Custos Ecclesiae
Ho visitato con grande interesse la Mostra che si è tenuta a Manfredonia dal titolo Sulle Orme del CARAVAGGIO, con riferimento alle opere esistenti in varie chiese e monasteri della città, grazie all’interessamento dell’Assessora al Welfare e Cultura Maria Teresa Valente, con il coordinamento di Antonello D’Ardes e di altri. Un ritrovarsi davanti ad un ricco patrimonio storico- artistico riguardante la produzione pittorica della prima metà del Seicento e precisamente la produzione caravaggesca che la città di Manfredonia possiede attraverso le opere pittoriche e scultoree di Bartolomeo Manfredi, di Andrea Vaccaro, di Nicolantonio Brudaglio e di altri. Un corpus artistico che arricchisce sia il Museo Diocesano che il Museo Civico della città sipontina. Opere di grande pregio storico-artistico che fino ad alcuni anni erano del tutto sconosciute, tanto da costituire un ipotetico Museo diffuso della città e che oggi finalmente trovano la loro collocazione in un vero e proprio Museo Civico.
Ciò che ancora manca nella Città Monte Sant’Angelo e che molti chiedono e sperano che si realizzi. Del resto per quanto riguarda la Città di Monte Sant’Angelo e, quindi, delle opere sparse in diversi luoghi e in diverse istituzioni, come l’Abbazia di Pulsano con i suoi Menhir e i Dolmen di età preistorica, scoperti dell’Arch. Raffaele Renzulli, le Chiese, i Monasteri, il Municipio, gli Enti pubblici e privati, come il Parco o l’ex Comunità Montana, per non parlare poi delle opere sparse nei Palazzi signorili, dobbiamo pensare e concepire il tutto come un Museo diffuso, dove la bellezza del nostro patrimonio rimane ancora sconosciuta e priva di una giusta collocazione. Una Città che affonda le sue radici, sia nella Cultura Occidentale, quanto nella Cultura Orientale, in quanto le sue origini sono legate strettamente al culto di San Michele che ha radici proprie nell’antico Oriente, fra cui Costantinopoli. Una civiltà che poi si è sviluppata dall’Oriente in Occidente attraverso i grandi itinerari della fede, fra cui la Via Francigena, la Via Romea, la Strada di Gerusalemme e non ultima la Via Micaelica o Via Francigena del Sud. Ed infatti nel luogo dove l’Arcangelo Michele ha manifestato la sua presenza, attraverso la sua impronta, oggi, in quei luoghi, noi abbiamo numerose immagini o affreschi che testimoniano la presenza del Sacro e quindi, la presenza dello Spirito creativo dell’uomo attraverso l’arte. Immagini come Eva o Ecate, circondata dal serpente, simbolo del tempo che scorre, la presenza del toro, simbolo del dio Mitra e poi dell’Apparitio, da cui poi ha avuto inizio la sacralità della Montagna Sacra dedicata all’Arcangelo Michele. Un luogo diventato sacro non solo per la presenza del Divino, ma soprattutto per la presenza della creatività dell’uomo attraverso le sue opere artistiche, che ritroviamo lungo le pareti del santuario, dall’Altomedioevo fino all’età moderna. Affreschi e pitture, come il Custos Ecclesiae, che fanno da corollario alle tante iscrizioni dei pellegrini incise lungo le pareti del sacro speco. In questo senso, il Santuario di San Michele è un vero e proprio Museo a cielo aperto, con le sue opere pittoriche e le sue testimonianze di migliaia di pellegrini in visita alla Grotta Santa. Un Museo diffuso che ritroviamo non solo lungo le pareti del santuario, quanto nei due Musei: il Museo Lapidario e il Museo Devozionale. Il primo quale espressione dell’antico santuario altomedievale e medievale, esistente fra il VI e il XIII secolo, con la presenza qualificante dei Bizantini, dei Longobardi, dei Normanni, degli Svevi e degli Angioini. E poi il Museo Devozionale, quale espressione della santità del luogo, vista attraverso la devozione dei pellegrini verso la Montagna Sacra. A tutto ciò però bisogna aggiungere la presenza qualificante delle chiese, che sono sorte già al tempo dell’Apparitio, con il loro corredo figurativo e artistico, fra cui la Chiesa di San Pietro del VI secolo, la Chiesa di San Salvatore dell’VIII secolo, ad opera dei Longobardi, la Chiesa di Santa Maria Maggiore, del XII secolo, con le opere in stile bizantino, fra cui il San Michele, per poi giungere all’enigmatica Tomba di Rotari o Battistero di San Giovanni in Tumba, del XIII secolo, diventato emblema della cultura orientale in terra occidentale. A tutto ciò si aggiunge il ricco corredo storico-artistico delle altre chiese di età gotica e rinascimentale, fino a tutto il Seicento e il Settecento, fra cui la Chiesa di San Francesco (ex Convento dei Francescani), la Chiesa di San Benedetto (ex Convento dei Celestini), la Chiesa della SS. Trinità (ex Convento delle Clarisse), la Chiesa di San Nicolò o del SS. Sacramento (ex Convento dei Cappuccini), la Chiesa di San Giuseppe, la Chiesa di Santa Maria del Carmine (ex Convento dei Carmelitani), la Chiesa di Santa Maria della Libera, la Chiesa di Santa Maria dell’Incoronata. Per non parlare poi delle numerose chiese rupestri esistenti in territorio di Monte Sant’Angelo, lungo il costone della Piana di Macchia e la Vallata di Carbonara, con la sua meravigliosa Grotta Vaira, e dell’Abbazia di Santa Maria di Pulsano, con i suoi eremi sulle cui pareti troviamo bellissimi affreschi. Quindi un mondo tutto da scoprire e da valorizzare, che ci riporta all’origine del Cristianesimo e alla civiltà rupestre e poi proseguire con l’arte bizantina, con il romanico-gotico, fino all’arte rinascimentale e al Barocco.
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Ritornando al nostro Museo diffuso e, quindi, ai nostri monumenti, nel Santuario di San Michele vi sono numerosi affreschi e pitture, fra cui, lungo la scalinata angioina, una Madonna che allatta il Figlio, un Angelo alato, varie figure di santi e di sante, che si snodano lungo l’intera scalinata, fino alla Porta del toro dove ritroviamo l’immagine dell’Apparitio e una crocifissione datata al 1657. Mentre all’interno della Grotta, entrando a destra sull’altare del Seicento, oltre ad un’interessante pittura dedicata alla figura di San Francesco d’Assisi, pellegrino al santuario nel 1216, sull’altare della Madonna del Suffragio troviamo dipinta la figura della Vergine con Santo Stefano e San Carlo Borromeo. Da non dimenticare inoltre nella Cappella della Riconciliazione l’affresco del Battesimo del Cristo circondato dagli angeli, opera dell’artista rumeno Giovanni Papa (2014), mentre in alto sulla cima della roccia si può ammirare un bellissimo Crocifisso ligneo del Quattrocento e una statua di San Michele in argento e ambra dello scultore polacco Mariusz Drapikowski.
Entrando poi nel Battistero di San Giovanni in Tumba, conosciuta impropriamente come “Tomba di Rotari”, oltre che a caratterizzarsi per la sua singolare architettura di origine islamica e per le sue eccezionali sculture medievali, che stanno alle origini del romanico pugliese, sono ben visibili alcuni affreschi che ritroviamo all’interno del monumento. Di questi affreschi dobbiamo citare una Annunciazione di fattura piuttosto corsiva, che è possibile datare al XIII secolo, un santo non identificabile e una bellissima Crocifissione sulla parete meridionale, in una espressione maestosa, circondata da diverse figure, fra cui Maria e Giovanni, che ci rimandano alle esperienze trecentesche napoletane nel solco della lezione di Pietro Cavallini e Giotto. Probabilmente tali figure dovevano far parte di un ciclo pittorico dedicato alla Vita di Cristo. In questa ed in altre figure si è vista l’impronta dell’arte bizantina, anche se non mancano, come abbiamo detto, influenze dell’arte giottesca del XIII secolo. Un solenne ritmo narrativo, reso con un modellato tenero e luminoso, che notiamo specialmente nel torso di Cristo sulla Croce in cui si notano modelli trecenteschi di origine napoletana, ma anche toscana.
Altrettanto importante è il ricco corredo artistico della Chiesa di Santa Maria Maggiore, dove ritroviamo numerosi affreschi risalenti all’età romanica fra cui l’immagine di San Francesco, San Bartolomeo, San Nicola, San Gregorio a cavallo, l’Annunciazione, l’Arcangelo Michele bizantino, San Gregorio, un Vescovo Santo, Sant’Ippolito, Santa Felicita, Santa Lucia, una Vergine in Trono con il Bambino, San Vito Martire, Santa Margherita, Santa Caterina. A proposito dell’affresco di San Francesco dobbiamo affermare che la figura del Santo rappresenta la prima immagine che ritrae il santo senza le stimmate. Ed essa risale alla fine del XIII secolo. Inoltre c’è da aggiungere che l’opera commemora il passaggio di San Francesco durante il suo pellegrinaggio alla grotta di San Michele Arcangelo, avvenuto probabilmente nel 1216. Generalmente gli affreschi si caratterizzano per il loro stile bizantineggiante, risalenti al XIII secolo, con un prolungamento stilistico che giunge fino al XV, toccando la cultura angioina e quella aragonese. Tuttavia ciò che predominano sono numerosi echi di origine orientale, di cui il centro propulsore sarebbe la Terra Santa. Infatti troviamo un’immagine in cui si vede un crociato in preghiera (forse un Templare) in partenza per la Terra Santa.
Per quanto riguarda l’antico Monastero di San Francesco, sorto verso la fine del XV sec., si notano resti di affreschi di epoca recente, eseguiti dalle maestranze locali, riguardanti:
- La Vergine del Soccorso di Autore ignoto, situata a destra dell’Altare Maggiore della Chiesa (sec. XVII);
- Carlo Borromeo, San Filippo Neri e Re Filippo II di Spagna: opera eseguita nel 1712 dal noto pittore napoletano Giuseppe Castellani. Manca purtroppo, nella parete sinistra della Chiesa, una tela raffigurante l’Epifania con la venuta dei Re Magi. Le tre tele appartenevano al Convento dei Cappuccini. L’interno è caratterizzato da una zona absidale con crociera costolonata.
All’interno della Chiesa di San Benedetto vi sono diversi altari in stile barocco. Su uno di questi altari troviamo una bellissima tela con San Giovanni Evangelista e Papa San Benedetto.
La Chiesa della SS. Trinità e l’annesso ex Monastero delle Clarisse occupano una vasta area nel cuore del Centro storico di Monte Sant’ Angelo e dominano con le loro fabbriche il caratteristico Rione Junno. La chiesa attuale, di stile prettamente barocco, risale alla metà del 1600; essa poggia su una più antica e preesistente chiesa della quale restano le imponenti strutture murarie che si possono osservare dall’attiguo monastero e la cripta, non visibile, nella quale riposano le spoglie mortali di numerose Clarisse Sponsae Christi che, per secoli, seguendo la rigida regola francescana delle figlie di S. Chiara d’Assisi, sono vissute in questo monastero. Infatti nel Settecento vi fu una importante scuola di pittura e di artigianato sacro. Di questa attività pittorica ci rimangono alcune tele, fra cui una tela settecentesca di S. Giuseppe da Copertina, opera firmata dalla monaca Donna Elena Gambadoro, un tempo nella nicchia che oggi ospita S. Omobono e oggi custodita nel vicino convento di San Francesco; una tela dedicata alla SS. Trinità con i santi Francesco e Santa Chiara, probabilmente della stessa autrice Donna Elena Gambadoro; una tela dell’Immacolata Concezione, della seconda metà del Settecento, dipinta dalla monaca Donna Livia Foglia. Tele che andrebbero restaurate e conservate adeguatamente in un Museo o Pinacoteca. Purtroppo c’è da dire che tutto il prezioso patrimonio del Monastero, dai libri agli oggetti sacri, è andato miseramente disperso, probabilmente per incuria o per trafugamento Inoltre la Chiesa, cosi come il Convento, furono arredati di numerosi dipinti. Fra questi, oltre a quelli citati nella Chiesa di San Francesco, dobbiamo ricordare la tela del Settecento raffigurante nella parte superiore la Vergine con tra le braccia il divino Infante, affiancati da un S. Giuseppe e un San Michele, mentre nella parte inferiore troviamo, in atto di adorazione, la figura del Santo vescovo di Mira, San Niccolò da Bari, accanto a cui è inginocchiato un fanciullo; a sinistra risaltano le figure oranti di San Francesco da Paola e di San Francesco d’Assisi e vicino un angioletto che reca in mano una croce.
Nella Chiesa di San Nicolò (ex Convento dei Cappuccini), sull’altare dedicato a S. Agnese nella Cappella Cassa, troviamo una tela raffigurante la Madonna della Misericordia, circonfusa da Cherubini, mentre in basso sono dipinte una Santa Rita da Cascia, agostiniana, genuflessa fra due Angeli e una Edicola con la statua di San Michele Arcangelo sul portone di ingresso della Chiesa dei Cappuccini.
Secondo l’Angelillis “le due tele su descritte appartengono evidentemente a due scuole pittoriche diverse: e noi abbiamo motivo di congetturare che quella d’Altar maggiore fosse stata commessa dal grande riformatore del nostro Convento, Padre Santo Trotta, già vissuto parecchi anni a Bologna e di cui diremo espressamente in seguito; epperò la riteniamo opera di scuola bolognese eseguita probabilmente da uno dei più tardivi ma ancora fedeli imitatori della maniera dei Carracci. L’altra tela, invece, quella con le Sante Agnese e Rita, è di scuola prettamente napoletana, e il suo autore ci lasciò impresso il proprio nome ai piedi del dipinto con le parole Emm. Il Perugini P. A. 1779. Quest’oscuro pittore (Emanuele Peruggini o Perugino) dovette essere, a giudicare dal casato e da qualche altro elemento, un artista di Foggia: ne sarebbe azzardato immaginare ch’egli fosse stati un abile allievo del Foggiano Vincenzo de Mita, che, formatosi alla scuola del celebre Maestro Francesco de Mura, aveva molto lavorato per le Chiese francescane ed aveva acquistato, proprio in quel torno di tempo, insieme col fratello Raffaele, grande rinomanza fra i pittori del Mezzogiorno”. Inoltre, appartengono alla Chiesa dei Cappuccini, come abbiamo detto, altre opere pittoriche che tuttora si trovano nella Chiesa di San Francesco, fra cui una mirabile Epifania, di autore ignoto; una Vergine del Soccorso, anch’essa opera di autore ignoto; una tela raffigurante San Carlo Borromeo, S. Filippo Neri e Re Filippo II di Spagna, opera compiuta nel 1712 da un noto provetto artista napoletano Giuseppe Castellani. Tali opere, dopo la soppressione del Convento dei Cappuccini, avvenuta nel 1867, furono trasportate nella locale Chiesa di S. Francesco e collocate sulle pareti del presbiterio. Invece altre opere, fra cui una bellissima tela raffigurante Santa Lucia e Santa Barbara e un Cristo con la corona di spine, rispettivamente attribuite a Pietro Vannucci detto il Perugino (1448-1523), maestro di Raffaello e a Josè de Ribera, detto lo Spagnoletto (1591-1652), furono trasferite tra il 1896-97, grazie al benemerito Cav. Biagio Azzarone, nei locali del Comune, nel Palazzo di Città, un tempo Convento dei Benedettini, dove tuttora si trovano. A tutto ciò bisogna aggiungere altre tele che campeggiano lungo le pareti della Chiesa, fra cui la figura di un San Michele Arcangelo; la figura di S. Antonio di Padova, un S. Francesco d’Assisi e un Cenacolo con il Redentore tra gli Apostoli Pietro e Paolo. Invece nella Cappella del Crocifisso si nota una Vergine che allatta il Bambino Gesù circondata da Cherubini; inoltre lungo le pareti osserviamo vari ritratti, fra cui un vescovo a mezzo busto con mitra e pastorale, un S. Lazzaro, un S. Benedetto da Corleone e ritratti di altri Santi, frati e suore. Mentre nella sagrestia si conserva una stampa antica con la figura del Salvatore, e varie figure, fra cui un ecce homo e l’immagine dell’Addolorata. Interessante è una statua lignea raffigurante una Immacolata Concezione, opera dello scultore Colombo, di origine napoletana del secolo XVIII.
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Tutto ciò fa pensare che nell’antico Convento dei Cappuccini era operante una florida e vetusta scuola di pittura e di scultura, diventata un centro di cultura artistica nota in tutta la Capitanata. A fianco la Chiesa di San Benedetto (ex Convento dei Celestini), troviamo il Municipio, nelle cui sale vi sono diverse opere pittoriche, fra cui una bellissima tela attribuita a PIETRO VANNUCCI, detto il PERUGINO (1448-1523), maestro di RAFFAELLO (1483-1520), in cui vengono raffigurate Santa Barbara e Santa Lucia, un’altra opera attribuita a JOSÈ DE RIBERA, detto LO SPAGNOLETTO (1591-1652), raffigurante un Cristo con la corona di spine, altri quadri raffiguranti personaggi di epoca, e infine una raffigurazione di San Francesco. Secondo l’Angelillis vi è qualche dubbio sull’attribuzione del quadro di Santa Barbara e di Sana Lucia al Perugino; probabilmente si tratta di un lavoro eccellente, molto posteriore di certo all’epoca del Perugino e che può essere assegnato con molta probabilità a Guido Reni o almeno a qualcuno dei suoi migliori allievi o imitatori. Mentre verosimile è l’attribuzione del Cristo Sofferente allo Spagnoletto, anima della cosiddetta “scuola dei tenebrosi” ispirata alla originale arte pittorica di Michelangelo da Caravaggio: Afferma l’Angelillis: “Detto dipinto ha un’espressione così profonda di dolore da colpire vivamente che vi rivolge lo sguardo. Nei muscoli contratti di quel volto straziato, in quei grandi occhi velati di lacrime e fortemente iniettati di sangue è trasfuso tutto lo spasimo del martirio del divino Maestro. Lo Spagnoletto, che fu uno dei più potenti e vigorosi tra i pittori napoletani del seicento, si distinse soprattutto per un singolare perizia nelle immagini dolorose del Nazareno e dei Santi Martiri e in generale nelle scene sacre di supplizi e di torture. Ond’è che non può essere lontano dal vero chi, come noi, ammette che il nostro quadro rappresentante la testa di Cristo con la corona di spine, sia da assegnarsi precisamente alla mano del Ribera”. Dello stesso parere è stato il prof. Antonio Ciuffreda in Uomini e fatti della Montagna dell’Angelo, Monte Sant’Angelo 1989, pag. 245: “Tra le opere artistiche presenti nella nostra Città merita di essere segnalato il quadro raffigurante la testa di Cristo incoronato di spine, attribuito a Josè de Ribera detto lo Spagnoletto, conservato nella sede del Comune, ma originariamente esposto nella chiesa dei Cappuccini”.
A tale proposito l’avv. Matteo Giuffreda, in un articolo pubblicato su l’Attacco di Foggia, del 16 maggio 2023, ha fatto presente che il quadro ha bisogno di urgentissimo restauro, al fine di esporlo, secondo noi, in una sede più confacente alla sua importanza, fra cui un Museo o Pinacoteca Civica. Una richiesta che ormai viene dall’intera collettività montanara, di cui diverse volte sono stato uno dei proponenti. E a tale riguardo voglio sottolineare che in base a tale proponimento e a tale auspicio ho fondato qui a Monte Sant’Angelo una Pinacoteca Civica o Galleria d’Arte e Cultura, dove sono esposte le opere dei nostri pittori contemporanei, che hanno rappresentato con le loro opere il nostro Gargano magico, e mi riferisco ai pittori come Matteo Accarrino, Herbert Voss, Jean Annot, Michele Circiello, Michele Roccotelli, Gianni Testa, Athos Faccincani, Italo Gatto, Salvatore Marchesani, Filippo Gorgoglione e altri.