Commemorazione dei Morti. La “parola amica” di Mons. Vincenzo Pelvi

Come ogni anno, il 2 novembre la Chiesa Cattolica commemora i defunti. La popolazione si reca ai cimiteri per ricordarli, portagli un fiore, parlarci, farli vedere ai loro figli. Una tradizione religiosa profondamente cattolica, nel rispetto della persona e dell’esistenza di una vita migliore dopo la dipartita, il “sonno perenne” sveglio di fianco a Nostro Signore. L’arcivescovo Metropolita dell’Arcidiocesi Foggia-Bovino ha voluto ricordare a tutti noi, con questi due messaggi, profonde preghiere d’amore, il senso della commemorazione, nel ricordo vivo dei nostri cari estinti terreni. L'invito a ricordare rivolto alle famiglie dei Figli in Cielo e il messaggio di ricordo che dopo questa vita ce n'è un'altra, migliore.

Una parola amica

Carissimi genitori,
ispirandomi a un testo di Maria Teresa Abignente della Comunità di don Luigi Verdi, vorrei suggerire qualche breve riflessione per questi giorni particolari dei nostri “Figli in Cielo”.

Siamo di fronte alla tomba che nasconde i figli ai nostri occhi. Vorrei con voi gridare di svegliarli, di uscir fuori, chiamare tanto forte da spezzare il loro sonno, frantumare il silenzio. Il dolore, cari genitori, si è immesso in ogni parte del vostro corpo e anche le lacrime non danno alcun sollievo, scendono a volte silenziose, a volte accompagnate da singhiozzi, ma non riescono ad alleggerire la desolazione dentro e accanto a voi.
Non possiamo capire il vostro dolore, restiamo in silenzio davanti ad un evento così ingiusto che ha stravolto per sempre la storia della vostra famiglia. Ma il dolore non può vincere e deve trasformare ogni esistenza. Immergiamo il mistero della morte nel mistero della vita che non finisce. Come affrontare questo? Non ci sono parole, tranne il silenzio e la vicinanza. La fede nella risurrezione è chiudere gli occhi e procedere al buio, quel buio che avete incontrato. Perché ancora tanta sofferenza? Neanche Gesù risponde a questa domanda, piuttosto dice: «Vieni, facciamo un po'di strada assieme, apriamo un sentiero di vita». Il dolore in sé non ha un senso, le lacrime non vanno asciugate, né respinte. Il dolore non può essere capito, bisogna lasciarlo essere in modo da trasformare la sua energia negativa in tenerezza e amore. Il Signore ci è accanto e piange le sue lacrime. Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, ma a riempirla della sua presenza. Egli non ama il dolore, ma nel dolore è con ciascuno di voi per moltiplicare la forza che argina ogni paura.

I nostri figli, giovani speciali, che amarono e gioirono, ora sono nell’abbraccio di Dio. Restano a noi più vicini quando gli occhi sono in lacrime, il cuore resta muto e girano a vuoto le energie dell’esistenza, quando le angosce sembrano annullare la fede e il tempo acuisce le piaghe della loro assenza. L’amore è ciò che rimane e il nostro cuore è in loro, anche se il corpo è lontano da noi.

Cari papà e mamme,
se dovete parlarci fatelo con il silenzio. Non ci vogliono parole, basta il dono inesprimibile di un bacio. Non vediamo l’ora di ricontrarci. Da bambini, quando avevamo paura ci nascondevamo dietro di voi...ora voi non nascondetevi per paura dietro di noi.
La nostra morte non solo può essere detta a partire dalla vita: essa anche parla alla vita.
Non dovete temere, lo ripete Gesù. Confidate, abbiate fiducia. Siamo nel respiro del Risorto.

Messaggio per la commemorazione dei defunti

Carissimi,
basta uno sguardo all’esistenza umana per constatare quanto la vita sia segnata dalla domanda che è la morte. Siamo tutti solidali nel camminare verso la morte, che non è affatto un mancare ultimo, ma è, prima di tutto, una imminenza che sovrasta. Davanti a questa vertigine diventiamo inquieti riguardo al nostro destino e ci interroghiamo senza avere risposte.
Dietro l’evasione della domanda che è la morte, si nasconde in realtà l’assenza di passione per la verità: attraverso l’eclissi della morte si tende a portare gli uomini a non pensare più, per abbandonarsi a quello che è fruibile e calcolabile con il solo interesse della consumazione immediata.
È il trionfo della maschera a scapito della verità: è il nulla della rinuncia ad amare. Scompaiono, così, i segni del lutto e viene meno uno sguardo religioso sul compimento dell’esistenza terrena. Senza una religione della morte resta in piedi una vaga e sentimentale esperienza morbosa della vita. La morte, così, viene concepita come accidente, se non addirittura come incidente. E così anche le procedure della morte, insieme a tante altre che riguardano la vita, le relazioni, i viaggi e le vacanze, finiscono in una sorta di foglio di calcolo, capace di convogliare i momenti dell’esistenza in un risultato che a noi interessa governabile. Ci si allontana, così, anche dal corpo morto e dai luoghi in cui la vita continua a pulsare. Penso all’industria della sepoltura, al protagonismo efficientista delle aziende mortuarie, che allontanano sempre più l’esperienza personale e collettiva della morte dalla propria abitazione. Ci si ritrova dinanzi al proliferare delle cosiddette case del commiato, che espropriano la gestione della morte dal suo naturale nucleo familiare.
Eppure, l’audacia della sofferenza per noi credenti non è la mancanza di qualcosa, ma una qualità dello spirito che cerca l’essenziale. Nello sguardo della fede alla ricerca di un senso che faccia non solo della vita il cammino responsabile dell’imparare a morire, ma anche renda la morte il giorno natale della gloria, evento misterioso del nascere oltre la morte.
Il Signore raccoglie le nostre lacrime, una ad una come in uno scrigno prezioso, quasi fossero il suo tesoro.
Dio è sempre vicino a chi ha il cuore spezzato, salva gli animi affranti. Parole che lasciano disarmati, che disorientano se non si pensa che il luogo dove risiede la felicità è Dio. La fede è una luce che fatica ad illuminarci quando ci scontriamo con la durezza di un dolore, con l’urlo lancinante che ci apre al distacco. La sofferenza non gira su se stessa, non è un flagello inutile, è una spada piantata nel centro delle nostre giornate per separarci dall’effimero; è la spinta che ci permette di approdare alle sponde dell’eterno.
Lo insegna Gesù che sulla croce nel suo abbandono non esita a rinviare al volto paterno e amoroso la sua angoscia: “Padre, nelle tue mani affido la mia vita”. La desolazione e la solitudine rivelano la solidarietà con la condizione umana, con la quale il crocifisso entra fino in fondo. All’abbandono, però, si unisce nella vicenda di Gesù, la comunione con Colui che l’abbandona: l’abbandonato accetta in obbedienza d’amore la volontà del Padre: “Padre, mi abbandono a te”. La possibilità di vivere la separazione più alta apre ad una profondissima vicinanza: morire come Gesù e con Lui è abbandonarsi a Dio, lasciando che tutto si schiuda ad un’altra luce, in Colui che ci accoglie.
Non basta una vita per comprendere che nell’amore di Dio tutto è vita, anche la morte. Il senso della vita è sempre oltre.

Un abbraccio affettuoso
†Vincenzo Pelvi

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