“I Lampasciuli”, storia di una ‘piccola industria rurale’ nella Capitanata del primo Novecento

Raffaele Vittorio Cassitto, fine studioso viestano di discipline agrarie, dopo aver pubblicato diversi testi riguardanti le condizioni economiche e sociali della Capitanata  (Estensione e produzione olearia Garganica e i suoi rapporti col commercio nel 1914[1], Climatologia di Viesti in rapporto all’agricoltura [2] nel 1915, Le Ciammaruchelle (lumache) [3] nel 1922,  La coltivazione e l’industria del fico d’india [4] nel 1924, I capperi [5] nel 1925), scrive e pubblica nel 1925 Piccole industrie rurali in Capitanata. I lampasciuli [6].

Il testo di Cassitto, poco noto ai nostri tempi, è stato meritatamente ricordato in un articolo del 2016 da Annalisa Grana[7], ambasciatrice dell’Accademia Italiana di Gastronomia Storica, oltre che citato in un articolo del P.A.T. di Puglia (prodotto agroalimentare tradizione italiana) dal titolo Nella terra dei lampascioni: un viaggio in Puglia tra storia, tradizioni e ricette [8]. Ai fini dell’iscrizione dei lampascioni o lambascioni nell’elenco del P.A.T. di Puglia è stato necessario produrre una ricerca storica[9] che riassumo in breve partendo dall’anno 1855, quando Carlo De Cesare, in un capitolo sulle produzioni spontanee di un testo riguardante le condizioni economiche delle province pugliesi, scrive, tra l’altro, che «i bulbi del “Muscari comosum” detti volgarmente lambascioni» vengono universalmente usati dalla plebe[10]. Successivamente, in un testo del 1914, Francesco Cirillo sostiene quanto segue: «Si rinvengono inoltre grandi quantità di bulbi di muscari che sono buoni per i visceri ed appartengono alla famiglia delle gigliacee il popolo li chiama lampasciuni, e da qualche anno sono esportati in America da Ascoli e Minervino»[11]. Grazie alla testimonianza di Cassitto del 1925 si viene a conoscenza dell’importanza in Capitanata dei lampascioni nei primi decenni del Novecento, mentre è di metà Novecento la documentazione dei falliti tentativi di coltivare il Muscari dell’agronomo professor Enrico Pantanelli, autore del testo Uso del cipollaccio per l’alimentazione e la produzione di alcool [12]. Infine, nel 1991 lo storico tarantino Luigi Sada ci riporta alla corretta etimologia del termine: lambascione con la lettera b[13], mentre le ricerche storiche del D’Ambrosio del 1995 ci riferiscono che il lambascione veniva servito sin dal 1756 nel seminario di Otranto[14].

Il libretto del 1925 di Cassitto, di appena una ventina di pagine, - un estratto del quale era già stato pubblicato nel 1922 nel numero 9 del giornale «Il foglietto» - testimonia l’importanza in Capitanata del Muscari Comosum nei primi decenni del Novecento, tanto da costituire «una piccola industria redditizia» risalente agli anni che avevano preceduto la Grande Guerra. I primi a cimentarsi nella raccolta e nella commercializzazione del lambascione erano stati i contadini di Ascoli Satriano, che già nel 1911 ne avevano esportavano trecento quintali ottenendo «lauti guadagni», tanto che la raccolta del bulbo edule si era estesa nei territori di Sant’Agata di Puglia, Ordona, Foggia e, in seguito, in quelli di Ortanova, Castelluccio dei Sauri, Bovino e Troia, subendo una pausa solo dovuta al conflitto mondiale. Finita la guerra, a causa della miseria, della carenza di prodotti alimentari, dell’enorme spinta al rialzo dei prezzi, della svalutazione dei salari, la raccolta dei lampascioni riprese a livello industriale diffondendosi anche nei territori di San Severo, Torremaggiore, Trinitapoli, Cerignola, Lucera e Subappennino, Lesina, Apricena e solo in poche realtà garganiche come San Nicandro.

Si ebbe un netto incremento della raccolta e dell’esportazione, passate dai mille quintali antecedenti la guerra ai duemila del 1919, tremila e cinquecento del 1920, ottomila del 1921, dodicimila del 1924. Nel Dopoguerra, i lambascioni cominciarono a essere proposti anche in trattorie e ristoranti e richiesti da benestanti[15].

Cassitto si sofferma sul riconoscimento delle «virtù terapeutiche e afrodisiache» del lambascione, attestate da medici, botanici, scrittori antichi e moderni e conosciuto sin dall’antico Egitto. Nel 1888 il dottor Curci, alla ricerca delle proprietà farmacologiche del Muscari Comosum, accertava  proprietà espettoranti nell’acqua di cottura[16], mentre Oreste Mattirolo, direttore dell’Orto Botanico di Torino, trent’anni dopo sosteneva che i lampasciuli rappresentavano un alimento di grande interesse nel mondo greco e romano, tanto da figurare negli scritti di autori importanti quali Discoride, Teofrasto, Plinio e Galeno[17]. Le qualità lassative e diuretiche del bulbo erano poi dimostrate dal direttore della Stazione Sperimentale Agraria di Bari, il professore Pantanelli[18], mentre il sempre polemico professor La Pietra nello stesso anno, il 1920, attribuiva erroneamente le proprietà purgative all’olio di oliva con cui venivano conditi i bulbi[19].

La raccolta dei lambascioni avveniva tra fine dicembre e marzo con l’uso di zappette oppure a mano nei terreni arati. Erano inizialmente raccolti da contadini e terrazzani ai fini dell’autoconsumo, ma quando cominciarono a essere ricercati per l’esportazione, diventando una risorsa economica rilevante, si videro vagare per i campi alla loro ricerca intere famiglie comprese giovani ragazze, tanto che nel 1924 la raccolta dei lambascioni raggiungeva la considerevole cifra di dodicimila quintali di cui ben diecimila venivano esportati negli Stati Uniti e, in parte, nel Brasile e in Argentina. In definitiva, in particolare per il Tavoliere, l’attività di raccolta era diventata una vera risorsa economica e si stava avviando verso la costituzione di una «piccola industria rurale» con noti industriali di frutti eduli spontanei, quali «i fratelli Orlando e Mario Casalanguida, ed un tempo i signori De Angelis, Titta Francesco Paolo e Luigi Contessa, oltre tutta una schiera di piccoli incettatori sparsi nei principali centri di produzione»[20], che spedivano in sacchi da un quintale lambascioni ripuliti a Napoli, dove venivano sistemati in casse da 50 chilogrammi e spediti nelle Americhe. Una persona adulta riusciva a raccogliere dai dieci ai quindici chili di bulbi che vendeva «all’incettatore od all’industriale per L 2 o 2,5 al chilo, realizzando così un guadagno giornaliero dalle 20 alle 35 lire», oppure a un prezzo maggiorato «per le strade delle città a lire 2,50 ed anche 3»[21].

Cassitto lamentava la scarsa conoscenza e considerazione del Muscari Comosum nel Subappennino e nel Gargano, i cui territori pianeggianti e collinari erano ricchi di lambascioni di ottima qualità. In particolare, l’autore indicava le seguenti località del Gargano: “Le Mezzane”, “Mezzanelle”, “Piano Piccolo”, “Piano Grande” nel territorio di Vieste, “Piano di Vento” e “Niuzi” in quello di Ischitella, oltre a svariate aree di Carpino, Sannicandro Garganico e San Giovanni Rotondo[22].

In conclusione, l’agronomo viestano riservava alla pianta del Muscari Comosum «un grande avvenire industriale», particolarmente significativo in un momento di gravi crisi economiche e sociali, laddove le famiglie contadine del Mezzogiorno sopravvivevano alle tristi condizioni generate dalla guerra, dall’inflazione fortemente cresciuta alla carenza di beni primari, dalla disoccupazione al carovita e al deprezzamento dei salari[23].

 _______

[1] R. V. Cassitto, Estensione e produzione olearia Garganica e i suoi rapporti col commercio, Napoli, Tip. Giaccio e Frezza, 1914.

[2] R. V. Cassitto, Climatologia di Viesti in rapporto all’agricoltura con appendice alla climatologia Garganica, Bari, Tip. Alighieri, 1915.

[3] R. V. Cassitto, Le Ciammaruchelle (lumache), Foggia, Bollettino della Camera di Commercio di Foggia, anno X, n. 1, 1922.

[4] R. V. Cassitto, La coltivazione e l’industria del fico d’india, Foggia, Tipografia Paolo Cardone, 1924.

[5] R. V. Cassitto, I capperi, Foggia, Tip. P. Cardone, 1925.

[6] R. V. Cassitto, Piccole industrie rurali in Capitanata. I lampasciuli, Foggia, Tip. P. Cardone, 1925.

[7] A. Grana, Storia e proprietà lampasciuoli di Capitanata, in «Taccuini Gastrofisici.it», 4 dicembre 2016.

[8] PAT-Puglia, Nella terra dei lampascioni: un viaggio in Puglia tra storia, tradizioni e ricette (https://www.patpuglia.it/it/20/Nella_terra_dei_lampascioni:_un_viaggio_in_puglia_tra_storia_tradizione_e_ricette/2).

[9] Dati, informazioni, autori della ricerca storica sono tratti da PAT-Puglia, Nella terra dei lampascioni: un viaggio in Puglia tra storia, tradizioni e ricette, cit. e da P. Santamaria-M. Renna, Come Bio vuole. Il percorso partecipativo della Compagnia del Carosello per una comunità del cibo, Bari, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, 2021, pp. 104-108.

[10] C. De Cesare, Delle condizioni economiche e morali delle classi agricole nelle tre province della Puglia, Napoli 1859.

[11] F. Cirillo, Cenno storico della città di Cerignola, Cerignola, Pescatore, 1914, p. 50, cit. tratta da P. Santamaria-M. Renna, Come Bio vuole, cit., p. 106.

[12] E. Pantanelli, Uso del cipollaccio per l’alimentazione e la produzione di alcool, Annali R. Stazioni sperimentali Agrarie italiane, Vol. LIII, 1920.

[13] L. Saba, La cucina nella terra di Bari, Padova, Muzzio Editore, 1991, pp. 66-67.

[14] P. Santamaria-M. Renna, Come Bio vuole, cit., p. 118.

[15] R. V. Cassitto, Piccole industrie rurali in Capitanata. I lampasciuli, cit., pp. 3-4.

[16] A. Curci, Ricerche farmacologiche sul Muscari Comosum, in «Annali di Chimica e Farmacologia», Vol. 7, Serie IV, 1888.

[17] O. Mattirolo, I bulbi del Muscari Comosum (Cipollaccio o fiocco) proposti come alimento anche alle popolazioni dell’Italia Settentrionale, in «Annali R. Accademia di Agricoltura», n. 61, Torino 1918.

[18] E. Pantanelli, Uso del cipollaccio per l’alimentazione e la produzione di alcool, cit.

[19] M. La Pietra, Il Moscarino, in «Il Coltivatore», Fratelli Ottavi, n. 30, 1920.

[20] R. V. Cassitto, Piccole industrie rurali in Capitanata. I lampasciuli, cit., p. 14.

[21] Ivi, p. 13.

[22] Ivi, pp. 13-14.

[23] Cfr. ivi, p. 16.

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