fuori dallo spazio riservato alla sosta, un’autovettura Fiat 128 familiare di colore bianco».
Otto testimonianze e tutte che indicano la stessa auto con la stessa targa, o perlomeno con le stesse iniziali, quella Fiat 128 familiare bianca targata CD19707. Si evince, pertanto, che quell’auto c’era, è esistita, ed ha avuto un ruolo nell’agguato di via Mario Fani a Roma. Ma era estranea agli ambienti statali, governativi, politici, o faceva parte per una funzione in supporto a Moro?
Da alcuni verbali esaminati dalla Commissione è emerso che in data 15 marzo 1978, su disposizione dell’allora Capo della Polizia Parlato, il capo della Digos Domenico Spinella si è recato presso lo studio dell’on. Moro, al fine di concordare delle iniziative per il rafforzamento delle misure di sicurezza. Dunque, la Fiat 128 familiare bianca targata CD potrebbe essere stata un rinforzo delle misure di sicurezza, una scorta aggiuntiva, per esser chiari. Al riguardo il manuale delle scorte prevedeva: “La scorta per particolari motivi di sicurezza può essere raddoppiata e, in tal caso, l’auto della personalità è preceduta e seguita da un’auto di scorta”. Tuttavia la tipologia è anomala seppur poteva essere un’ulteriore copertura di chi doveva salvaguardare la vita di Moro. Il dubbio rimane, anche perché a tal riguardo le testimonianze che seguono non chiariscono la presenza di quell’auto e perciò della funzione avuta.
A poche ora prima dell’agguato, altre testimonianze e prime sintesi
Tutto si svolge nell’area dell’abitazione del presidente Aldo Moro.
Testimonianza 10. È il 16 marzo del 1978 e il sig. Riccardo Iorio ricorda: «Sono una guardia giurata e presto servizio ogni notte presso il Ministero delle Poste in Viale Europa all’Eur. Stamattina, come di consueto, verso le ore 6,00 sono smontato e con la vespa sono andato a casa, in Via Casalpiombino 8. Per giungervi devo percorrere via del Forte Trionfale e verso le ore 6,25 superato l’autosalone Rosati, sulla destra, quasi accostato al vecchio cinema, chiuso da tempo, ho notato una Fiat 128 bianca di tipo familiare, con 4 persone a bordo. L’auto era ferma con il muso rivolto verso la mia stessa direzione di marcia, in un piccolo spiazzo formato da una lieve rientranza del marciapiede. Pertanto detta macchina non dava alcun fastidio alla circolazione. Poiché, per lo meno, era strana, la presenza di una tale auto con 4 persone a bordo, ho dato un’occhiata alla targa e a colpo d’occhio sono certo che fosse targata CD. Non ricordo il numero di targa. Non ho fatto molto caso, invece, ai 4 che si trovavano a bordo. Ricordo solo che l’uomo seduto al volante, indossava una giacca di panno, del tipo militare, di colore verde. Più tardi ho saputo dell’eccidio di via Mario Fani e andato sul posto ho rivisto la stessa autovettura, cioè una Fiat 128 del tipo familiare, bianca, già sistemata sul carro attrezzi, priva della targa. Credo si tratti della stessa autovettura, poiché a prescindere dalla targa, sullo sportello anteriore sinistro questa macchina presentava una lieve strisciatura che io avevo già notato in quella di cui ho fatto menzione e targata CD. Credo pertanto che la macchina di stamattina, ferma 200 metri prima dell’abitazione dell’on. Moro con la parte anteriore diretta verso l’abitazione dell’on. Moro, sia la stessa».
Forse la chiave di volta è qui, forse…, giacché la testimonianza del sig. Riccardo Iorio si riferisce a poche ore prima l’agguato fissando la certezza dell’identificazione dell’auto utilizzata dai terroristi.
Ed ancora una volta ci si chiede che ci fa la Fiat 128 familiare bianca con targa CD due ore e mezza prima dell’uscita di casa del presidente Aldo Moro? E perché a bordo c’erano quattro persone, numero inusuale per una scorta? E se davvero la scorta fosse stata composta da quattro persone perché rischiarle tutte quando ne bastava uno o al massimo due? Perché quell’auto, come raccontato nella testimonianza 9, era ferma e parcheggiata? E da quanto tempo? Ed ancora, se erano le Brigate Rosse perché usare la stessa autovettura che poi fu utilizzata nell’agguato in via Mario Fani, con il sostanziale rischio di mandare all’aria il piano? Sintesi ma con dubbi.
Parla Mario Moretti
Nei verbali analizzati dalla Commissione si legge che il brigatista delle BR Mario Moretti dichiara di essersi recato da solo con la Fiat 128 familiare bianca targata CD in via del Forte Trionfale, di aver verificato la presenza della scorta di fronte a casa di Moro, di aver dedotto che di lì a poco Moro sarebbe uscito, per poi essersi portato in via Mario Fani ad aspettarli. Una versione più volte verificata e sempre risultata falsa, fornita per comodità e per nascondere presenze e apparati estranei alle BR, come dimostrano diffusamente i documenti analizzati dagli inquirenti e visti, rivisti, letti e riletti sia dai magistrati, sia dalla Commissione.
Deduzioni, deviazioni, “vera verità”
Versione fornita per comodità e per nascondere presenze e apparati estranei alle BR, una verità che come ricorda l’on Gero Grassi la troviamo in un periodo di un articolo Mino Pecorelli, giornalista del giornale OP -Osservatore Politico-, dove scrive: «Aspettiamoci il peggio, gli autori della strage di via Mario Fani e del sequestro di Aldo Moro sono dei professionisti addestrati in scuole di guerra del massimo livello. I killer mandati all’assalto dell’auto del presidente potrebbero invece essere manovalanza reclutata su piazza. È un particolare da tenere a mente». Una dichiarazione, quella di Pecorelli, che parrebbe conosca da chi era composto il commando che rapì il presidente della DC Aldo Moro e trucidò la sua scorta, una verità, possiamo oggi sostenere grazie alle molteplici testimonianze e ricostruzioni, che lì quel 16 marzo 1978 non c’erano solo le BR, una dichiarazione che potrebbe esser stata la causa dell’assassinio di Mino Pecorelli, il 20 marzo 1979, perché conosceva ala “vera verità” dell’agguato di via Mario Fani.
Ed ancora testimonianze, nel giorno dell’agguato
Testimonianza 11. Il sig. Luciano Pasquali, quel 16 marzo 1978, ricorda che: «Verso le ore 7.55, mentre a bordo della mia autovettura percorrevo la Via Prenestina, diretto a Porta Maggiore, poco dopo l’incrocio con Via Alberto da Giussano, sono stato affiancato e poi superato sulla sinistra da un’autovettura Fiat 128 familiare di colore bianco con targa CD…… (anch’egli non ricorda il seguito della targa, nda.). L’andatura della suddetta autovettura ha attirato la mia attenzione in quanto era molto frettolosa. Cercava di superarmi sulla sinistra passando sul marciapiede, ecco perché ha destato la mia attenzione. Di solito, una macchina targa CD non fa queste cose. Poi l’ho raggiunta e ho detto: Lei ha una macchina del Corpo Diplomatico e fa il pirata? C’era un ingorgo. E questo ha superato tutti sulla sinistra con una ruota sul marciapiede e l’altra sulla strada».
Su questa testimonianza è doveroso precisare che il luogo dell’avvistamento è lontano circa 16÷17 chilometri rispetto a via del Forte Trionfale 79, dove abitava il presidente Aldo Moro, e via Mario Fani, dove fu rapito. Il dubbio è giustificato sul perché della presenza di quell’auto in quella zona lontana, anche se l’avvistamento è avvenuto circa un’ora prima del rapimento, comunque per tempo raggiungibile. Ma rimane una testimonianza considerata.
Testimonianza 12. È sempre il 16 marzo 1978 e il sig. Lorenzo Cappuccio ricorda: «Sono proprietario di un’officina meccanica sita in via Trionfale, all’angolo con via Mario Fani. Questa mattina, verso le ore 8.50, mi sono recato a piedi dall’altra parte di via Mario Fani, e cioè quasi all’incrocio con Via Stresa, per prendere in consegna la macchina di un cliente. Nel percorrere a piedi il suddetto tratto di strada ho notato un’autovettura BMW 302, di colore blu, con tre persone a bordo, che ha percorso per tre o quattro volte via Mario Fani, in entrambi i sensi. Preciso che la predetta autovettura era targata CD. Non ho fatto caso al numero di targa. La targa era comunque quadrata. Ho proseguito fino ad un bar sito a circa 150 metri dall’incrocio con via Stresa. L’autovettura BMW, quasi all’altezza del bar effettuò mentre proveniva dall’incrocio con via Stresa una inversione ad U a velocità sostenuta, tanto da far sgommare le ruote, dirigendosi verso l’incrocio con via Stresa. All’interno del Bar, da alcune persone che conosco, ho saputo che c’era stata una sparatoria e che era stato rapito l’On. Moro. Uscito dal locale notai per l’ultima volta l’autovettura BMW 302 a velocità sostenuta percorrere per Via Mario Fani in direzione di Via Trionfale. L’autovettura in fondo a via Trionfale deviò a sinistra verso il centro di Roma».
Soffermiamoci un attimo. Siamo qui per far chiarezza, conducendo un’indagine giornalistica avallata con documenti della seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul Caso Moro, tra l’altro corroborati da quelli della magistratura inquirente. L’ultima testimonianza, la 12, evidenzia che quella mattina vi era almeno un’altra auto con targa CD, perciò molto sospetta, con a bordo tre persone. Dai fatti, dalle testimonianze, dalle ricostruzioni, dai documenti investigativi, è incontrovertibile che la BMW era parte attiva e fattiva del piano dell’agguato. Forse l’utilizzo della targa CD poteva essere un segnale di riconoscimento del commando. Tuttavia di quella BMW 302 di colore blu, anch’essa targa CD e a questo punto è improbabile che sia solo un caso, non se ne seppe più nulla, sparì, come sparirono le persone, mai identificate. Resta quel dubbio chiaro a tutti, detto ma mai scritto perché si presuppone che a bordo non c’erano brigatisti, bensì altri apparati, forse deviati, forse non.
Ed allora, come facevano i terroristi ad essere certi che l’auto del Pres. Aldo Moro quel giorno sarebbe passata in Via Mario Fani?
Moro e la sua scorta non percorrevano tutti i giorni la stessa strada: cambiavano il percorso in ragione dei vari impegni della giornata. Eppure, fin dalla sera del 15 marzo 1978 i brigatisti attuarono i preparativi, tant’è che durante la notte vennero squarciate le gomme del pulmino appartenente al fioraio Antonio Spiriticchio che ogni giorno sostava proprio nel luogo dell’agguato. L’agguato terrorista venne preceduto da una meticolosa preparazione logistica. I terroristi fin dal giorno prima avevano l’assoluta certezza che la mattina dopo, verso le ore 9, l’auto di Aldo Moro avrebbe percorso via Mario Fani. Questo rimane uno dei nodi centrali della vicenda, tra l’altro mai chiarito nonostante tutte le indagini svolte in questi 38 anni. Dalle dichiarazioni rilasciate dalle BR fu solo questione di fortuna il fatto che al primo tentativo Moro transitasse per via Mario Fani, fortuna in base ai vari tragitti fino ad ora svolti. Difatti, come confermato sempre dalle BR, se quel giorno non fosse passata da via Mario Fani, perciò utilizzando un altro percorso di quelli già controllati nei giorni precedenti, l’agguato sarebbe stato ripetuto nei giorni seguenti, ma sempre in via Mario Fani, sempre nello stesso punto e sempre con le stesse modalità e accorgimenti presi. Ciò fino a scopo raggiunto.
Non è credibile questa versione, anche perché i brigatisti sarebbero stati costretti a tagliare nei giorni successivi le gomme al furgone di Spiriticchio, si sarebbero dovuti appostare per altrettante mattine tra l’altro indossando quelle ormai famose divise dell’Alitalia con tanto di borse fregiate contenenti armi davanti al bar Olivetti. Azioni che avrebbero prima incuriosito passanti e clienti del bar per poi insospettirli al punto da segnalarli alle forze di polizia. No, non è credibile, ma ridicola la versione fornita dai brigatisti, che neanche uno alle prime armi potrebbe pensare.
La seconda Commissione, come la prima e gli inquirenti, ovviamente non si è fermata a non credere a simil fantasiose versioni, è andata oltre. Nel merito ha voluto ricostruire nuovamente i movimenti dell’auto del Pres. Aldo Moro e della scorta. Ha riascoltato la testimonianza che il vicebrigadiere Rocco Gentiluomo, capo scorta degli agenti morti e scampato al massacro in via Fani, fornì alla prima Commissione: «Prima di partire ogni mattina ci si collegava con la centrale operativa. Avevamo l’obbligo di chiamare. Dovevo avvertire che uscivamo e quando si arrivava a destinazione. Via radio venivamo informati, ad esempio, delle manifestazioni, cosicché potevamo evitare di finire in mezzo alla folla, In quei casi si cambiava itinerario. Tutti i movimenti si comunicavano via radio e c’era un apposito registro su tutti gli spostamenti». Una versione che nell’81 fu data per buona, giacché si trattava di un capo scorta, ma che non fu mai confrontata con i documenti citati dal Gentiluomo. Infatti, sia le registrazioni audio che i registri cartacei non furono più trovati. Furono ripetutamente chieste sin dal 1980, senza esito. Qualcuno avallò la mano lunga delle Brigate Rosse per la sparizione, altra versione fantasiosa per come e dove erano custodite quelle registrazioni e audio e cartacee, nel caveau di qualche procura.
Ma chi era il vicebrigadiere Rocco Gentiluomo caposcorta degli agenti di Moro, scampato all’eccidio?
Rocco Gentiluomo, ad oggi, rimane una figura discussa nella nebulosa inchiesta del Caso Moro. Natìo a Sant’Eufemia d’Aspromonte, in Calabria, da voci non confermate ma considerate per ulteriori verifiche dagli inquirenti, il vicebrigadiere di polizia fu sostituito con la stessa funzione dall’agente Francesco Zizzi, ucciso in quell’agguato. Una sostituzione che all’inizio non destò sospetti, poi e dopo accurate indagini parrebbe fu “suggerita” da Rocco Musolino, boss di Santo Stefano D’Aspromonte, paese vicino a quello di Sant’Eufemia dell’Aspromonte. Ovviamente son voci in fase di verifica e che saranno oggetto di interrogatori alle dirette persone. Un dato è certo: quel giorno il vicebrigadiere Rocco Gentiluomo non c’era, non andò al lavoro e si salvò.
Da queste ultime analisi è emerso che negli uffici dove la sicurezza e legalità dovrebbe eccellere probabilmente si cela qualche gola profonda. Una circostanza avallata anche da alcuni ritrovamenti di prove dopo l’arresto dei brigatisti Morucci e Faranda avvenuto nel maggio del 1979. Tra i vari reperti recuperati vi era il recapito telefonico del commissario di Pubblica Sicurezza Antonio Esposito, iscritto alla loggia massonica P2, che la mattina del 16 marzo 1978 prestava servizio proprio nella sala operativa della questura di Roma. Coincidenza? Tuttavia anche su questa circostanza, sempre ad oggi, si aprono scenari inquietanti, tant’è che la seconda Commissione chiederà di svolgere i doverosi approfondimenti.
Volgendo al termine, seppur potrebbero essere ipotesi avvalorate da ragionamenti corroborati da indizi, carte e prove, sorgono alcuni interrogativi che oltre a destar sospetti obbligano dovutamente e per logica la seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul Caso Moro a far chiarezza.
- È certo che la Fiat 128 familiare bianca con targa CD faceva parte di quel convoglio e quindi di scorta al Pres. Aldo Moro.
- Come facevano le Brigate Rosse ad essere così sicuri che quella mattina l’auto di Moro con la scorta sarebbe passata in via Mario Fani? Erano sicuri perché godevano della complicità di forze che apparentemente dovevano proteggere Aldo Moro mentre in effetti parteciparono attivamente all’eccidio?
- E perché l’auto dove sedeva Aldo Moro era preceduta da un’auto di scorta aggiuntiva, quella Fiat 128 familiare bianca con targa CD, che si posizionò sin dall’inizio davanti all’auto di Moro ed essendo davanti di fatto decise e condizionò l’itinerario, portando il convoglio all’appuntamento voluto in via Mario Fani?
- Perché l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, autista, ed il maresciallo Oreste Leonardi non reagirono alle prime avvisaglie dell’agguato? Forse perché sia Ricci sia Leonardi credevano di seguire un’auto di colleghi? Una domanda che al netto degli allora fatti trova risposta perché quando la Fiat 128 familiare bianca con targa CD si fermò inspiegabilmente all’incrocio di via Mario Fani con via Stresa e poi uscirono i loro componenti, Ricci e Leonardi credettero in un’azione amica, invece furono uccisi all’improvviso, con singoli e precisi colpi sparati in maniera inaspettata, tecnica dei killer con il duplice scopo della sorpresa e per evitare di colpire il passeggero, ovvero il Pres. Aldo Moro. Versione che concorda dai vari testimoni che inizialmente udirono spari isolati seguiti, dopo alcuni secondi, dalle raffiche di mitra, quelli per tutta la scorta.
- Rimane, per ora, un ultimo interrogativo: perché venne sparato un colpo ravvicinato, il famigerato colpo di grazia, alla fine dell’agguato a 4 dei 5 componenti della scorta? Forse perché nessuno della scorta non doveva sopravvivere all’agguato? Quegli uomini, agenti di polizia e militari carabinieri, non dovevano raccontare la dinamica di quanto era successo ed in particolare che la Fiat 128 familiare bianca con targa CD era stata ritenuta un’auto di “colleghi”?
Di quella scorta l’unico che sopravvisse ma solo per qualche ora fu vicebrigadiere di polizia Francesco Zizzi, di 29 anni, gravemente ferito, trovato riverso supino sul piano stradale, vicino all’auto, proprio lui quel sostituto che trovò la morte al posto di chi oggi destano sospetti.
Ad Maiora!
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