Redazione

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a cura di Matteo Notarangelo, sociologo counselor professionale.

La crisi delle città è determinata dalla classe politica, protetta dagli organi di controllo amministrativo, oggi inesistenti. Dalle città chiuse, con poca partecipazione politica, chi può fugge, chi non può si adegua e chi non vuole si scontra contro i poteri visibili e invisibili, che impediscono la crescita civile. In quelle città, le classi dirigenti non hanno una visione, un progetto per le loro comunità e ostacolano ogni idea di crescita civile e di partecipazione democratica. È difficile definire democratiche le prassi di governo in queste comunità, che non riescono a immaginare Ia città del futuro. I soliloqui dei rappresentanti istituzionali mostrano i disastrosi distacchi dalla gente, nauseata dalle scelte amministrative  di individui incontrollati. Ancora oggi, ci sono tante città  prigioniere del passato. La loro classe politica resta espressione di vecchi modelli di potere, chiusa ai tempi nuovi e avulsa dalla  nuova scienza urbana. Lì succede che i consigli comunali sono vuoti, mentre si espande la folla solitaria, sempre più lontana dalla noia della politica amministrativa, che ritrova le sue ragioni nei vecchi modelli organizzativi del passato. Le città politiche esistenti sono città solitarie, che negano  la partecipazione civile e politica. Quelle città attraversano il momento buio della loro storia  plurisecolare, falsificata e poco raccontata. Una storia fatta di comportamenti antidemocratici e di tanti silenzi.

La crisi della città

All’origine della loro crisi, c’ è l’individuo che ritarda, o rinuncia, a essere cittadino. Le città si trasformano in agglomerati urbani dove è in atto un ritardato scontro civico tra le persone che abitano quei territori e le loro istituzioni civiche. Un conflitto silenzioso, che provoca i suoi disastri umani, sociali, culturali e demografici. In quei luoghi, la gente che resiste non fronteggia un nemico invisibile, ma una secolare storia sociale fatta di poteri "legali", che rallenta la crescita civile e democratica dei suoi abitanti. Non è difficile conoscere il pensiero motivante delle loro istituzioni rappresentative. Il “gioco” sociale” è noto ed è conosciuto. Quell’ antica storia di potere narra di due mondi: quello centrale e quello periferico. La loro cultura politica organizzativa affonda le radici nei vecchi e lontani modi di pensare di persone diverse, che  difendono i loro significanti medioevali. Si sa, i partiti e i movimenti politici, che dominano in ogni dove, non sono democratici e non sanno più sognare. La loro vita interna è determinata da un élite centrale con uomini e donne di servizio, tenuti in uno stato di dipendenza. La periferia, invece,  è popolata dai "signori" del consenso, piccoli e inadeguati politici, che, in cambio di voti, impongono la loro volontà al di sopra della legge. Questi due mondi, costruiti su ragioni politiche e giuridiche di subordinazione, sono ancora lì a imporre le loro abitudini. Il confondersi di questi due agiti è, ormai, la grammatica del potere politico e amministrativo di oggi. Un potere freddo, antidemocratico che agisce con logiche escludenti. Quello del potere centrale e quello del potere periferico sono due ordini di convivenza dove predominano e si confondono la legge scritta e la legge orale. In quei territori dell'abuso, regnano il potere della forza politica, derivante dal voto, e il potere della forza, sgorgante  dall'arbitrio degli uomini periferici. Due poteri che dialogano dai tempi antichi e che, tutt'oggi , si completano.

Il controllo dei municipi

L’intrecciarsi delle due visioni politiche, centrale e periferica, con le loro pratiche di vita, si manifesta nei riti elettorali, che hanno poco o nulla di democratico. Durante il voto, diventa visibile la forza della legge non scritta, l’organizzazione tribale e gli intrecci socioeconomici dei due mondi, che producono i loro frutti politico-istituzionali velenosi.  Sono “patti tra uomini e tra famiglie”. Gli uomini e le donne che incarnano i simboli dei partiti politici di governo sembrano che abbiano una  storia politica,  sociale e culturale di rispetto, di idealità, di progettualità, ma, di fatto,  sono espressione del modo tribale di vivere i tempi moderni. Costoro non formano la "casta", bensì i puntelli del sostegno elettorale al candidato vincente, quasi predestinato alla carica pubblica. Quello che si manifesta in quelle città  è un patto tacito tra "uomini e famiglie, scrivevo,  che, con l’ “assassinio” democratico elettorale, diventano forze invisibili. Gruppi di persone che, poi, si evaporizzano dagli spazi pubblici e scelgono di agire nell'anonimato. Dopo il voto, con il lungo silenzio civile, inizia il tempo  della loro certezza, quel tempo di contare su un’amministrazione amica, che potrebbe soddisfare il bisogno del membro della tribù, qualora emergesse. A costoro, poco importa degli altri, dei luoghi comuni, delle istituzioni civili, delle regole di democrazia rappresentativa, della partecipazione democratica, della sapienza, della giustizia, della concordia, della temperanza e della carità, virtù del buon governo.

La rinuncia alla cittadinanza

Consumato il rito elettorale, si struttura il “potere” civico. Gli organi di governo mostrano i volti delegati all’uso del potere pubblico. Delle loro competenze e abilità, nessuno ne  parla. Queste pratiche di potere, chiuse in se stesse, vengono subite dalle popolazioni. In questo gioco dell’assurdo “politico”, i destini di tanti si intersecano e si incrociano con la vita pubblica. Ai bisogni della comunità si avvicendano quelli dei clan del consenso e inizia il controllo sociale e della spesa pubblica, sempre ammantata da tanti silenzi. Il tutto diventa normalità. Nel tempo, resta da sostituire qualche fidato impiegato e incanalare i soldi pubblici. Per questo, ci sono  i concorsi pubblici e le gare di appalto. Agiti di “potere pubblico” perfetti nella forma, spiegati sempre con qualche ragione o con un'improvvisa emergenza amministrativa. E succede che dai tempi antichi viene mosso lo spirito del dominio, che giustifica e formalizza l’ impegno tribale preso o da rinnovare, a cui dare la giusta “fattezza” legale. In queste pratiche concitate,  trovano ragioni le  buone visioni della città, l’ ordinata crescita della popolazione, il salutare benessere dei suoi abitanti, solo se rientrano negli effetti collaterali. E’ vero, servono delle proposte per incalzare gli “eletti” sul terreno dello sviluppo e della crescita della comunità. Tanto è possibile dove esiste una comunità politica civile, aperta, democratica. Ma non c'è. In questo tempo, le idee innovative, purtroppo, si enunciano, solo nelle giuste occasioni, senza crederci troppo. Accade, perciò, che gli spazi della discussione e della partecipazione, spesso, vengano resi afoni, per non turbare il controllo sociale e i “patti”  antichi stretti . Qui, è ovvio, arretra la legalità e muore la democrazia  rappresentativa. Nel  prevalere dei silenzi collettivi, non può espandersi la società civile. Chi volesse rincorrere il diritto, dovrebbe vivere nelle aule dei tribunali e avere una buona, anzi, ottima salute mentale. Nel santuario del diritto, quell'idealista verrebbe crocifisso. Ogni buon cristiano sceglie, perciò, di vivere la sua vita da persona normale, rinuncia ad aprire conflitti con i tanti poteri, piccoli e miseri, che si annidano nella pubblica amministrazione e si ramificano un po’ ovunque. E’ questo il tempo e la storia che impongono la rinuncia alla cittadinanza attiva.

La folla solitaria

In quelle città tristi, ci sono consigli comunali occupati da consiglieri eletti con "ammassi" di voti. Ci sono sindaci che governano senza dialogare con i cittadini. Ci sono moltitudini di individui educati a considerare il governo della città una “cosa loro”, privata,  degli eletti. In quelle contrade può accadere che, in piena pandemia, il municipio chiuda il portone principale d’ingresso. E nessuno si meraviglia. È evidente: in questi luoghi, difetta  la crescita della partecipazione politica, da tempo addomesticata, arranca la coscienza civica e domina la cultura della sopraffazione darwiniana. Per le forze di governo periferico, il mutismo, che non è omertà, diventa la prova della buona amministrazione, della solidarietà. Non è cosi. La gente normale, i tanti resistenti, resi una folla solitaria, sono  sempre più lontani dalla vita collettiva. Eppure, tra di loro, c'è chi pensa di costruire il futuro in queste comunità antidemocratiche, per divulgare i valori della partecipazione e della condivisione democratica, necessari per riprogettare la città gentrificata. Prima o poi, ci saranno delle donne e degli uomini "nuovi", che sogneranno una nuova città aperta, includente, democratica con nuovi modi di pensarla, di abitarla, di goderla e con tanti nuovi bisogni e tanti nuovi diritti. In quella città, forse, non avrà il diritto di cittadinanza "l'uomo del Medioevo", che  continua ad abitare i municipii di oggi.

 

Nota dei consiglieri regionali di Forza Italia Giandiego Gatta, Stefano Lacatena e Paride Mazzotta.

“La gestione della pandemia e della campagna vaccinale da parte dell’assessore Lopalco ha determinato, nei fatti, la permanenza della Puglia in zona rossa con danni incalcolabili all’economia regionale e alla resistenza psicologica dei cittadini. E’ venuto il momento di dire “basta”, di avere uno scatto di amore per la nostra terra: per questo, nelle prossime ore depositeremo una mozione di sfiducia nei confronti dell’assessore alla Sanità.
La Puglia è tra le ultime Regioni d’Italia per numero di tamponi effettuati perché l’ineffabile Lopalco sostiene la teoria della “tamponite” tanto da far saltare in Puglia ogni tentativo di tracciamento del contagio.  
Poi, si è allenato nell’inefficienza con le Usca, che avrebbero dovuto garantire l’assistenza ai pazienti in isolamento domiciliare: peccato, però, che nonostante i milioni e milioni di euro spesi, le Unità Speciali di Continuità Assistenziale siano decollate tardissimo, con migliaia di pazienti abbandonati a casa.  
E ancora: il “capolavoro” dell’ospedale della Fiera del Levante. Costi lievitati, carenza di personale, disorganizzazione e “giallo” sull’acquisto delle forniture. Un capitolo mortificante per un’amministrazione regionale.  
Così, arriviamo alla campagna vaccinale: prima il caso dei furbetti dei vaccini, poi i ritardi nelle somministrazioni (specie quelle domiciliari, con anziani ancora in attesa), poi ancora le file chilometriche e i valzer di circolari regionali che hanno gettato i cittadini nella confusione totale.
E siamo, anche qui, tra le ultime Regioni d’Italia per numero di somministrazioni. Una sfilza di errori che ha portato, nelle scorse settimane, la nostra delegazione parlamentare a richiedere l’intervento del ministro Speranza.
Tutto ciò a titolo semplificativo, ma non esaustivo e basta a richiedere immediate dimissioni di chi ha la responsabilità di aver messo in ginocchio la nostra Puglia: l’assessore Lopalco”.

Lunedi 12 aprile 2021, alle ore 18, sulla pagina Instagram antonello_baratta diretta con Antonio Aiazzi, artista nazionale della scena Rock italiana e non. Un Artista che ha militato nella band icona del "Rock Italiano, cantato in italiano", i Litfiba.

Aiazzi, artista poliedrico, creativo e maestro assoluto, direttamente dal "Rinascimento Musicale Fiorentino" e dalla Firenze Musicale anni '80:

Con lui si parlerà di vari argomenti tra cui la sua esperienza artistica, sulle band della musica italiana e tanti altri argomenti. Sarà un’ora interessante, farcita di colorite verità.

Diatriba Interviste è sempre sul pezzo e in diretta con il suo frontman Antonello RedShake Baratta.

Per chi volesse rivedere le interviste basta collegarsi alla pagina youtube Diatribafg.

Stay tuned‼ Non ve ne pentirete.

In mostra: Alessandro Angeletti,  Heike Baltruweit, Oleg Bregman, Roderick Camilleri, Aleksandra Ciążyńska,  Onno Dröge, Andreas Ender, Gabi Simon Artworks Concept, Andrew Heiser, Juliet Hillbrand, Michael Jiliak, Alexandra Kordas, Riikka Korpela, Constanza Laguna Roldán, Marcia Lorente Howell, Judith Minks,  Fanou Montel, Susan Nalaboff Brilliant, Renée Rauchalles, Erwin Rios, Belle Roth,  Kyoung-Mee, Nina Stopar

Proseguono le mostre con nuovi artisti di talento, all'insegna di un'offerta artistica molteplice e diversificata, che Rossocinabro dopo dodici anni di attività e più di 200 mostre, offre ai suoi estimatori, analizzando di volta in volta i diversi territori del contemporaneo, talvolta distanti tra loro, conducendoli nei loro percorsi attraverso le opere presentate secondo chiavi di lettura diverse e spesso inedite.

L'esposizione, quindi, come strumento insostituibile di conoscenza e formazione abbraccia molti aspetti dell'espressione artistica dalla pittura, alla scultura, alla fotografia. Il progetto di ‘In Contemporanea’ si basa proprio su questa varietà di stimoli, con lo scopo di avvicinare il pubblico, in maniera consapevole e graduale al mondo dell'arte e delle gallerie.

Il pluralismo di per sé, negando l’esistenza di una verità universale ed oggettiva, è probabilmente una delle caratteristiche più importanti e più tipiche delle società moderne, e sarà sempre più un elemento propulsore del progresso anche in campo artistico, oltre che scientifico ed economico. Quest’attività di promozione, aperta a tutte le forme di espressione e basandosi sul pluralismo delle scelte, intende garantire la molteplicità dell’offerta e quindi coinvolgerà anche in futuro artisti sempre diversi.

No vernissage.

Visit: www.rossocinabro.com

a cura del prof. Giuseppe Piemontese - Società di Storia Patria per la Puglia.

Il Ventesimo secolo è stato caratterizzato da numerose guerre che hanno avuto diverse cause e motivazioni. Cause di ordine economico, politico, sociale e culturale, ma fra queste dobbiamo annoverare anche cause che derivano da fattori identitari, e più specificatamente etnici, legati ad una determinata realtà territoriale e spesso culturale. In altre parole, guerre per difendere o acquistare una propria identità culturale o territoriale, tanto da creare le premesse per vere e proprie guerre fra regioni o fra nazioni. Del resto, a tale riguardo, molti sono  i conflitti che hanno avuto come casus belli l’identità  etnica, oppure l’identità religiosa o culturale. Basta citare a tale proposito la crisi dei paesi dell’ex Jugoslavia, o anche gli ex Stati dell’Unione Sovietica, che in nome della loro identità hanno dovuto affrontare vere e proprie guerre civili, ricorrendo alla violenza e, a volte, allo sterminio del nemico.  Per non parlare, poi, dei conflitti in corso, fra Israele e i palestinesi, in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Ucraina, Nigeria, ecc. In questi paesi i conflitti sono non solo religiosi o politici, quanto di natura etnica o identitaria, legati alla storia di ognuno e alle loro culture o religioni. In questi paesi, infatti, si combatte per la supremazia di un’identità culturale e religiosa e, quindi, per l’annientamento di una di essa. Purtroppo, è paradossale che, come afferma Massimo Nava sul Corriere della Sera: “Nell’era della globalizzazione, della modernità tecnologica, della laicità persino esagerata, che a volte fa perdere di vista il senso ultimo dell’esistenza, il fattore religioso moltiplichi notizie di cristiani perseguitati, di minoranze umiliate, di simboli religiosi distrutti, di un fondamentalismo islamico che pretende di instaurare antichi califfati, del sangue che scorre all’interno dello stesso mondo arabo/musulmano”.
      Tuttavia, oggi il concetto di identità acquista una valenza più ampia, non specificatamente legata alle etnie o a fattori politici o religiosi di alcuni popoli o di alcune regione del mondo. L’identità, oggi, si manifesta soprattutto attraverso la convivenza sociale fra i popoli, che, purtroppo, sono costretti ad emigrare non solo per motivi di lavoro, ma soprattutto per motivi politici e di sopravvivenza, specie là dove sono in atto i conflitti armati e le violenze quotidiane.  Purtroppo, oggi, si uccide in nome della propria identità e del proprio credo politico e religioso, senza tenere conto dei valori di solidarietà e di libertà dei popoli.  

Vi sono alcuni autori che hanno esaminato il concetto di identità e ne hanno tracciato la storia e l’evoluzione nel tempo. Fra questi Zygmunt  Bauman in un suo libro-intervista (Z. Bauman, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari 2003), che ha come tema principale il concetto di identità. Infatti, Z. Bauman afferma che in una società  interculturale corretta ed evoluta, c’è sempre bisogno di “riconoscersi” nell’identità; senza la coscienza di ciò che si è, è impossibile aprirsi all’altro, e così anche accettarlo e assimilare qualcosa da lui (Bauman, 2003).   Così come afferma Carlo Truppi, a proposito della diversità nell’identità: “Appartenere a una comunità, afferma Carlo Truppi, implica il rispetto della cultura comune. Non viviamo più in contesti banalmente omogenei, l’attuale mondo è formato da una eterogenea compresenza di multiculturalità. Ancor più, quindi, la consapevolezza e la valorizzazione della propria identità costituisce la base dell’accoglienza della diversità, altrimenti l’identità scompare. Il recupero e la valorizzazione dell’identità diventa invece la base dell’accettazione della diversità” (Truppi, 2011, p. 81). A proposito di identità lo scrittore libanese Amin Maalouf afferma: “Tutti noi rivestiamo più ruoli, di conseguenza abbiamo un'identità multipla, definita come identità sociale. È opportuno, infatti, chiarire che l'identità è contestuale e relazionale, cioè essa può variare in base al contesto, al ruolo che si intende assumere in tale contesto ed alla posizione, autodeterminata o meno, che si gioca (o ci viene fatta giocare dagli altri con le loro identità) all'interno della rete di relazioni e percezioni (simmetriche ed asimmetriche) al cui interno ci si trova inscritti ed attivi” (Maalouf, 2005). Amin Maalouf  è convinto che contro la follia di chi ogni giorno e in tutto il mondo, incita gli uomini a suicidarsi in nome della loro identità, egli si rifiuta di contemplare questo massacro con fatalismo e rassegnazione. Il suo stesso destino di uomo d'Oriente e d'Occidente lo spinge a spiegare ai suoi contemporanei, con parole semplici e riferimenti diretti alla storia, alla filosofia e alla teologia, che si può restare fedeli ai propri valori senza sentirsi minacciati dai valori di cui gli altri sono portatori.

Tuttavia oggi vi sono  molti sociologi e antropologi che  mostrano i loro sospetti nei confronti del concetto stesso di identità: fra questi Francesco Remotti che parla di ossessione dell’identità da cui liberarsi. Oppure c’è chi ritiene opportuno andare oltre il concetto di identità, in quanto considerato ambiguo, contenutisticamente poco significativo e inutile sul piano euristico. C’è chi invece considera l’identità un problema fondamentale delle società post-moderne e nell’età della «modernità liquida», come Zygmunt Bauman, considerandola fluida, mutevole e costantemente ricostruita, aperta a revisioni e aggiustamenti. Così come Amartya Sen collega l’identità con la violenza, riconoscendone in  diverse guerre la matrice.  E su questo c’è molto da discutere e da studiare. Anche perché vi sono stati a tale proposito diversi altri autori che hanno parlato di riconoscimento della propria identità o delle proprie identità, come hanno fatto Paul Ricoeur,   Barrington Moore, Arjun Appadurai.  

Oggi il concetto di riconoscimento è molto importante, di cui ha fatto la sua bandiera il filosofo Paul Ricoeur.  Per la prima volta il pensiero filosofico si interroga sul "riconoscimento", un termine mai prima oggetto di una specifica riflessione. Ricoeur ripercorre i principali testi dell'Occidente, da Omero ai nostri giorni, passando per Aristotele, Descartes, Hobbes, Kant, Hegel, alla luce delle svariate accezioni del riconoscimento nel loro scandirsi attraverso la storia delle idee filosofiche. La posta in gioco consiste nello scoprire le varie modulazioni dell'agire che il riconoscimento dischiude, soprattutto sul piano etico e politico.

In campo psicologico, la perdita della propria identità porta, spesso, verso la perdita della propria riconoscibilità e, quindi, della propria personalità come valore identitario e come  valore soggettivo.  Questo specie in una società in cui il capitalismo, e quindi la globalizzazione,  ha determinato anche il modo di vivere a livello soggettivo e a livello comunitario. Un capitalismo in cui ogni persona si sente partecipe, nel bene e nel male, di un processo economico e culturale, di cui non può fare a meno.  Crisi identitaria che proviene, oggi, da un vero e proprio disagio culturale oltre che psicologico. Del resto, già all’inizio del Novecento ne parlava lo stesso Freud quando scrisse il libro  Il disagio della civiltà (1929), come espressione della precarietà della vita. Purtroppo oggi il concetto di identità è studiato specialmente a livello psicologico, in quanto la sua mancanza o la sua crisi influisce sulla personalità del soggetto, in quanto senza di essa, il soggetto perde, come afferma Thomas Reid, il “senso comune” . Per cui  si va verso “un mondo di fantasia senza realtà”. In questo senso, quando viene meno il nostro convincimento dell’identità, significa aprire la strada alla follia, all’insanità” (Reid, 1969).

Purtroppo, nell’attuale società contemporanea, molti sono soggetti alla depersonalizzazione, che significa perdita di identità e di riferimento a tutto ciò che li circonda, specie se il tutto viene visto sia all’interno del nucleo familiare, sia nel contesto urbano, come per esempio vivere in una periferia, al di fuori di ogni riferimento identitario della città e del proprio territorio. Oggi, sia la psicoanalisi che la psichiatria si interessano sia della crisi dell’identità che della depersonalizzazione, che, spesso, crea il fenomeno deviante di sradicamento e di alienazione. Del resto, sappiamo che  i nuovi soggetti negli spazi urbani, che si sono sviluppati come contenitori “neutri” di diaspore e delocalizzazioni, elaborano profili culturali sovversivi e in profonda conflittualità con quelli rassicuranti del passato. In questo senso, oggi, spesso si parla di crisi esistenziale o di crisi di identità, con riferimento specifico a crisi di identità affettiva e sociale. Quando queste identità vengono meno, o si hanno dei cambiamenti repentini per quanto riguarda i rapporti familiari, i rapporti con amici o con partner sentimentali, oppure la perdita del proprio luogo di appartenenza, allora si va verso la crisi esistenziale che può comportare un cambiamento dell’immagine di Sé e una perturbazione emotiva che può durare, a seconda di ognuno di noi, più o meno a lungo ed essere più o meno intensa. E, spesso, si ricorre all’automedicamento, come il ricorso agli psicofarmaci, all’alcool, alle droghe, a cui si chiede di smorzare quel senso di angoscia, di agitazione emotiva. Oppure allo "stordimento di coscienza", ovvero di allontanamento e dispersione di attenzione dal proprio essere, attraverso l'impulso all'acquisto esagerato, anche se non abbiamo bisogno di quei particolari prodotti. Purtroppo, il Ventesimo secolo, oltre ad essere l’età della violenza, è anche il secolo dell’alienazione e dei desideri inappagati, dovuti al benessere e all’idea di progresso ad ogni costo.

 

 

Da Kafka a King, da Polanski a Dostoevskij: una storia che mette paura.

Martedì 13 aprile, alle ore 18.30. Live streaming aperto al pubblico sulla pagina Facebook di “Ubik Foggia”. La scrittrice barese presenta il suo nuovo romanzo. A conversare con lei, l’autrice e traduttrice Silvia Ballestra.

“Ho impiegato tantissimi anni per decidere come raccontare questa storia, finché ho trovato Francesca”. È la protagonista, anzi, la coprotagonista di una vicenda ispirata a un caso di cronaca reale, accaduto quando l’autrice era bambina. Francesca si trasferisce a Roma con la sua famiglia, marito e figlie: poggia la mano sul cancello rosso del cortile e si ferisce. Ecco l’altra protagonista del romanzo: la casa. Antonella Lattanzi come Stephen King in Questo giorno che incombe (Harper Collins, 2021), uno dei libri più interessanti di questi ultimi mesi e protagonista della presentazione online di martedì 13 aprile, alle ore 18.30, sulla pagina Facebook della Ubik di Foggia. In realtà, una conversazione a due con un’altra scrittrice nonché traduttrice esperta e nota ai lettori, Silvia Ballestra, chiamata a intervistare la scrittrice barese più volte ospite dello spazio live della Ubik di Piazza U. Giordano. Ad aprire l’appuntamento, l’introduzione del direttore artistico della libreria, Michele Trecca. L’incontro è libero e aperto a tutti i lettori con possibilità di fare domande live.

Questo giorno che incombe (Harper Collins, 2021). Qui saremo al sicuro. Francesca lo pensa mentre sta per varcare il cancello rosso fuoco della sua nuova casa. Accanto a lei c’è Massimo, suo marito, e le loro figlie, ancora piccole. Si sono appena trasferiti da Milano a Giardino di Roma, un quartiere a metà strada tra la metropoli e il mare. Hanno comprato casa in un condominio moderno e accogliente, con un portiere impeccabile e sempre disponibile, vicini gentili che li accolgono con visite e doni, un appartamento pieno di luce che brilla in tutte le stanze. Il posto perfetto per iniziare una nuova vita. Perché Francesca è giovane, è bella, è felice. E, lo sa, qui a Giardino di Roma sarà libera. Eppure qualcosa non va. Dei dettagli cominciano a turbare la gioia dell’arrivo. Piccoli incidenti, ombre, che hanno qualcosa di sinistro. Ma sono reali o Francesca li sta solo immaginando? Appena messo piede nella nuova casa Massimo diventa distante, Francesca passa tutto il tempo sola in casa con le bambine e non riesce più a lavorare né a pensare. Le visite dei vicini iniziano a diventare inquietanti, sembra impossibile sfuggire al loro sguardo onnipresente. A poco a poco il cancello rosso che difende il condominio si trasforma nella porta di una prigione. E così, intrappolata nella casa, Francesca comincia a soffrire di paranoia e vuoti di memoria. Sempre più sola e piena di angosce, ha l’impressione che la casa le parli, che le dia consigli, forse ordini. Le amnesie si fanno sempre più lunghe e frequenti. Finché un giorno, dal cortile, arriva un grido. È scomparsa una bambina. Può essere sua figlia? E perché Francesca, ancora una volta, non sa cosa ha fatto nelle ultime ore? Liberamente ispirato a un episodio di cronaca avvenuto a Bari nel palazzo dove l’autrice è cresciuta, “Questo giorno che incombe” è un romanzo unico, bellissimo e prismatico, capace di accogliere suggestioni che vanno da Kafka a King, da Polanski a Dostoevskij, di attraversare più generi, dal thriller alla storia d’amore, di riflettere sulla maternità e le sue angosce, di parlare del male e del dubbio, e capace di riscrivere, tra realtà e finzione, una storia vera.

Antonella Lattanzi. Ha pubblicato Devozione e Prima che tu mi tradisca (Einaudi). Scrive su "Tuttolibri" e "Il Venerdì di Repubblica". Per la tv ha collaborato al programma "Le invasioni barbariche", per il cinema ha scritto le sceneggiature di Fiore di Claudio Giovannesi (nella Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 2016) e di 2night di Ivan Silvestrini (Festa del Cinema di Roma 2016). È autrice di Una storia nera (Mondadori, 2017).

In una data simbolica, il 12 aprile, la Giunta regionale pugliese approva lo schema di statuto con il quale si avvia al costituzione della Fondazione antimafia sociale “Stefano Fumarulo”. Nel giorno del quarto anniversario della scomparsa del giovane dirigente della Sezione Sicurezza del cittadino, Politiche per le migrazioni ed Antimafia sociale della Regione Puglia, già consulente della Commissione parlamentare Antimafia, la Giunta regionale ha così deciso di onorare la sua figura varando la Fondazione antimafia sociale che sarà a lui dedicata, in ossequio a quanto previsto dalla legge regionale 28 marzo 2019, n. 14 (Testo unico in materia di legalità, regolarità amministrativa e sicurezza).

“Stefano Fumarulo – ha dichiarato il Presidente Emiliano – ha sempre promosso il protagonismo delle associazioni e dei singoli cittadini nel contrasto alle mafie. Un dirigente pubblico che credeva fortemente nell’antimafia sociale e che coltivava la consapevolezza che la lotta alle mafie, prima che repressiva deve essere sociale, educativa, culturale, etica. Nel corso della sua attività ha dato impulso e realizzato politiche innovative di lotta non repressiva alla criminalità e di inclusione sociale, che sono state prese ad esempio come buone pratiche a livello nazionale e internazionale. La Fondazione avrà proprio questi obiettivi e quotidianamente sarà impegnata a costruire coesione, coinvolgimento e partecipazione sui territori; a costruire, cioè, una nuova cultura contro le mafie e a favore della legalità e della giustizia”.

La Fondazione proseguirà il grande impegno profuso da Stefano Fumarulo in materia di prevenzione alla criminalità, e alle varie forme di mafia, attraverso percorsi alternativi di inclusione e reinserimento sociale. Un impegno che si è concretizzato mediante il contrasto alle gravi forme di sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato e la predisposizione di strumenti innovativi nell’ambito della contrapposizione alle dinamiche criminali e mafiose. A lui si deve, infatti, la nascita della prima Azienda agricola sperimentale di proprietà regionale (“Fortore – Casa Sankara - San Severo”), gestita da quei braccianti immigrati che si sono sottratti ai circuiti illegali e di sfruttamento connessi al caporalato; cosi come la creazione delle foresterie regionali per i lavoratori agricoli migranti, che garantiscono ospitalità a circa mille persone sull’intero territorio regionale. Impegno che si è tradotto, altresì, nella realizzazione di “Cantieri innovativi di antimafia sociale”, un’azione del Por Puglia, che ha visto la sperimentazione di 27 progetti su scala regionale in tema di prevenzione sociale. Un lavoro incessante, quello svolto dal giovane dirigente regionale, che ha portato anche all’approvazione, da parte del Consiglio regionale pugliese, della suddetta legge regionale n. 14/2019.

La Fondazione antimafia sociale “Stefano Fumarulo” si impegnerà, tra l’altro, ad effettuare percorsi formativi atti a promuovere e diffondere la cultura della legalità e l’educazione alla cittadinanza, sosterrà interventi a favore delle scuole di ogni ordine e grado e delle università, per rendere le giovani generazioni consapevoli dei danni che la corruzione e le mafie procurano all’economia legale. Nello statuto è previsto che la Regione Puglia sarà unico socio fondatore e la signora Maria Luisa Pantaleo, madre del dirigente regionale scomparso, sarà di diritto componente del Consiglio direttivo e Presidente Onorario della Fondazione.

Riprenderà nei prossimi giorni il progetto “NO MAN’S LAND - PERIFERIE AL CENTRO”, nato dalla collaborazione tra l’Assessorato alla Cultura del Comune di San Severo con il Teatro dei Limoni di Foggia e gli Assessorati alla Cultura dei Comuni di Foggia, Torremaggiore e Castelluccio dei Sauri, sostenuto dalla Regione Puglia – Assessorato all'Industria Turistica e Culturale, Assessorato al Bilancio e alle Politiche giovanili e coordinato dal Teatro Pubblico Pugliese, sospeso lo scorso anno a causa dell’emergenza legata alla pandemia.

L’Assessorato alla Cultura e alla Pubblica Istruzione, partner istituzionale del progetto, ha previsto quest’anno di coinvolgere anche alcuni studenti delle I Classi delle Scuole Secondarie di I Grado, appartenenti a nuclei familiari in situazioni di fragilità economica e residenti in periferia.

“Come per il progetto di avvicinamento alla musica intrapreso con le scuole primarie del territorio, abbiamo chiesto a tutte le scuole secondarie di primo grado della città – dichiarano il Sindaco Francesco Miglio e l’Assessore alla Cultura Celeste Iacovino - di individuare almeno 10 studenti per ogni istituto, appartenenti a famiglie che non possono permettersi la frequenza di laboratori di recitazione e di individuare un docente referente del progetto per ogni scuola per valutare i risultati del progetto e consentirci di poter riproporlo anche l’anno prossimo, ampliando il numero di partecipanti. Siamo sicuri che i laboratori teatrali così come tutti i laboratori artistici rappresentino un importantissimo strumento con cui operare nelle fasce di età più a rischio di dispersione scolastica per prevenire tale fenomeno e sollecitare al tempo stesso una crescita culturale dei giovani partecipanti favorendo in essi lo sviluppo della creatività, attraverso la curiosità e l'emotività”.

I partecipanti dovranno prendere parte ai laboratori nel rispetto delle disposizioni normative vigenti in materia di contenimento del virus Covid/19. I quattro laboratori, uno per ogni istituto scolastico, avranno la durata di 15 ore e i referenti scolastici, unitamente ai responsabili dei laboratori, dovranno fornire all’Assessorato alla Cultura e alla Pubblica Istruzione una relazione finale per ogni partecipante da cui emergano qualità, propensioni, criticità, caratteristiche del percorso effettuato da ogni alunno, indicazioni e suggerimenti per le prossime programmazioni di nuovi laboratori teatrali. La spesa di partecipazione ai laboratori teatrali sarà a carico dell’Amministrazione Comunale e i laboratori saranno curati dal Teatro dei Limoni in partenariato con le Associazioni culturali del territorio “Ciak Sipario” e “Spazio Off”.

Per disposizione regionale, con riferimento alla campagna di immunizzazione anti-Covid con vaccino Astrazeneca delle persone tra 79 e 60  anni senza fragilità, in conformità con l’ordinanza n. 6 del Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, chi ha già effettuato l’adesione sul sistema “La Puglia ti vaccina” avrà un accesso prioritario nei giorni e nella fascia oraria programmati.                                                                                     

Poiché la capacità di vaccinazione degli hub vaccinali è risultata superiore alle adesioni della coorte dei 79-enni già in programma, sarà consentita parallelamente la vaccinazione con Astrazeneca a tutti coloro compresi nella fascia di età tra 79 e 60 anni che non hanno avuto ancora possibilità di prenotarsi, in ordine di anzianità a partire dai 79-enni.

Il Policlinico Riuniti di Foggia recepisce la disposizione regionale e da martedì 13 aprile apre il Poliambulatorio Vaccinale dell’UOC Igiene del Plesso D’Avanzo in Viale degli Aviatori, oltre che a tutti coloro che hanno confermato l’adesione alla vaccinazione per tale data, a tutti i nati tra il 1942 e il 1961, anche se non hanno prenotato in precedenza, ovviamente sino ad esaurimento dei vaccini disponibili.

Per evitare sovrafflusso, martedì 13 aprile potranno essere vaccinati esclusivamente i cittadini di 79 anni (nati nel 1942). Mercoledì 14 aprile, l’offerta sarà aperta ai nati nel 1943. Nei giorni seguenti, man mano che gli slot verranno saturati, sarà consentito, a seguito di apposita comunicazione, sbloccare le altre fasce di età in ordine di anzianità per presentarsi per la vaccinazione.

Si pregano pertanto i cittadini che non rientrano nelle fasce di età indicate a non presentarsi presso il centro vaccinale e ad attendere l’apertura per la loro annualità.

Sono sbloccate progressivamente da domani le adesioni sulla piattaforma “La Puglia ti vaccina” per le vaccinazioni della fascia 69-60 anni, a cominciare da chi è nato dal 1 gennaio 1952 al 31 dicembre 1953.

Il Poliambulatorio Vaccinale dell’UOC Igiene del Plesso D’Avanzo in Viale degli Aviatori sarà attivo, con 12 postazioni vaccinali, 5 giorni alla settimana dal lunedì al venerdì, nei seguenti orari:

  • 7 postazioni dalle ore 9.30 alle ore 13.00
  • 12 postazioni dalle ore 15.00 alle ore 18.30

Previsto prossimamente anche un ulteriore potenziamento di fasce orarie e giornate.

Presso il Poliambulatorio Vaccinale dell’UOC Igiene del Plesso D’Avanzo in Viale degli Aviatori si procederà regolarmente al completamento della vaccinazione dei soggetti estremamente vulnerabili e delle persone con più di 80 anni.

Proseguono i controlli ed i servizi predisposti della Compagnia Carabinieri di Lucera finalizzati a contrastare il fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti.

Nella rete della giustizia questa volta è finito un 27 enne originario di San Giovanni Rotondo, residente da tempo a Lucera e noto alle Forze dell’Ordine, tratto in arresto dai Carabinieri della Compagnia di Lucera, collaborati da quelli delle dipendenti Stazioni di Pietramontecorvino e Biccari.

A seguito di mirato servizio, preordinato al contrasto dello specifico fenomeno criminoso, il P.G., queste le sue iniziali, veniva notato con atteggiamento più che sospetto poco fuori della relativa abitazione; quel via vai di persone, che si avvicinavano in modo guardingo al predetto e dopo aver confabulato, si introducevano all’interno della relativa abitazione per poi dileguarsi subito dopo, con fare circospetto, non poteva non “allarmare” i militari, appostati poco distanti.

In un attimo è scattato il controllo personale e domiciliare a carico del prevenuto, a seguito del quale venivano ritrovati nelle tasche del relativo giubbino un involucro in cellophane termosaldato con circa 40 g di “cocaina”, altre 10 singole dosi pronte per lo smercio con un totale di ulteriori 5 grammi totali circa della medesima sostanza e un ulteriore piccolo involucro contenente stupefacente del tipo “hashish”. All’interno del piccolo bilocale in suo uso veniva rinvenuto altresì vario materiale da confezionamento ed un coltello con lama sporca di hashish evidentemente utilizzato per il taglio e la realizzazione delle singole dosi di “fumo”, il tutto posto sotto sequestro.

A seguito delle formalità di rito, P.G. veniva tratto in arresto e posto agli arresti domiciliari, misura che veniva confermata a seguito di udienza di convalida.

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