Il cippo o “piastra” in memoria di Giovanni Panunzio a Foggia
Anche da questa testata giornalistica ci si interroga perché “dire NO!“?
Quando tutto iniziò quel 6 novembre 1992. E iniziò con la morte di una persona. Un modo atroce, violento, sanguinario, per dar vita a una serie di delitti e allo stesso tempo di indagini, processi e arresti, della mafia foggiana, quella che oggi si chiama “società“, ribattezzata assieme a quella di tutta la provincia come “quarta mafia“. Iniziò con la morte di una persona… per dar vita… sembra un ossimoro, ma è di più, è l’evidente realtà di uno stato comatoso in cui vive la Capitanata, Foggia in particolare, dove i tentacoli della “società” seppur ammanettati e alcuni al 41bis, si rigenerano e, notizie di poche ore fa, tengono ancora sotto scacco l’economia locale, quella di imprenditori che pagano il pizzo, che non lo denunciano, per paura ovviamente (sarebbe raccapricciante il contrario), ma che andrebbe palesata per porre termine, al massimo arginare il più possibile il fenomeno malavitoso di pochi a scapito di molti e per le generazioni future.
Ma il punto non è questo, pur essendo il centro di tutto e il cancro sociale da estirpare. Nel merito della vicenda narrata dal collega giornalista Pietro Comito è l’attuale incomprensibile diniego dell’attuale amministrazione comunale a riconoscere il simbolo del sacrificio umano a fronte del racket, della mafia locale, di quel “dire NO!” al pizzo, pagato con la vita. Un “dire NO!” di questi giorni alle istanze presentate dall’Associazione Giovanni Panunzio * Eguaglianza Legalità Diritti per la memoria dimenticata voluta o non voluta di Giovanni Panunzio, vittima innocente della mafia.
La vicenda è arrivata a quel collega giornalista, a Pietro Comito, che ha scelto di aprire la sua rivista online con la storia di Giovanni Panunzio, prima vittima della “società” foggiana certificata dallo Stato. Lo ha fatto senza conoscere le vicende attuali tra comune e Associazione Panunzio. Ed ora interviene anche lui su quel “dire NO!“
Pietro Comito: «Il 6 novembre 1992, a Foggia, un imprenditore di 51 anni esce dal Consiglio Comunale e sale sulla sua Y10. Vuole tornare a casa prima del previsto: è il suo anniversario di matrimonio, ha promesso una sorpresa a sua moglie. Non ci arriverà mai.
Quell’uomo si chiamava Giovanni Panunzio. Era partito distribuendo il pane porta a porta, era diventato uno dei costruttori più importanti della città, dava lavoro a oltre settanta persone. La Società foggiana, quella che oggi chiamiamo Quarta mafia, gli aveva chiesto due miliardi di lire. Lui aveva detto no.
Poi aveva fatto qualcosa di più. Aveva scritto un memoriale, lo aveva consegnato ai Carabinieri, aveva fatto nomi e cognomi. Nel dicembre 1991 quel memoriale fece scattare un blitz e decine di arresti. Per la prima volta lo Stato metteva le mani sulla mafia foggiana grazie alla denuncia di un imprenditore.
Undici mesi dopo, in via Napoli, quattro colpi di pistola lo raggiungevano alle spalle. Il maxiprocesso che ne seguì sancì per la prima volta, nero su bianco, l’esistenza di una mafia autonoma in Capitanata. Giovanni Panunzio è ancora oggi l’unica vittima di mafia ufficialmente riconosciuta dallo Stato Italiano in quel territorio.
Trentaquattro anni dopo, a Foggia, il Consiglio Comunale ha bocciato un emendamento al Documento Unico di Programmazione. Un emendamento che chiedeva tre cose: una sede dignitosa per l’associazione intitolata a Giovanni Panunzio, oggi inagibile. Chiarezza sul destino di un bene confiscato alla mafia in località Salice Nuovo, già intitolato a Giovanni e alle vittime innocenti delle mafie. Il rispetto, insomma, della memoria di un uomo morto perché aveva detto no al pizzo. Bocciato.
Lo denuncia l’avvocato Dimitri Cavallaro Lioi. Lo denuncia Antonio Belluna, segretario dell’associazione Panunzio, che parla di “continui episodi di mortificazione della memoria istituzionale e civile” di Giovanni.
Nel video, la storia di Panunzio e i fatti di questi giorni a Foggia. Una risposta la chiede Michele, suo figlio, che ieri ha scritto per ringraziare di aver raccontato suo padre. La chiedono le settanta famiglie che vivevano del suo lavoro. La chiede quella sera del 6 novembre 1992.
A chi amministra Foggia, una sola domanda: perché? Sull’antimafia non ci si può dividere».
Ribadisco, anche da questa testata giornalistica ci si interroga perché “dire NO!“?
Ad Maiora!
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