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La storia che vi sto per raccontare riguarda una studentessa che frequenta l’università fuori sede. E riguarda anzi è la testimone dei tanti come lei che avevano deciso di votare, senza far ritorno a casa, scegliendo di fare la Rappresentante di Lista e perciò avente diritto al voto nella città che studia. L’inferno è calato su di lei, giacché quel diritto al voto gli è stato dapprima negato, poi dato. Un travaglio durato circa 5 ore, tra regole mal interpretate (e qui i dubbi son forti…), regole inventate e decisioni solo politiche che legali, che contrastavano ampiamente con la Costituzione Italiana, quella che oggi questo governo avrebbe voluto cambiare per sette articoli, impedendo il voto ad una persona avente pieno diritto di farlo, anche se era una. Ed una persona vale tanto quante altre per il voto. Forse perché donna, sola e fuori sede? Non credo! E non credo anche, ma molto in parte, a quell’ostracismo voluto da chi voleva un Si piuttosto che un NO. Come pure a un vuoto normativo che si voleva far passare. Invece credo a un vuoto di conoscenza delle regole scritte sul prontuario fornito ai seggi, di chi stava svolgendo la funzione di segretaria di seggio, della presidente di seggio (tra l’altro assente senza giustificato e valido motivo per diverso tempo al seggio già costituito, una grave mancanza punibile dalla legge, ma per questo governo pare non lo sia, ha abolito perfino l’abuso…) ostinata davanti a regole scritte e della sua totale indifferenza per le elementari ma fondamentali basi della materia giurisprudenziale che regolamentano la sua temporanea funzione pubblica.
Il racconto è stato pubblicato sulla pagina Facebook MoVimento 5 Stelle Torino, che riporto fedelmente, nel suo crudo susseguirsi, nel suo nudo stato d’animo, nell’epilogo seppur positivo ma che stride fortemente con i principi basilari della nostra amata Costituzione Italiana e rispetto delle leggi vigenti.
UNA RAPPRESENTANTE DI LISTA ALL’INFERNO (…e ritorno)
Ore 13.30. Una ragazza di venticinque anni, studentessa fuorisede, si reca al seggio per esprimere la sua preferenza in merito al Referendum sulla Giustizia del 22/23 marzo. Non uscirà da lì prima delle 18 di quella stessa giornata.
«Ciao, sono Tonia (nome di fantasia), e questa è la storia di quello che ho dovuto passare solo per poter imbucare una scheda elettorale. Solo per una croce a matita su un foglio.
Vivo lontana da casa dal 2019, ormai, e non ho mai voluto cambiare ufficialmente la mia residenza. Ho sempre votato regolarmente da fuorisede, finché quest’anno mi è stata tolta questa possibilità, estromettendomi dall’esercitare il mio diritto alle urne.
Pur di trovare una soluzione, come tanti altri studenti, ho scelto di candidarmi come Rappresentante di Lista con il Movimento 5 Stelle. Il procedimento è filato liscio fino alla settimana precedente il voto: la mia candidatura è stata approvata, mi è stato assegnato un seggio e una sezione di riferimento, e mi è stata inviata un’e-mail di conferma con il mio ruolo: Rappresentante di Lista supplente.
Sabato 21 mi sono presentata, come previsto, all’insediamento del seggio e ho stretto la mano alla presidente, che mi ha sorriso. Ho conosciuto la mia collega, che è la RdL effettiva e ormai da anni ricopre questo compito. Abbiamo concordato di dividerci i turni; lei avrebbe ricoperto la mattina, mentre io sarei subentrata nel pomeriggio. Non avevo alcun motivo di credere che potessero sorgere intoppi di alcun genere.
Purtroppo, avevo dimenticato che siamo in Italia, e i problemi, anche quando non ci sono, amiamo ricercarli attivamente. Raggiungo il seggio, presento regolare documento d’identità e tessera elettorale, e mi viene risposto che non posso votare. Anzi; non posso proprio essere lì come RdL, perché la mia collega, l’effettiva, ha già firmato in mattinata. E dunque, a che serve avere un supplente, se l’effettivo è in servizio?
In quel momento è stato il panico. Essendo alle prime armi, non avevo idea di cosa fare, di come comportarmi. Ho tentato di spiegare la mia posizione alla segretaria del seggio, anche avvalendomi del supporto della persona che aveva preso in carico la mia candidatura. Il dibattito si è spostato al telefono, con una presidente che nemmeno era lì e che continuava a ripetere di non poter accogliere un secondo RdL, dato che il primo aveva già apposto le sue firme sugli appositi documenti. Alla fine, sono stata allontanata dal seggio, dato che, a quanto pareva, non avevo nessun diritto per restare lì.
Sono uscita dalla scuola in lacrime.
Mi sono sentita una criminale, come se stessi cercando di appropriarmi illecitamente di un diritto che avrebbe, a tutti gli effetti, dovuto essere mio in quanto cittadina. Ho telefonato a chiunque. Al call center del Comitato Elettorale, che non ha mai risposto. Alla mia collega, che in anni di servizio non aveva mai sentito di una simile problematica. Alla mia famiglia, che, come spesso accade, ne sapeva meno di me, ma ha fatto di tutto per cercare di darmi supporto, almeno emotivo. Credo di aver fatto scoppiare di messaggi il cellulare dell’unico contatto che avevo col M5S, e che colgo l’occasione per ringraziare, soprattutto della pazienza che ha avuto con me. Mi ha spiegato che è una situazione diffusa, causata da una normativa non specifica che non chiarisce quali siano, nello specifico, i diritti e i doveri del RdL effettivo piuttosto che quelli del supplente.
Devo aver fatto un bel po’ di rumore, dato che, circa un’ora dopo il mio arrivo al seggio, ho ricevuto una chiamata da un numero privato. Rispondo. Dietro al microfono c’è Alberto Unia, Consigliere Regionale del Piemonte. Mi dice di stare di stare tranquilla, che sta arrivando, che farà tutto quello che può per aiutarmi. È il primo a farmi sentire un pochino compresa, leggermente più al sicuro, un po’ meno in difetto. Siamo rientrati insieme al seggio, dove la segretaria ha spiegato anche a lui il problema. Insomma, sembra proprio che non sappiano cosa farsene, di due RdL: uno è più che sufficiente. Persino una telefonata con l’assessore Tresso, responsabile degli uffici Anagrafe ed Elettorale, non è sufficiente a rassicurare la presidente che, per inciso, continua a non essere fisicamente lì. C’è bisogno di un decreto, una circolare, qualsiasi cosa, purché sia scritto ed ufficiale; perché lei, la responsabilità di prendere una decisione autonoma, non la vuole per nessuna ragione. Attendiamo insieme la presidente ancora per una buona mezz’ora, prima che gli impegni reclamino il Consigliere Unia altrove.
Sono passate due ore da quando sono arrivata al seggio, e sono di nuovo da sola, nel corridoio della scuola per sfuggire alla pioggia, fuori da una sezione elettorale che non può farmi entrare. Troppo rischioso. E se poi c’è qualche errore di tipo amministrativo e burocratico? Meglio evitare. Finisco a parlare con una delle guardie di finanza che ricoprono le mansioni di sicurezza, che cerca di tirarmi un po’ su con le chiacchiere. Ho smesso di piangere, ma la sensazione di essere fuori posto e fuori legge resta lì a pesarmi sullo stomaco. Ancora mezz’oretta, e la segretaria mi chiama a sedere nel seggio. Penso, finalmente; ma no, nulla di ufficiale, sia chiaro. Posso stare in stanza con loro, assistere alle votazioni degli altri cittadini – evidentemente con più diritti di me – ma non mi riconoscono il ruolo di Rappresentante. All’alba delle tre ore e mezza dall’inizio di questo calvario, la presidente fa il suo ingresso nel seggio.
La raggiungo, le parlo, le spiego quello che mi hanno insegnato il Consigliere e l’Assessore: ovvero che entrambi i Rappresentanti hanno diritto di essere presenti al seggio nello stesso giorno e di esprimere il proprio voto, solo non contemporaneamente. Spulciamo insieme tutti i decreti e le normative esistenti in merito, senza che nessuna soddisfi il bisogno di chiarezza della presidente. Disperata, disturbo nuovamente al telefono il Consigliere Unia, e lascio che parli con la presidente, pensando che magari sarebbe riuscito a convincerla. Niente da fare: torni domani, mi dice.
Sicuramente sarà arrivata la circolare, sicuramente ci saranno delle direttive, sicuramente ci avranno detto cosa fare. Per qualche ragione, la proposta non mi rassicura particolarmente. Non è nel mio carattere attendere che le cose si risolvano da sole. Per cui, ritorno a fare quello che ho fatto fino a quel momento: attendere, sperare e leggere all’infinito scartoffie digitali alla ricerca anche solo di una frase che mi aiuti ad uscire da questo limbo di indecisione amministrativa. Aspetto una circolare che non arriva. Aspetto una risposta da un call center che suona sempre occupato. Aspetto un qualcosa che mi confermi di non aver sprecato ore e ore del mio tempo a inseguire un diritto che qualcuno mi sventola sotto al naso come una carota attaccata al bastoncino.
Poi, un miracolo. Il call center squilla, la chiamata viene inoltrata, e dall’altra parte arriva la voce stanca di una donna. Sono talmente esausta che lascio il mio cellulare in mano alla presidente, in modo che sia proprio lei a chiarire i suoi dubbi. Ed ecco, la domanda fatidica: “i RdL possono essere presenti entrambi al seggio, durante la stessa giornata, ad orari alterni?”
Alla fine, sapete cos’è successo? Che avevo ragione io. Che avevano ragione il Consigliere, l’Assessore, tutti i miei colleghi che avevano già votato, e il mio uomo di sostegno con cui avevo parlato per tutta la giornata. Non c’è nessuna zona d’ombra, nessun vuoto normativo. “I RdL possono essere presenti entrambi al seggio, durante la stessa giornata, ad orari alterni? Possono votare entrambi?” Sì. La risposta è sì. Niente “ma”, niente “però”, niente rischi, niente “e se”. Questo, però, è quello che succede se un governo elimina la strada ufficiale, la via diretta, per andare al voto. Succede che le persone si devono ingegnare, passare ore e ore in sospeso, a chiedersi cos’abbiano sbagliato, quando stavano solo cercando di fare il proprio dovere da cittadini.
Io, alla fine, la mia croce su quel foglio l’ho messa.
E non è questione di sì o di no; la questione riguarda tutte quelle altre persone, sparse per l’Italia, che, come me, sono state respinte dal seggio e non hanno avuto la pazienza, il tempo o la determinazione di rimanere lì a combattere per una giornata intera».