“Terra Rossa” l’indagine contro il caporalato che ha smascherato aziende e imprenditori della Capitanata. Indiziata anche moglie di un Prefetto

Sottoposte al vaglio degli inquirenti le condizioni di sfruttamento cui erano sottoposti numerosi braccianti extracomunitari provenienti dall’Africa, impiegati a lavorare nelle campagne della Capitanata, tutti “residenti” nella nota baraccopoli di Borgo Mezzanone, ove insiste un accampamento che ospita circa 2000 persone, che vivono in precarie condizioni igienico-sanitarie e in forte stato di bisogno.   

La complessa e articolata attività d’indagine denominata “TERRA ROSSA, coordinata dalla Procura della Repubblica di Foggia e condotta dai militari del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia Carabinieri di Manfredonia e da quelli del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Foggia, ha preso le mosse dalla diffusa situazione di illegalità radicata nelle campagne del foggiano, non indifferente ai Carabinieri che quotidianamente svolgono servizi di controllo del territorio in quell’area.

In particolare, l’indagine parte alla fine di luglio 2020, quando a seguito di alcuni servizi di osservazione - proseguiti anche dopo l’operazione denominata “Principi e Caporali”, conclusasi ad Aprile di quest’anno, che portò all’esecuzione di una misura cautelare nei confronti di 10 persone e al controllo giudiziario di alcune aziende agricole - i militari dell’Arma, unitamente al personale del progetto SU.PRE.ME.[1],  hanno effettuato un accesso ispettivo presso dei terreni agricoli siti nel Comune di Manfredonia e riconducibili ad un’azienda con sede in Trinitapoli, constatando la presenza di diversi lavoratori stranieri intenti a lavorare. Prima di procedere al controllo, i militari effettuavano un appostamento e notavano che un soggetto, poi identificato, 33enne gambiano, mentre gli altri braccianti erano intenti al lavoro, si avvicinava a dei cassoni pieni di pomodori e annotava qualcosa su un quaderno; poi, alla vista dei Carabinieri, si allontanava velocemente facendo perdere le proprie tracce. I braccianti presenti sul posto, identificati e sentiti a sommarie informazioni, riferivano che erano stati reclutati e portati sul posto proprio dal fuggitivo. Aggiungevano che il gambiano si era occupato anche del profilo burocratico dell'assunzione, provvedendo all'invio dei documenti (a lui consegnati dai braccianti) e curando, per il suo tramite, anche la corresponsione della relativa retribuzione. Non solo, i braccianti precisavano che sempre lui si occupava del loro trasporto, conducendoli sui campi e ricevendo da loro 5 euro al giorno per ogni bracciante trasportato. Le informazioni apprese dai lavoratori, supportate da ulteriori servizi di osservazione e pedinamento, permettevano di accertare che detti braccianti vivevano all’interno della "ex pista" di Borgo Mezzanone, in "pessime condizioni igienico sanitarie" e che  percepivano, a titolo di retribuzione per il lavoro prestato sui campi, 5 euro per ogni cassone di pomodori riempito, lavoravano privi dei previsti dispositivi di sicurezza e sotto controllo serrato, non risultavano sottoposti alle prescritte visite mediche e venivano trasportati sui campi con mezzi inidonei, "in pessime condizioni d'uso, pericolosi per la circolazione stradale e per la incolumità degli stessi lavoratori"; venivano infine individuati anche dei lavoratori privi di ogni contratto di lavoro.

Tali importanti accertamenti, unitamente alle attività tecniche disposte dalla Procura di Foggia, hanno permesso di avviare l’indagine denominata “TERRA ROSSA”, attiva da luglio a ottobre 2020, grazie alla quale è stato possibile far luce sul sistema di selezione, reclutamento, utilizzo e pagamento della manodopoera messo in piedi dai caporali e proprietari delle aziende, indagati per Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

In sostanza, attraverso l’indagine è stato verificato che per diverse aziende agricole, ben 10 in totale, il predetto gambiano, coadiuvato per gran parte delle sue illecite attività da un 32enne senegalese, anch’egli domiciliato nell’ex pista, era "l’anello di congiunzione" tra i rappresentanti delle varie aziende agricole operanti nel territorio nel settore agricolo e i braccianti. Alla richiesta di forza lavoro avanzata dalle aziende, i due extracomunitari si attivavano e reclutavano i braccianti all’interno della baraccopoli, provvedevano al loro trasporto preso i terreni e li sorvegliavano durante il lavoro, pretendendo, come detto, sia 5 euro per il trasporto, sia 5 euro da ogni bracciante per l’attività di intermediazione. Ancora, è stato accertato che il principale dei due reclutatori si occupava anche di dare specifiche direttive ai braccianti sulle modalità di comportamento in caso di accesso ispettivo da parte dei Carabinieri.

Caporali, titolari e/o soci delle aziende avevano messo in piedi un apparato “quasi perfetto”, che andava dall’individuazione della forza lavoro necessaria per la lavorazione dei campi, al reclutamento della stessa, fino al sistema di pagamento, risultato palesemente difforme rispetto alla retribuzione stabilita dal CCNL, nonché dalla tabella paga per gli operai agricoli a tempo determinato della provincia di Foggia.

Le buste paga, infatti, sono risultate non veritiere, poiché nelle stesse venivano indicate un numero di giornate lavorative inferiori a quelle realmente prestate dai lavoratori, senza tener conto dei riposi e delle altre giornate di ferie spettanti. I lavoratori, tra l’altro, non venivano neanche sottoposti alla prevista visita medica.

Agli indagati, 16 in totale, di cui 2 in carcere, 3 agli arresti domiciliari e 11 sottoposti all’obbligo di dimora e di presentazione alla p.g., viene contestato -a vario titolo- l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro, di cui all’art. 603 bis del codice penale, poiché  di cui quali intermediatori illeciti e reclutatori della forza lavoro, quali utilizzatori della manodopera, addetti al controllo sui campi dei braccianti, in concorso, assumevano, utilizzavano o comunque impiegavano manodopera costituita da decine di lavoratori africani, allo scopo di destinarla alla coltivazione di terreni agricoli di proprietà, o comunque nella disponibilità delle suddette imprese e società, sottoponendo i predetti lavoratori a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno derivante dalle condizioni di vita precarie e dalla circostanza che essi dimorano presso baracche e ruderi fatiscenti all’interno della zona denominata "ex pista" di Borgo Mezzanone, pretendendo dagli stessi anche del denaro sia per il trasporto che per l’intermediazione, con l'aggravante di aver commesso il fatto impiegando un numero di lavoratori superiori a tre.

Il tutto, in violazione:

  • dei contratti collettivi nazionali;
  • della normativa di settore relativa all’orario di lavoro e ai periodi di riposo,
  • della materia di sicurezza e igiene sul luogo di lavoro, in quanto impiegavano i suddetti lavoratori senza fornire loro dispositivi per la prevenzione degli infortuni (guanti, scarpe, abbigliamento ecc.), necessari allo svolgimento delle mansioni cui venivano adibiti;

Contestualmente, in esecuzione della medesima ordinanza, il GIP di Foggia ha disposto il controllo giudiziario[2] - di 10 (dieci) aziende agricole, riconducibili a 10 dei soggetti colpiti da misura cautelare. Il controllo giudiziario dell’azienda, introdotto con la legge 199/2016 ex art. 3, è quell’istituto che in base al quale l'amministratore giudiziario affianca l'imprenditore nella gestione dell'azienda fino alla completa regolarizzazione di tutti i rapporti di lavoro intrattenuti ed alla rimozione di tutte le irregolarità riscontrate. Sarà sempre l’amministratore, poi, ad autorizzare lo svolgimento degli atti di amministrazione utili all'impresa, riferendo al giudice ogni tre mesi, e comunque ogni qualvolta emergano irregolarità circa l'andamento dell'attività aziendale. Tutto questo, nell’ottica del legislatore è imprescindibile percorso da seguire per impedire che si verifichino ulteriori e censurabili situazioni di grave sfruttamento lavorativo.

5 M€ il volume d’affari annuo delle aziende sottoposte a controllo giudiziario.

In merito alla notizia della moglie del Prefetto, Michele Di Bari, Capo Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione, indiziata nell'inchiesta, il Viminale ha diffuso due comunicati:

  1. Il Capo Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione, Michele di Bari, a seguito di un’inchiesta riguardante la consorte, ha rassegnato le propriedimissioni dall’incarico.
  2. Il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, ha accettato le dimissioni del prefetto Michele di Bari dall’incarico di capo dipartimento per le Libertà civili e l'Immigrazione presentate a seguito dell'inchiesta giudiziaria che coinvolge anche sua moglie.

Inoltre, Il dott. Michele Di Bari rende noto che si sente sereno della decisione assunta e che ha piena fiducia nella Magistratura per accertare l'estraneità della consorte ai fatti a lei ascritti.

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[1] è un progetto co-finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Direzione Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione e dall’Unione Europea, PON Inclusione Fondo Sociale Europeo 2014-2020, che mira a realizzare un’azione di sistema interregionale, mettendo in atto delle misure indirizzate all'integrazione socio-lavorativa dei migranti come prevenzione e contrasto allo sfruttamento del lavoro in agricoltura.

[2]    ex art 3 L. 199/16, (Controllo giudiziario dell'azienda e rimozione delle condizioni di sfruttamento).

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